Abstract

Giuseppe Parini, Odi, a cura di Mirella D’Ettorre, introduzione di Giorgio Baroni (Edizione Nazionale delle Opere di Giuseppe Parini diretta da Giorgio Baroni), Fabrizio Serra Editore: Pisa–Roma, 2013; 288 pp.: 9788862275743, €62,00.
Recensione di: Ugo Perolino, Università “G. D’Annunzio” (Chieti–Pescara), Italia
Le Odi di Giuseppe Parini furono pubblicate in volume nel 1791, in numero di ventidue (singoli testi erano stati stampati nei decenni precedenti), dall’allievo e amico Agostino Gambarelli in quella che è da considerarsi l’editio princeps. A questo elenco si aggiunsero in seguito tre documenti poetici rilevantissimi dell’ultima e più intensa fioritura pariniana: Per l’inclita Nice (1793), A Silvia (1795), Alla Musa (1795). Nell’“Avviso”, posto in apertura della raccolta del 1791, Gambarelli riferiva la selezione e la sistemazione dei testi (“Tante altre cose … è forza che se ne stiano al presente dov’elle sono”) a un preciso disegno autoriale volto ad allestire un corpus emendato degli errori di trascrizioni e di stampe non autorizzate (è nota la polemica pariniana contro “raccoglitori sconsiderati, e stampatori rapaci”). Come annota Mirella D’Ettorre nella “Storia del testo” che correda l’Edizione Nazionale delle Odi, “L’editore … attenendosi scrupolosamente alle indicazioni del poeta, copia, trasceglie e raccoglie le prime stampe occasionali di molte odi antiche” (p. 48), guidato direttamente dalla mano del Parini in una minuto e fittissimo lavoro di limatura e revisione. “Il rigore correttorio del poeta – scrive Mirella D’Ettorre – non si limita alla parola o ai singoli testi, che andranno perdendo nella maggior parte dei casi il carattere di occasionalità per cui erano stati composti…: la volontà è quella di perseguire un ordinamento preciso, di conferire unitarietà a un’opera improntata alla circolarità e alla rispondenza anche metrica delle composizioni, in linea con il canone oraziano, che autorizza l’alternanza di temi politici e privati e la convivenza di stile alto e leggero” (p. 48).
Stabilita dunque la centralità e organicità della princeps del 1791, l’apparato critico rende conto scientificamente delle oscillazioni testuali in diacronia e tra materiali manoscritti e stampe, tra cui si segnalano, per spessore ecdotico, il secondo volume delle Opere di Giuseppe Parini (1802) edito dal Reina e l’antologia delle Poesie scelte di Giuseppe Parini (1814) curata da Giuseppe Bernardoni.
La raccolta si apre con L’innesto del vaiuolo, il cui testo fu stampato a Milano, presso Galeazzi, nel 1765. Come nell’“Introduzione” osserva Giorgio Baroni, “L’ode corrisponde alle ambizioni illuministiche di umano progresso ed è volta a costruire il consenso per un’operazione di utilità rilevante e di interesse generale: così contrappone chi si impegna per l’avanzamento della conoscenza, agli ignoranti che lo deridono” e “sottolinea come vita, salute e integrità siano beni universalmente riconosciuti” (pp. 11–12). Negli studi pariniani la filologia dei testi a stampa incrocia i riscontri dell’indagine sugli autografi e sui testimoni manoscritti, alveo composito nel quale si sedimentano processi rielaborativi profondi ed estesi nell’arco di decenni, secondo un metodo di comparazione dei dati testuali che ne ricostruisce le linee di continuità e che si riflette nella struttura degli apparati e del commento, inteso quest’ultimo come mero supporto alla lettura.
Un quarto di secolo trascorre fra la composizione de L’innesto del vaiuolo e la sua sistemazione definitiva nella princeps, un lasso di tempo nel corso del quale gli interventi del poeta, resi disponibili dalle correzioni a penna autografe riportate in un esemplare a stampa, sono orientati a snellire (si tratta di un’indicazione che ha validità generale) la versione del 1765 “con l’eliminazione di molte virgole e l’abbassamento delle maiuscole per natura, uom ecc.” (Mirella D’Ettorre).
Appare filologicamente più travagliato il processo di revisione dell’ode La salubrità dell’aria, che nel primo testimone conta ventisette strofe, cinque delle quali soppresse nelle stampe. Ne risulta mutata l’architettura complessiva, mentre i singoli passaggi testuali rivelano indicazioni preziose che vanno nella direzione dell’esattezza e della rapidità del dettato (per dare soltanto un esempio, tra i molti possibili, si veda come il generico “Molestissimo nembo” di v. 22 vada a precisarsi, nel transito dal testimone alla princeps, in una più esatta dizione scientifica: “Nuvol di morbi infetto”). Una analoga trasformazione interessa La vita rustica, pubblicata la prima volta nel 1780, che subisce una riduzione di tre strofe nella versione a stampa e il già descritto processo di alleggerimento e normalizzazione delle maiuscole. Le due odi “ecologiche” rappresentano storicamente, con L’impostura (1761), La educazione (1764), Il bisogno (1766), le punte più avanzate di una poesia impregnata di valori civili e morali nella temperie culturale dell’Accademia milanese dei Trasformati. “Con tali scelte”, annota Baroni, “il Parini giustifica pure l’utilità dell’arte, come si legge nel suo Discorso sopra la poesia dove spiega che essa ‘non è già necessaria come il pane, né utile come l’asino o il bue; ma che … bene usata, può essere d’un vantaggio considerevole alla società’ perché ‘contribuisce a render l’uomo felice’” (pp. 13–14).
L’interesse per la poesia pariniana sta anche in alcuni scarti e spostamenti tonali che ne fanno un preciso termometro della realtà sociale e culturale, uno strumento sensibilissimo al variare dei costumi. L’ode A Silvia, scritta nell’inverno del 1795, è ormai lontana cronologicamente e per ispirazione poetica dall’ottimismo degli anni Sessanta. Nel fornire una minuziosa griglia delle varianti, Mirella D’Ettorre si avvale di una documentazione più ampia rispetto al passato, arricchita con testimonianze significative come la stampa del Giornale poetico (“pubblicazione … mai messa a profitto dai precedenti editori per via della data del periodico, 1794, quarto trimestre, uscita in ritardo”) o l’opuscolo in sedicesimo della stamperia Davolio di Reggio (altro “testimone non conosciuto finora”). In A Silvia Parini ironizza sulla mondanità del “vestire alla ghigliottina”, una foggia femminile che lasciava scoperte le spalle, con una sottile fascia di stoffa rossa al collo che richiamava il colore del sangue: “Il vestire alla Guillotine è tutto bianco; il petto scoperto: un brindello rosso al collo: i capei neri, e che discendendo coprano un alcun poco il volto, ed anche il seno.” La contemplazione estatica della bellezza intride anche l’ode All’inclita Nice, contigua cronologicamente e tematicamente, dove il modulo pariniano dell’autoritratto, malinconico e insieme autoironico, si lega ai motivi del sepolcro e del canto (“Udrà del tuo cantore / le commosse reliquie / Sotto la terra argute sibilar”, vv. 130–132). L’ode Alla Musa che chiude la raccolta “riporta il tema della poesia al centro”, scrive Giorgio Baroni, e suggerisce una identificazione simbolica, l’“Italo cigno” assunto come “emblema di canto raffinato e raro, di candore e d’eleganza, mentre l’aggettivo consolida il legame con tutta un’alta tradizione culturale e letteraria” (p. 22).
