Abstract
La conoscenza del toscano durante il Trecento e il Quattrocento avveniva non solo attraverso la lettura delle Tre Corone e tramite la circolazione di poeti, notai, podestà, giudici e ambasciatori, ma anche a causa della mobilità geografica dei mercanti, i quali, nelle loro frequenti comunicazioni, mettevano in contatto volgari diversi. Questo articolo vuole dimostrare che un simile processo di toscanizzazione avveniva, già un mezzo secolo prima, in un corpus di lettere scritte durante il Trecento. A prima vista, infatti, le lettere commerciali mandate da Milano dal mercante Francesco Tanso (?–1398) agli impiegati del “mercante di Prato”, Francesco Datini, sembrano mostrare un notevole grado di toscanizzazione ben prima della celebre teorizzazione del Bembo e al di fuori dell’ambito letterario.
Introduzione
Il termine “toscanizzazione” viene qui definito in senso ampio, cioè per indicare la presenza di elementi linguistici toscani negli scritti prodotti al di fuori della Toscana. 1 Nella storia linguistica della Lombardia, l’inizio di questo processo è attestato in testi letterari verso la fine del Trecento; in testi non-letterari, le prime attestazioni vengono fatte risalire al Quattrocento, molto prima della codificazione del toscano fatta dal Bembo (Vitale, 1953: 36; 1988). 2 La conoscenza del toscano durante il Trecento e il Quattrocento avveniva non solo attraverso la lettura delle Tre Corone e tramite la circolazione di poeti, notai, podestà, giudici e ambasciatori, ma anche a causa della mobilità geografica dei mercanti, i quali, nelle loro frequenti comunicazioni, mettevano in contatto volgari diversi. Questo articolo vuole dimostrare che un simile processo di toscanizzazione avveniva, già un mezzo secolo prima, in un corpus di lettere scritte durante il Trecento. A prima vista, infatti, le lettere commerciali mandate da Milano dal mercante Francesco Tanso agli impiegati del “mercante di Prato”, Francesco Datini, sembrano mostrare un notevole grado di toscanizzazione.
Prima di affrontare il corpus epistolare di Francesco Tanso, fornisco un breve resoconto storico-linguistico della Lombardia nel Trecento e nel Quattrocento e della presenza del toscano in questa regione. L’ultima parte dell’articolo esamina degli elementi toscanizzati nell’ortografia e nella morfologia delle lettere del Tanso.
La situazione linguistica in Lombardia dal Trecento al Quattrocento 3
La situazione linguistica in Lombardia all’inizio del Trecento era molto frammentata. Ogni comune aveva infatti la propria scripta municipale locale. Nei due secoli successivi, la veloce espansione di centri di potere con nuove strutture politiche, come corti e cancellerie, portò alla formazione di una varietà linguistica “pan-lombarda”, oppure a ciò che è stato definito “koinè letteraria” o “semi-letteraria” (Vitale, 1953: 36). La questione intorno alla caratterizzazione della koinè settentrionale risale almeno al Mussafia, il quale la definì un parlare non privo di coltura, con non poche reminiscenze latine, con gran numero di quelle eleganze che non erano né toscane né provenzali né francesi esclusivamente, ma proprie di tutti gli idiomi neolatini, che nel medioevo pervennero a letterario sviluppo (Mussafia, 1983: 229). 4 Bongrani e Morgana (1992: 96) parlano di una moltitudine di koinai, definendole “strumenti dotati di una validità e di una diffusione più ampie di quelle possedute dagli antichi volgari municipali”. 5 A causa della carenza di documenti lombardi del Trecento, e in particolare di area milanese, questi autori mettono in evidenza la difficoltà nel tracciare la storia di centri individuali, sottolineando tuttavia le testimonianze disponibili di Mantova, Milano e Cremona. 6 D’altro canto, l’approccio di Stella (1994) è quello di esaminare i principali documenti dei maggiori centri lombardi, quali Cremona, Mantova, Milano, Brescia, Bergamo e Pavia. I tratti più marcati in senso locale sono stati progressivamente abbandonati durante il Trecento e il Quattrocento in favore di forme linguistiche comuni all’intera Lombardia. Vitale (1953: 36) spiega che la koinè stessa era una lingua frammentata, con una profonda variazione interna, e che tendeva a formare “conguagliamenti latineggianti e letterari” acquisendo una natura sovraprovinciale. 7 Tratti più precoci della koinè pan-lombarda si possono individuare nelle gride gonzaghesche di Mantova, datate 1374. Comparando la lingua delle gride a quella di Vivaldo Belcalzer (notaio mantovano dell’inizio del Trecento), Bongrani e Morgana (1994: 117–118) identificano alcuni tratti tipici della koinè che si andava evolvendo nelle gride: ad esempio il ripristino di vocali finali, l’uso dell’articolo definitivo maschile “li”, l’uso di “li” per l’articolo definitivo femminile e l’uso di –i come desinenza di nomi plurali femminili (insieme a –e). Nella loro descrizione di questa lingua “ufficiale” gli autori notano che, quando viene paragonata alla prosa del Belcalzer, i tratti dialettali più cospicui, in linea di massima, non sono presenti nelle gride. Ghinassi (1965: 75) descrive il volgare del Belcalzer come “omogeneo, regolare, senza incertezze o oscillazioni rilevanti”, e ricorda come Mantova “avesse già cominciato a inserirsi nelle più complesse tradizioni interregionali” (1965: 79). La varietà più evoluta della koinè lombarda appare però nel tardo Quattrocento, quando la lingua diviene “neutrale” in senso diatopico e difficile da ascrivere a una singola area geografica sulla base di fattori linguistici (Bongrani e Morgana, 1992: 92). 8 Benché la maggior parte degli studi pongano l’enfasi sui concetti di varietà intrinseca e di mancanza di coesione, descrivendo questi concetti come tratti tipici dell’intero nord, i risultati che Maraschio ottiene da un corpus eterogeneo di diari e lettere di astrologi, dottori e ingegneri del duca di Mantova, presentano un livello notevole di omogeneità linguistica. 9 Riferendosi specificamente alle koinai della cancelleria italiana, Ghinassi (1976a: 14) osserva che “come si siano formate queste koinè, quali ne siano stati i punti di partenza, quali le vie percorse e gli ambiti di diffusione, sono tutte questioni ancor oggi aperte e di non facile soluzione”. 10 In breve, il principale processo linguistico in atto in Lombardia durante il Trecento e il Quattrocento consisteva in una evoluzione dal “municipalismo linguistico” alle “formazioni sovramunicipali” (Bongrani e Morgana 1992: 96) o a una lingua di koinè. 11 In uno studio recente, Kabatek (2013: 165) ha scritto che la lingua lombarda o koinè padana “è la più ovvia continuazione delle tendenze arcaiche del volgare italico”. Lui l’ha definita la “lingua letteraria supra-regionale” in cui furono scritti molti testi letterari italiani.
La toscanizzazione
Vitale (1953: 16–17) ha rivelato che il primo documento in volgare nella cancelleria milanese risale a 1426 e che l’uso del latino in testi cancellereschi continuò a diminuire durante il Quattrocento. Nel secondo Quattrocento il volgare acquisì “il predominio assoluto” (p. 17). Vitale (1953: 41) osserva che, per quanto riguarda la cancelleria milanese, l’influenza del toscano letterario avvenne tardi e che, con lo svolgersi del tempo, esso fu imposto con sempre maggiore sicurezza sulla lingua ibrida della cancelleria. Il toscano “combattè” contro la forte resistenza di elementi locali, istintivi nelle coscienze degli scrittori. Stella (1994: 199) suggerisce che, come data simbolica, “il termine a quo di non ritorno verso Firenze” si può datare al luglio 1489, quando Ludovico il Moro chiese al Landino di tradurre in fiorentino i Commentari sulle gesta di Francesco Sforza, sprezzando gli umanisti lombardi. Nei circoli letterari la conoscenza del toscano in Lombardia durante il tardo Trecento e il Quattrocento sembra estesa. Bongrani e Morgana (1992: 98) osservano che dalla seconda metà del Trecento “il toscano entra stabilmente, insieme col latino e col volgare locale e regionale, nella formazione di quella lingua poetica composita e ibrida che avrà fortuna nelle corti di Lombardia”, e citano gli studi di Rajna e Migliorini sulla canzone “Prima che ’l ferro” di Antonio da Ferrara, il quale è stato presente a Milano nel Trecento. 12 Stussi (1993: 13–14) ha rilevato che, per i testi letterari, “soprattutto al nome di Dante è legata la prima espansione del toscano a Ferrara, Milano, Padova, Treviso e in minor misura a Venezia”, e che, “nonostante la indubbia espansione del toscano, tuttavia in nessuna regione si ha uno scrupoloso e generale adeguamento” (p. 14). Infatti, “è molto forte per tutto il Trecento la concorrenza di tradizioni linguistiche locali” (p. 14). Secondo Stussi “il toscaneggiare è conseguenza della diffusione di modelli poetici per lo più lirici” mentre, al di sotto del livello letterario, una estensione dell’uso del volgare avveniva sia negli statuti che nella corrispondenza mercantile (p. 13). 13 Ghinassi ha sottolineato che la diffusione del toscano non ha assunto l’aspetto di una irruzione in vacuum o di una sostituzione radicale, priva di residui, di un nuovo sistema ai vecchi sistemi locali, ma piuttosto quello di una penetrazione sviluppatasi in maniera lenta e graduale attraverso varie fasi di incontri a metà strada o di compromessi tra il sistema in espansione e i sistemi che lo fronteggiavano (Ghinassi, 1976b: 86)A proposito dell’uso dell’infinito in un copista della Vita di Sant’Alessio di Bonvesin de la Riva nel tardo Trecento, Wilhelm (2006: 20) nota che “confluiscono qui spinte diverse e in parte contrastanti, provenienti dal dialetto e dal latino, dalla incipiente koinè regionale e in parte già dal toscano letterario”. 14 Ghinassi (1976a: 17) osserva che la letteratura toscana comincia “a fare le sue prime apparizioni” a Mantova all’inizio del Quattrocento. Riferendosi alla presenza di libri toscani nell’inventario gonzaghesco del 1407, Ghinassi (1976a: 17) descrive queste apparizioni come “dapprima timide e mescolate a elementi indigeni, poi via via più franche e disinvolte”. Bruttini ricorda la distinzione importante (ma non assoluta) tra l’uso del toscano in testi letterari e non letterari durante il Trecento: “i motivi per cui si impose il volgare fiorentino sono diversi e non solo quelli di carattere letterario quali gli scritti di Dante, Petrarca e Boccaccio. È da ritenersi che nel tardo Medioevo e nel Rinascimento il toscano dovesse essere la lingua franca commerciale” (p. 4, citato in Sosnowski, 2006: 18). Inventari di libri stampati dimostrano la grande richiesta di opere in toscano in questo periodo e ci sono prove che aristocratici milanesi avessero copie di opere del Dante, del Petrarca e del Boccaccio. 15 In un recente studio sulla trasmissione manoscritta nel processo di diffusione del toscano nella sfera letteraria, Barbato (2013: 27) ha potuto richiamare l’appello di Folena, il quale già nel 1956 scriveva che “la tradizione extra-toscana di volgarizzamenti e di prose prima del Boccaccio meriterebbe uno studio linguistico attento e approfondito” (Folena, 1956: xxvii).
Per testi non letterari, gli studi di Vitale sono tra i pochi che considerano la toscanizzazione in Lombardia. Per quanto riguarda Milano, Morgana (2012: 30) ha recentemente precisato che “manca una documentazione in volgare che consenta di seguire l’eventuale infiltrazione di modelli linguistici toscani nel corso del Trecento e nei primi decenni del Quattrocento”. Commentando Vitale, Sgrilli (1988: 450–451) constata che “solo nel Quattrocento il toscano si insinuerà anche nelle scritture di uso pratico”, con riferimento specifico alla Lombardia. 16 Brown (2013) ha identificato un processo di koineizzazione sulla base di un corpus di lettere mercantili la cui lingua mostra la presenza della koinè, insieme a elementi toscani e/o toscanizzati e latineggianti. Inoltre, Bruni (1989: 17–18) ha sottolineato come il movimento religioso dei Disciplinati abbia contribuito a diffondere “una parlata sopraregionale di base toscana” in Piemonte. Lui descrive la lingua delle lettere di Stefana Quinzani e Laura Mignani di Brescia come “una koinè più o meno spiccatamente settentrionale”. Per Mantova, Borgogno (1968: 36) ha osservato la presenza di Ludovico degli Uberti, un fiorentino al servizio di Francesco Gonzaga, la cui lingua è “singolarmente mista di elementi toscani e di elementi settentrionali”. 17
Testimonianze di una più precoce datazione della toscanizzazione in volgare lombardo non letterario possono trovarsi nelle lettere commerciali mandate da Milano tra il 1380 e il 1407 a mercanti toscani al servizio della compagnia Datini. 18 Queste lettere sono antecedenti, di un periodo di tempo significativo, alla prima data registrata per l’uso del toscano nelle storie del volgare in Lombardia.
Francesco di Marco Datini (c.1335–1410), il “mercante di Prato”, si trasferì ad Avignone all’età di 15 anni e cominciò presto a commerciare in prodotti molto eterogenei, 19 stabilendo fondachi a Prato, Avignone, Firenze, Pisa, Genova, Barcellona, Valenza e nelle isole Baleari. 20 Durante il ritorno a Prato da Avignone, nel dicembre 1382, si fermò una settimana a Milano per raccogliere provviste per il resto del viaggio e per stabilire rapporti di scambio con altri mercanti. 21 Il socio principale che il Datini acquisì fu la famiglia Pescina; tuttavia, il Datini e i suoi soci corrisposero in modo diretto con almeno altri quattro mercanti di Milano o di zone limitrofe, oltre che dei maggior centri di scambio in tutta la Lombardia. 22
In totale, nell’Archivio Datini esistono 810 lettere da Milano. Di queste, 526 sono state scritte dai soci e dai fattori del Datini, i quali erano tutti toscani e viaggiavano a Milano per faccende commerciali e per incontrarsi con i loro corrispondenti milanesi; dal punto di vista linguistico, queste 526 lettere sono tutte in toscano. Delle altre 284 lettere, 84 sono così suddivise: 70 sono scritte da altri toscani o da mercanti di famiglie toscane o da mercanti le cui provenienze non ho potuto accertare; 9 documenti non sono lettere; 4 sono in latino; 1 è stata spedita da un mercante anonimo. Delle rimanenti 200 lettere, 7 sono di uno dei maggiori corrispondenti del Datini, Francesco Tanso. 23
Francesco Tanso
Le sette lettere di Francesco Tanso furono tutte scritte nell’arco di un anno, tra il febbraio del 1397 e il febbraio del 1398. 24 Sei delle lettere furono spedite da Milano a Iacopo di Giovanni a Genova. 25 Il destinatario dell’altra lettera, mandata a Pisa, è ignoto. La grafia di tutte e sette le lettere appare uguale.
Lo scopo principale delle lettere di Francesco Tanso è il comunicare informazioni economiche alla filiale della compagnia Datini a Genova. Queste includono, ad esempio, novità sui personaggi a cui ha venduto merci (come nel caso della prima lettera: sono mandate balle VI mercerie a Iohani de Alzate), ma anche comunicazioni sui prezzi dei vari articoli disponibili sia a Milano sia nei dintorni, nonché richieste dai fattori datiniani per i costi a Genova. Non raramente il Tanso dà istruzioni ai fattori datiniani riguardo a quali balle vadano caricate sulle navi, spesso richiedendo informazioni sulle rotte delle navi sul tempo e sui periodi di viaggio. Nella quinta lettera scopriamo che Tanso spedisce la sua lettera per Steffano Moriga el quale dè esse a Genoa fa più dì ed è chiaro che Iacopo fa altrettante richieste, visto che Tanso scrive, nella settima lettera, che ha ricevuto la lettera di cambio che va a Lorenso Pugolo e che la daremo bene. Altri commenti sfiorano i temi del trasporto della merce e delle condizioni meterologiche. Ad esempio, sempre nella quinta lettera, Tanso spiega che doveva mandare dei fustani a Genova, cosa che invece non avvenne per lo mal tempo, e poiché le aque sono grosse che ogni dì piove. Tanso comunica che quando bono tempo farà manderemolli.
Dalla terza lettera, datata 6 aprile 1397, veniamo a conoscenza della necessità di Tanso di comprare una casa a Genova. Aveva chiesto a un altro mercante del posto, Micheroxo Vacha, di cercarne una no tropo grande. Nella sua lettera a Iacopo, Tanso spiega che Micheroxo Vacha gli ha riscritto che no trova cassa che sia bona per me, ma Tanso non è convinto che Micheroxo abbia cercato bene. Chiede perciò a Iacopo di trovargliene una, ma non churo che sia presso de’ Banchi, solamente che sia bona he bella, versse Porta di la Vacha. E nell’ultima lettera le sue richieste divengono ancora più esigenti, poiché in essa Tanso chiede pure qualche femena lombarda he che conpre quelo che ha mestero zoè per la coxina.
La lingua delle lettere di Francesco Tanso
Metodologia
Il metodo qui adoperato per accertare la presenza di elementi toscani nelle lettere di Francesco Tanso è stato quello di confrontare la lingua delle sue lettere con elementi toscani e milanesi già identificati in altri testi contemporanei. Vista la mancanza di documenti lombardi trecenteschi, sono stato costretto a usare testi non sempre risalenti a questo periodo. Per la morfologia verbale, mi sono avvalso in modo particolare delle descrizioni dettagliate disponibili della letteratura di Bonvesin de la Riva del tardo Duecento (Domokos: 1998, 2003, 2007). 26
Le varietà di lingua considerate sono in una fase di sviluppo, per cui sarebbe erroneo imporre categorie fisse sia sul “toscano” che sul “lombardo”. Nonostante ciò, le storie linguistiche del toscano e del lombardo presentate nella prima parte di questo saggio ascrivono delle caratteristiche uniche a tutti e due i volgari, le quali sono state adoperate per verificare se Francesco abbia usato un elemento toscano/toscanizzato.
Grafia 27
La variante dominante è quella toscana per la palatale [ʧ], Francescho (I, 12) (III, 8) (VI, 5, 15) (VII, 16); Francesco (I, 4, 6) (II, 5, 6, 11) ecc.; merce (VI, 3); mercie (VI, 8); merciete (VI, 8); mercerie (I, 2) (V, 5), ma >
H- 29
La consonante si estende anche a varianti che non la avevano etimologicamente. 30 Gli unici casi nel corpus sono, habia (VII, 12); habiamo (VII, 3); hè (VI, 4, 9) (VII, 3, 5, 10); he “e” (I, 6, 6, 7, 8, 13, 14, 14) (II, 5, 6, 7, 7, 8, 8) (III, 4, 5, 5, 6, 8) ecc. heri “ieri” (III, 4) (VII, 2); ho “o” (III, 3, 8, 8, 9, 13); hogy (VI, 9).
La forma principale è -
L’unico caso presenta la forma settentrionale –
Non ci sono casi di x etimologica (ad esempio, nessuna occorrenza < ex-). Si trova in modo assoluto all’interno della parola, dove x rappresenta la fricativa dentale sonora. Talora in alternanza con le forme in s: coxina “cucina” (VII, 12); dixe “dice” (I, 7) (II, 8) (III, 11) (VI, 11) ma dice (IV, 13); raxone (I, 3); Micheroxo “Michelozzo” (III, 6); Nicoloxo (IV, 7); avixarà (III, 10); avixaremo (III, 5); avixato (III, 4) ecc.; bixogna (VI, 9); bixogno (III, 4) (IV, 2); caxa (III, 12) (IVv, 18); chaxa (IV, 7); chaxo (IVv, 3, 3); rixo (II, 8) (IV, 4); suxo (I, 4, 4) (II, 3, 5, 6, 6, 7) (III, 11); Tomaxo (I, 7) (III, 4) (IVv, 13); uxati (VIIv, 1).
Occorrenze di -y in cobrelety “copriletti” (V, 11); dety (I, 7); hogy (VI, 9); luy (VII, 10); manday (II, 3, 5); manderay (V, 5); montaty (V, 6); potety (IVv, 1); presty (V, 11); scrissy (II, 2, 3, 5); venuty (VII, 4) ecc. Esistono casi simili in Degli Innocenti (1984: 28) “frequente dopo vocale alla fine della parola”, es. zamay, perduy, bony ecc.).
z
L’affricata alveodentale sorda e sonora è rappresentata per lo più con
Fonologia
Vocali toniche
ă, ā
Sempre > a, anche davanti a
Sempre > e, femena (VII, 12); moneta (IIv, 2); penso (III, 7) (VII, 3, 15); spese (I, 21); tere (VII, 12) ecc. 32
L’esito 33 è quasi sempre > e, argento (VI, 6, 8); cento (IVv, 7) (V, 6); decenbre (V, 1); heri (III, 4) (VII, 2); pelle (IV, 4); Petro “Pietro” (III, 13, 13) ecc. Esiste un caso di > i in decinbre (IVv, 2) e un caso di > a in balla “bella” (III, 8). Non c’è dittongo in vene “viene” (VI, 9) (VII, 11).
In iato > i, Dio (III, 1) (IV, 1) (VI, 3, 4, 9, 12, 13); mia (I, 14). In alcuni casi > e, De’ “Dio” (II, 10); Deo (VII, 1); Deu (IIIv, 3) (IVv, 9, 17) (V, 9) (VII, 6, 8, 14).
ī
Sempre > i. 34 Esempi, aprile (III, 1); coxina “cucina” (VII, 12); fine (IV, 12); infine (IV, 6); riva (I, 3) ecc.
ĭ
Sempre > e. 35 Esempi, badesa (VII, 11); infermo (IV, 7); domenega (VII, 11); lettera (I, 8) (II, 2); lettere (III, 2); meno (II, 5); neva “neve” (Iv, 1).
Sempre > o. 36 Esempi, ogi (Iv, 1); porta (I, 7); tosto (IV, 8); volta (II, 7, 8) (IV, 4) e anche > o in sillaba aperta, bona (III, 7, 7, 8) (VII, 12); bone “buona” (III, 6) (V, 6); bono (IVv, 12) (V, 3, 5) (VI, 3, 16); bonora (VII, 2); novo (IVv, 10); riscotere (IV, 14).
Sempre > o. 37 Esempi, o, debitori (IV, 14); solo (IV, 14) ecc.
L’esito dominante è > o. 38 Esempi, molto (IVv, 12); sopra (VI, 3). C’è un caso di > i in alchino “alcuno” (IV, 10).
In iato, quasi sempre > o, doe (IV, 2); fo (VII, 6); foe ‘fu’ (VII, 2); soa (VII, 10) ma anche due (V, 6); sua (IIIv, 1) (VII, 2).
Sempre “u” che, come nota Salvioni in Bonvesin, ha il valore fonetico di ü (Salvioni, 1911: 375). 39 Nelle lettere di Francesco Tanso abbiamo churo (III, 8) e vituralle (III, 2).
Vocali atone
Vocali protoniche. In genere le vocali protoniche sono mantenute nel corpus. 40
Esistono alcuni casi di i > e. 41 Esempi, asegurare (VI, 3); caregatelle (I, 4); cobrelety “copriletti” (V, 11); decenbre (V, 1); decinbre (IVv, 2); Menyato “Miniato” (IV, 5); setemana (VI, 9); Venega (VIIv, 1).
Il mantenimento di “e” pretonica sembra essere in genere un fenomeno settentrionale. 42 Bonomi (1983: 254) ha notato che, all’interno del suo corpus cinquecentesco, “ben rappresentata è, più o meno in tutti i testi, la tendenza settentrionale (e più generalmente non fiorentina) al mantenimento della e protonica laddove in fiorentino si è avuta la chiusura in i, sia in posizione iniziale che mediana”, e che è difficile “sceverare la spinta dialettale dal concorrente influsso latino e poetico”. Nel corpus da me studiato, “e” pretonica generalmente si è mantenuta. Mengaldo (1963: 63) e Vitale (1953: 59) distinguono tra casi in cui e > i in prefissi e in posizione tonica.
Nelle lettere di Francesco Tanso e > i due volte, in ligare (II, 5) e in vituralle (III, 2) (IV, 13); due volte > a, Barcalona (VI, 5) e Pasano “Pessano” (V, 7).
Prefissi. Sempre l’esito de-, decenbre (V, 1); decinbre (IVv, 2). Quasi sempre re-, recevemo (IV, 2); recordeve “ricordatevi” (IIv, 2); regratia (VII, 5); remanderano (IVv, 13); rescrito (III, 7); respondete (III, 9) ecc., ma riceuto (VI, 2); ricevemo (VII, 2, 10); ricordati (V, 11); riscotere (IV, 14) ecc. Un caso di in-, inveriti (VIIv, 1).
In protonia sintattica. L’unica occorrenza della congiunzione in un periodo ipotetico è l’esito settentrionale se (VI, 9). 43 C’è una leggera preferenza per il toscano di (66 occorrenze) rispeto all’esito settentrionale de (50 occorrenze).
La “o” pretonica si è generalmente chiusa in “u”, ma non mancano i casi in cui resta invariata. Il mantenimento di “o” e la chiusura in “u” appare un fenomeno comune sia al toscano che al lombardo. Nel corpus di Bonomi (1983: 255), però, “rara è la chiusura di o in u, alla quale concorrono tanto la tendenza dialettale quanto, in alcune voci, latineggiante”. In questo corpus, l’esito è sempre o > u, tranne nella parola coxina “cucina” (VII, 12). 44
Tre casi di > u al posto di > o, dugana (I, 3, 6) (II, 4).
Vocali postoniche. In genere tutte le vocali sono mantenute.
Due casi di > e, domenega (VII, 11); femena (VII, 12).
Sempre > o, Genoa (I, 2) (V, 2) (VII, 3, 11).
Suffissi
L’esito toscano -aio in febraio (II, 2) e settentrionale -aro in genaro “gennaio” (VII, 6); -ay in febay (I, 1); -ayo in febrayo (VI, 1) (VII, 1) ed -ari in dinari 45 (III, 10, 13) (IV, 11).
Solo un caso del toscano -tori (in debitori, IV, 14), forse con tracce di metafonia nella -i finale, più presente rispetto all’esito settentrionale -ture/i.
Vocali finali. In questo corpus le vocali finali sono generalmente mantenute. Si tratta di un dato sorprendente, soprattutto alla luce del commento di Bongrani e Morgana (1992: 86–87), per i quali una caratteristica fondamentale di tutti i volgari lombardi medievali è “l’ampia caduta delle vocali atone, non solo in fine di parola (dove cadono tutte tranne la -a e la -e dei plurali, con conseguente uscita delle parole in consonante) ma anche all’interno, in sede pretonica e postonica”. I due studiosi notano, nella scrittura di Bonvesin de la Riva di tardo Duecento, che le vocali finali “tendono a cadere” (Bongrani e Morgana, 1992: 91), ma ricordano l’osservazione di Contini (1960: 670) secondo il quale le vocali finali sono “sempre passibili di conservazione per ragioni ritmico-sintattiche o d’indole particolare, sono cioè in una delicatissima posizione evolutiva, confermata da talune parlate odierne”. 46
Gli unici casi di > e sono bone “buona” (III, 6) (V, 6); verse “verso” (III, 8); versse “verso” (III, 8); volentere (II, 9).
Sempre mantenuta. Un caso solo di ipercorrezione, mestero (VII, 12). Le occorrenze che mostrano la provenienza settentrionale di Francesco Tanso sono como (I, 3, 6) (II, 3, 8) (III, 10) (IV, 4, 5) ecc.; cono “como” (III, 12, 13) ma come (VII, 3).
Consonantismo
Da notare l’uso di q- in quon “con” (III, 3). 47
Pochi casi di -
La forma dominante è
Quasi sempre -
Tutti i casi mantengono la consonante sorda. Esempi, alchino (IV, 10); alchuna (I, 10) (II, 9).
L’unica forma è con la scempia -
Sempre mantenuta, tranne un caso di > -
L’esito principale è il toscano
Sempre la forma settentrionale, faza “faccia” (I: 4) (III: 9) (IVv: 18) (VI: 3, 4) (VII: 8).
L’unico caso è hogy (VI, 9); ogi (Iv, 1).
La forma principale è -
Le forme sono -
Esempi, spagiada “spacciata” (IVv, 4); spagiamento (II, 5); spagiate (I, 2, 6); spagiatelle (I, 3); spagiato (VII, 4).
Solo licenziate (VI, 4).
Sempre -
La variante dominante presenta un esito toscano in sapiate (IV, 7) (V, 6); sapiati (I, 7) ecc. L’unico caso di lenizione è comune sia al toscano sia al lombardo, riva (I, 3).
Quasi sempre si ha l’esito toscano -
Sempre
Sempre
La forma dominante è la sibilante sonorizzata, rappresentata da -x-, avixarà (III, 10); avixaremo (III, 5); avixato (III, 4) ecc.; bixogna (VI, 9); bixogno (III, 4) (IV, 2); caxa (III, 12) (IVv, 18); chaxa (IV, 7); chaxo (IVv, 3, 3); rixo (II, 8) (IV, 4); suxo (I, 4, 4) (II, 3, 5, 6, 6, 7) (III, 11); Tomaxo (I, 7) (III, 4) (IVv, 13); uxati (VIIv, 1) ecc. Casi con -
In termini generali la consonante si mantiene, con pochi casi di lenizione. La forma dominante è quella toscana, canbeloti (IV, 12); debitori (IV, 14); moneta (IIv, 2); poteno (IVv, 1); potety (IVv, 1); potuto (IV, 14); sabato (VI, 9); salute (I, 2, 12) (IIIv, 4) (IVv, 11) (V, 10) (VI, 15) (VII, 16); scalinata (IV, 7); solicitate (VI, 5); subito (IV, 3) ecc.
La lenizione si trova in poduto (IV, 7); Salvadore (III, 11); spagiada “spacciata” (IVv, 4).
Altri fenomeni
Morgana (1985: 331, n.57) ha notato che anche nel Cinquecento la parola longo ha un “sapore latineggiante” ed è “rispondente agli esiti locali … le forme senza anafonesi specie per o sono, nei testi non letterari, fra i tratti più resistenti alla toscanizzazione”. 68 Vitale (1953: 62) registra un caso di mantenimento del dittongo ae in aedificare. Non esistono casi di metafonia nelle lettere di Francesco Tanso, e nemmeno nei dimostrativi plurali maschili, che presentano le forme quelli (1) e queli (1).
Una mancanza di anafonesi in ionta “giunta” (VII, 3); meliorate (VI, 12); meliore (III, 3) e meliori (IVv, 7).
Morfologia verbale
Presente indicativo. Per la prima persona singolare dei verbi nel presente indicativo, le due desinenze che ricorrono negli scritti di Bonvesin sono quelle in -o e in consonante. 69 Nelle lettere di Francesco Tanso ci sono 12 casi di -o e 3 di -oe, e nessuna con la consonante. Per la seconda persona plurale di verbi nella prima coniugazione, ci sono 12 casi del toscano -ate ed un caso anche nella seconda coniugazione. Non esistono casi di essere alla seconda persona plurale, ma si registra un caso di avete. I verbi irregolari mostrano in genere una desinenza toscana, dite (13 casi), devete (1), volete (1) ma anche potety (1). Un unico caso della terza persona plurale si registra in -ano, ma gli irregolari mostrano una tendenza verso forme settentrionali, diceno (1), deno (1), volano (1) e voleno (1). 70
Futuro e condizionale. Essere mostra una preferenza assoluta per la radice milanese ser- (contro il toscano sar-), con tutte le 15 occorrenze nella prima forma, serò (2 casi); serà (4); seremo (4); serete (2); serano (3). 71 Oscillazione tra -ar- e -er- protonico nei verbi futuri della prima coniugazione, 1singolare, -eray (1) e -aray (1); 3singolare, -erà (2) e -arà (1); prima persona plurale, -eremo (6) e -aremo (2); 2pl., -erete (1) e 3pl., -erano (1). 72
Pochi i casi di condizionale. Un caso di 1singolare -irebe della terza classe (my partirebe) e uno di darebe (cf. la prima singolare negli scritti di Bonvesin con la desinenza in -ev(e) e la 3singolare con -av(e). 73
Participi passati. Domokos (2007: 274) ha identificato tre desinenze del participio passato negli scritti di Bonvesin per i verbi della prima classe, -ado, -adho, -ao. 74 Dei 32 casi del participio passato dei verbi della prima classe esiste un solo caso di lenizione (-ada), mentre gli altri sembrano tutti toscani, -ato (17), -ata (3), -ati (2) e -aty (1), -ate (8). Per verbi in -ere le forme sono -ute (2) e -euto (1). Per verbi in -ire le forme sono -ito (4), -ita (1), -iti (1), -ite (1). Per avere, auto (2), ‘uto (2), auta (1), aute (1).
Morfologia nominale
Pronomi personali. I pronomi personali sono elencati in base alla persona: prima i pronomi soggetto, poi quelli diretti, indiretti, riflessivi e tonici.
Per la prima persona singolare, non ci sono casi di pronomi soggetto. Per gli altri pronomi si evidenzia una tendenza settentrionale. Per i pronomi indiretti, un caso della forma settentrionale me e uno di quella toscana mi. Per gli indiretti, due casi di me e uno di mi. Per i riflessivi, uno di my. Per i tonici, quattro di me.
Non si è riscontrato alcun caso di pronome della seconda persona singolare.
Nella terza singolare per pronomi soggetto, un solo caso di lu. Per i diretti, solo lo (14 occorrenze) al maschile e 13 di la al femminile. Nessuna occorrenza di indiretti al maschile ma uno di le al femminile. Per i riflessivi, uno di se e per i tonici uno di luy.
Per la prima persona plurale, esiste un caso di ci come pronome indiretto. Per la seconda plurale, 2 casi di voy come pronome soggetto, 14 di ve come diretto, 24 del settentrionale ve all’indiretto e un caso di ve al riflessivo. Per i pronomi tonici ci sono 7 occorrenze di voy.
Alla terza plurale non si registra nessun pronome soggetto. Per quanto riguarda i pronomi diretti, si hanno 4 occorrenze di li (due dei quali appare come –lli enclitico) al maschile. Per il femminile, le forme sono le (17 occorrenze), –le enclitico (3), –lle enclitico (10) e un caso di l’. Per gli indiretti, un caso di li e uno di ly. Per i riflessivi, un caso di se. Non esistono occorrenze di pronomi tonici alla terza persona plurale.
Aggettivi possessivi e pronomi indefiniti. Quasi tutti gli aggettivi possessivi riscontrati presentano una tendenza toscanizzante, mia (1), sua (2), ma anche soa (1), nostro (1), vostro (1) e vostra (4). Al plurale, nostre (2), vostri (1) e vostre (1).
Per quanto riguarda gli indefiniti, si registra una varietà di forme, anche se sembra prevalere il modello toscano: alchuna (2), ma anche veguna (1); 75 altro (11), altra (3), altri (1) e altre (2). Altre forme sono nesuno (1); ogni (2); tuto (2), ma anche tute “tutto” (1), e tuti (2); niente (1).
Preposizioni. Anche le preposizioni mostrano molta varietà. Si rileva però un uso prevalente della forma toscana di (66 occorrenze) rispetto a quella settentrionale de (50 occorrenze). Altre volte la forma lombarda è preferita, come nella attestazione isolata di indreto e nel già accennato caso di quon “con” (1). Per quanto riguarda le preposizioni articolate, esiste una consistente preferenza per forme non combinate: a la (6), a le (1), a ly (1); su la (1) e anche suxo (8); da li (1) ma dal (1); de lo (1), di lo (1); in la (3), in le (1), in lo (1) ecc. 76
Congiunzioni e numeri. Per le congiunzioni si constata un uso prevalente delle forme lombarde como (15) e cono (2) rispetto al toscano come, mai attestato. Per quanto riguarda i numeri, si nota invece un’occorrenza del toscano due (candilleri) e una del lombardo doe (vostre lettere).
Conclusione
La lingua delle lettere di Francesco Tanso presenta una varietà prevalentemente toscana, ma con elementi lombardi ben identificabili; colpisce soprattutto la grande fluidità di forme linguistiche presenti nel corpus. Lo spoglio linguistico presentato qui mostra una lingua eterogenea, che esemplifica bene lo sviluppo in corso nella koinè settentrionale del tardo Trecento, la quale si apriva sempre di più alle influenze toscane.
Elementi settentrionali ben evidenti si individuano in certi esiti fonetici, come l’affricata z- <
Nella letteratura secondaria, tutti i riferimenti alla toscanizzazione in Lombardia rimandano a un contesto elitario cancelleresco o a un uso letterario. Lo studio di Vitale sulla cancelleria ha dimostrato che il toscano si usava già al di fuori della sfera letteraria durante il Quattrocento nel Nord Italia. L’impressione che si coglie dalle esistenti storie linguistiche del volgare in Lombardia è che, prima di allora, il toscano non fosse un modello per scritti non letterari e che l’influenza toscana nell’ortografia e nella morfologia fosse poco presente. Altri studi hanno dimostrato che, nel tardo Trecento e all’inizio del Quattrocento, il toscano era molto più diffuso di quanto si stimasse in passato; questi studi, tuttavia, si sono concentrati su testi letterari. Il mercante Francesco Tanso non può essere collocato in nessuno di questi contesti, non essendo né un poeta e né impiegato di cancelleria. L’adattamento linguistico che dimostra nei testi indirizzati ai suoi interlocutori toscani chiama in questione la “scelta linguistica” dei mercanti. Questa scelta richiama “l’espansione verticale” del toscano, come la descrive Maraschio (1976: 37), e se sia cominciata prima. In questo senso, il “mistilinguismo come elemento stilistico” (Wilhelm, 2013: 135), cioè il tentativo da parte di Francesco di adottare il toscano (per quanto egli fosse capace di produrlo) può essere visto come una decisione strategica e stilistica di avvicinarsi ai suoi interlocutori anche con il suo comportamento linguistico. In altri termini, l’utilizzo del toscano non fu solo appannaggio dello strato più elevato della società milanese; contemporaneamente, infatti, il toscano fu impiegato anche nella comunicazione della classe mercantile, la quale, seppure meno istruita, si trovava talvolta nella condizione, come nel caso di Francesco, di dover scrivere lettere indirizzate anche a corrispondenti geograficamente lontani.
Poiché la metà del Quattrocento è stata suggerita come datazione più alta in riferimento alla toscanizzazione del volgare in Lombardia, la presenza del toscano o di elementi toscanizzati nelle lettere di Francesco Tanso si rivela sorprendentemente precoce.
Footnotes
Funding
The author is grateful for a University Postgraduate Award from the University of Western Australia and for a postgraduate award from the Cassamarca Foundation for the completion of this research.
