Abstract

per le inferme sterpaglie di Tricarico
per la questua dei corvi tra i frutteti
del tirreno, ruote d’inule secche.
per Rocco Scotellaro
I
La scrivania del vicinato è morta.
Ne conservo le fiaccole a olio. Madre
prodiga di baci e cipolle, aprivi
porte, paesi di pietra, cupe frange
di lana. Si mercanteggiava l’oro
socialista, le parole emigranti
gelose a morire in sonno. Le donne
nell’attesa trascinavano l’alba
fra terrazze e lardo di porci appeso
nel fuoco al fildiferro. Tra gli arbusti
la neve cade rossa in greve segno
di lutto. Il vento s’intralcia a piramidi
di stelle o colchici autunnali. Il sonno
brucia gli occhi del popolo straniero
fra i transetti delle chiese o predelle
di autobus vuoti. Stentano a partire
tra gelate. Quest’anno breve sogno
per la morte che presto sarà grano.
II
Il tuo mantello di feltro, ragazzo
che giochi mille lire al tuo biliardo –
nei tuoi occhi il padre soffia ombre di luce
che sapranno distinguerci dal vento.
I poveri mi dettano la Storia –
tamburo zingaresco, nel caucciù
del torrente sabbioso. Riconosci
il potere dei soldi chiusi in petto
nel rimprovero grigio, dove il tempo
può sostare allegramente, con triste
rappresaglia di bambini, nel gioco
della morra. Guarda, la luna imbianca
le colline con lo stesso pudore
delle nonne che si svestono agli occhi
dei nipoti, mentre fuori fa freddo.
Basta un sepolcro, un gesto di brigante –
tramortisci nel sangue le speranze.
Quei baffi masaniello, quei fantocci
arsi in piazza, il riso freddo del giorno.
Mezzo secolo scroscia dall’inganno
del salento, la morte, la prigione.
Ti rincorrono lo jonio, le tue more.
III
Il mito ci viene incontro. Ci è contro.
Nel meridionalismo, il vincitore
sconfitto, il nome del fratello matto
curvato leggermente con pazienza
di ginestre alle piogge. La conquista
del vino è netta, bersaglio di giovani
freddati a ventanni. Mostrami il sesso
con fierezza tra gli amici e le grotte
mute o silenziose, d’argilla o malve.
Mi ripeto, lo so, ma il sud m’inchioda
come una malattia al grido materno
di vedermi lontano dal Gesù
che ho ereditato. Non ho ancora vinto
l’obbedienza al fiasco, al mite stendardo
del vecchio bracciante. Parla del grano
come di un bambino curato a stento
fra i giorni siccitosi e le stranianze
di un’estate dimentica e solerte –
le sue maschere promiscue. Malpelo
cerchi un vuoto e una pace. È sera. Piove.
IV
Ma i quotisti affamati in giovinezza
di fieno imbastardito sanno l’ora
dei primi dimostranti, fra maligne
caverne dove i morti disperati
di orfanezze remote fanno vanghe
di legno per le mandrie. Ci scaviamo
fino all’osso. La pietra è un filo d’erba
che ti cade sul cappotto. Gorgheggiano
nei fossi i sindacati, ma nessuno
sente i poveri urlare, inginocchiarsi
fra i germogli. La tua casa è una roccia –
il fossile marino di un deserto.
Ma è la testa, Rocco, in lotta, a prendermi
d’inganno. È la testa, la testa. Il sole
sembra un ponte che unisce due barriere –
doganieri in fila muta fra le ombre.
V
Ci dividono le spoglie. Ma Roma
mi appare in salvazione, l’alba gonfia
dei giorni che precede, con preghiera
di puttane, col sonno delle vecchie
zappatrici, col sottile parlarsi
delle prugne. Fa impazzire la sera
nei suoi bar, nelle mute controversie
dei cani, nei lampioni accesi a festa.
Le donne con la spesa non sapranno
cosa avviene negli ombrelli, se smette
di piovere per piazze. Mi ripeto –
mi ripeto nel bere al pomeriggio
nebbie scure d’inverno. Cara madre
ti devo la scoperta di una morte
più viva della morte. Noi cerchiamo
la mente nell’origine, gravine
serenate. L’eternità è tutta lì, nelle ore.
VI
Quando passano i morti si schiudono le porte.
Poi corrono a mangiare. Il mio Tapera
sbraca gialle memorie di campagne
Non ti ho scritto per troppa commozione.
Le genziane sepolte, l’erba marcia
candele stinte al vento. Sibillino
riposava difforme il fiato breve
di un compagno. Noi siamo comunisti –
diceva – la terra è fredda, ma il gelo
potrà ancora inseminarla. Un ragazzo
che ti entra nell’argilla fa pensare
solitudine di madre, camicie
stese al sole. Ti ho portato pane e olio.
Non ho soldi, mi fa freddo. Non prego.
VII
Gocce di birra formano pozzanghere
nere sul quaderno. È un giorno, con peso
di menzogne. Mio fratello lontano –
è partito col paliotto d’argento,
di mio nonno. La morte ha preso tutti.
Le sigarettaie tramano ingiurie
rifugi agresti di boschi recinti.
Me ne andrò. Tu moltiplichi le facce.
Tu impazzisci, quel gracchiare di rospi
nei panni da stirare, scorgi il nulla
fra i ripiani del vecchio portafrutta.
Dio è il nostro essere compiuto, un pensiero
sovversivo. La tua giurisprudenza
infantile fa me stesso contro me.
Non ti chiamo chimera ma visione –
ombra mite, fuoco vedovo insonne.
Tu non sai cosa accade nei bar vuoti
d’oltrefrontiera. Tu puoi essere un’alba.
VIII
Le solfatare abbracciano quaremme
verso capostorno. I piedi non sanno
benedire la terra che nei solchi
di ardesia si restringe, sfugge l’ombra
che non vede più gli uccelli. Mi armavo
di stranianti bagatti, sillogismi
e intanto prolungavo l’ossessione
di ammalarmi. Era un limite il cancello
delle suore che muoiono di tisi
fra ghirlande di gigli, nelle bare
di mandorlo bruciato. Se ti chiamo
per nome, penso roccaforte, bacio
di un dialetto con lentiggini d’oro –
tu pregno di zolfo. La depressione
svuota il corpo. Mi daranno un impiego
serale in biblioteca. E uno stipendio.
IX
Perché mi atrofizzo in chiasmi di morte.
È un perenne recitare infedele
questa crisi d’assoluto nel sangue.
Si raggela lo sciopero. Ho deciso
consacrarmi alla salute, ma il vino
mi è contrario e comincio a dubitare
dell’arte contadina di star bene.
Tua madre, il suo cucito, frastagliate
penombre di un sentire chiuso al gioco
di un’antica verità. Come posso
conciliare la storia personale
col pensiero universo proletario
che è caduto in mezzo ai roghi, ai canneti
dove un tempo bandiere, oggi cornacchie.
È una frode di saggezza la mente.
Intorno al tavolo ride la tua ombra
mentre assorta in cucina, acqua bollente
nel catino di rame, spenna galli
tua madre. Qualcuno, forse un pezzente
l’inbrogliato dell’inps, ti deve la pensione.
X
Distingui la tua morte dal finire
per strada contro sampietrini. Fugge
nei tuoi progenitori la sintassi
dei malati. Ma qualcuno in pizzeria,
ti chiedeva il resoconto economico
dei grandi proprietari, falserighe
di agrarie velleità. Ma il latifondo
dovrà essere occupato. Un becco duro
di montagna divide la giustizia
della storia. Bisogna rovesciare
due spighe, un basto pieno di miserie.
L’eterno è nel fissare la civile
condizione in cui vivi nella morte
dove tutto resta fermo. È oligarchica
promessa di battaglie. Riduciamo l’orgoglio
la nostra povertà a uso meno infame.
XI
Il sud è morto. Tu ne spulci le ombre.
Perché il sole desolato trattiene
preghiere di fascine nelle donne
che ti piangono addosso. I nostri figli
sono lui. Nella pioggia madreperla
del ’53, lei calma per strade
tumultuose scriveva testamenti
d’amore condannato. Rocco, sgarri –
ma non puoi lasciarmi sola nel fondo
dei prugneti. Ma a Tricarico i ladri
corrono all’alba in mezzo ai morti, complici.
XII
Madre Olimpia col grembiule di crusca
pesta fieno per tre giumente baie
scomparse in qualche grotta di ginestre.
Ma la maledizione si contorce
nell’avvento del suo urlo – puttanone
mio padre recintava il suo podere
per non farlo infestare e tu m’inganni
miseria di una capra. Non hai mente
ma non basta avere mente, capire
che quest’anno il grano secco è più sacro
dell’ago di mia madre nel bicchiere
di polvere ragnata. È vuoto il sesso
ma le donne profumano di sangue
la sua forza virile, appena dietro
le dune dei morti. Lì, nel tramonto
dei primordi, scuotevano le gonne –
nel sudore si lasciavano entrare
per quei baci furiosi che il mezzadro
faceva ricadere sulle spalle
con la lingua, pronta a stringere il pube
con la potenza dei muli, nei giorni
di quaresima. E i figli a gareggiare
nel vino, la femmina prena, un gioco
di novembre dove i maschi si baciano –
la presenza dei morti getta funi
sul passo dei ragazzi musulmani –
ma è il vino, il vino fiero e luminoso
che traccia stornellate, fra visioni
di pupi e nere zingare di Giava.
Poi qualcuno cade. Olimpia raccoglie
ciò che resta del figlio, le sue spoglie.
Il pentimento non può esistere ai sud
perché il male è naturale ed è un male
sentirne le impietrite somiglianze
col basilico nero nel pitale.
Rocco, Rocchino, Malpelo – il valore
della tua socialità è l’incoscienza
di un’aurora fraudolenta. In un finto
giardino, le macerie non potranno
coprirti di merletti e gentilezze.
I gesuiti hanno bruciato le teste
dei vilucchi. Mia madre getta tozzi
di pane non ai cani, ma sui tetti.
Più nessuno verrà qui a festeggiarti.
XIII
Non girano i cordoni polizieschi
tra gli stazzi e le inferriate. E l’amore
per quei capelli rossi, le cravatte
slacciate da festoso muratore
si è racchiuso in precipitose fughe
dalla mente. Non è certo bastata
Una vita improntata alla ragione.
Ti cercavo in campagne transumanti
tra rafano e granturco imbarbarito
che insieme alle patate offriva grandi
focacce natalizie. Innamorata
natura di antica ragazza, prese
presto a incantarsi, fra grazia e denuncia –
la CIA, la teppa militare, assorta
nel buco della chiave. Si premeva
le tempie col salace giuramento
di un’infanzia in ginocchio sull’altare
del padre dissidente, fra rovine
di bretoni sapienze. Non sarebbe
bastato uscire per botteghe, fare
pizzi sangallo e crostate alle more.
Chiusa in casa lei pensava sempre – il mattatoio –
l’odore pesto delle sue macellerie, l’ecclesiaste,
le grigie camionette della Celere.
XIV
Cosa fanno i morti se è notte e piove.
Sfidano il gregario del nulla, il vivo
che non sa quanto semplice la gioia
di un mattino nell’erba. Tra fontane
d’acqua sporca, di scarpe appese al fico –
non diranno cafone né bastardo
i bruni forestieri del mercato –
sempre fango alle scarpe, il giorno dopo.
XV
Resta l’attesa di un’ombra, che all’alba
si toglie le scarpe fra raspi e un grido
lontano che nessuno può tradurre
né il ras, né l’analfabeta, né il figlio
che viaggia per brughiere e si ripete.
È un male far parlare il muto assioma
degli oggetti – c’è la rastremazione
delle capre muschiate fra i racconti
saraceni del primo venditore
di angurie. Per ore guardo le bietole
nel pane, tra i selciati. Nel mattino
l’operaio porta odore di mare.
Il sud è morto. Tu ne spulci le ombre.
1991
