Abstract
L'articolo esplora il sud Italia come luogo delle più stridenti contraddizioni e la fine, almeno al momento, di alcune speranze emerse; ciò con riverbero sia da un punto di vista sociale che culturale. L'attualità di Scotellaro emerge nel tipo di scrittura contaminata che sperimenta, nella cultura come fonte di progettualità politica, nell'idea di un sud trascendente più che preistorico.
Sono tempi difficili per il sud Italia. Ancor più che in passato. Il rapporto Svimez della scorsa estate testimonia la nostra crisi (e il tempo perduto) sul piano dell'economia, dell'occupazione, della politica nonché su quello di formazione, ricerca e consumi culturali. Ciò nonostante, non è vero che esistono due Italie come si dice sempre più spesso ultimamente. Piuttosto, il sud è il luogo dove esplodono con maggiore scandalo e clamore problemi e contraddizioni che riguardano l'intero paese, e forse l'intero continente. Il conflitto tra sviluppo e salute è uno dei problemi che riguarda il capitalismo del XXI secolo? Ecco che una città del sud, Taranto, diventa il simbolo di questa contraddizione. Il lavoro è il tallone di Achille dell'Italia della Seconda Repubblica? Ecco che in Puglia, nel 2015, si ritorna a morire nelle campagne (causa caporalato) come ai tempi di Giuseppe Di Vittorio e di Rocco Scotellaro. Il meridione è insomma la cartina di tornasole del paese, e chi non capisce il sud non può pensare di arrivare a capire l'Italia.
Alla crisi dei numeri (e ai drammatici risvolti che questa porta sulle vite reali di famiglie, donne, uomini, ragazzi) si aggiunge una crisi di leadership culturale. Il sud Italia viene da tre primavere fallite – quella siciliana successiva agli attentati del ‘92, dove sembrava che la società civile si fosse risvegliata prima di vederla ricadere in un sonno misero; quella campana di Bassolino, finita malissimo; quella pugliese di Vendola, mai diventata “estate” –, e al di là dei dati su disoccupazione e criminalità non si vede all'orizzonte una classe dirigente o un'élite culturale sufficientemente illuminata (o, quando illuminata, non sufficientemente forte) da produrre un cambiamento, non un pensiero meridiano che sia spendibile anche per questo secondo decennio del XXI secolo.
In attesa che qualcosa si muova, è indispensabile restare in contatto con la nostra migliore eredità, e tra la nostra migliore eredità c'è certamente Rocco Scotellaro.
Sono almeno tre, i motivi per i quali mi viene in mente l'utilità (specie in tempi di rotte da ritrovare) e l'attualità di Scotellaro.
Il primo motivo di “contemporaneità” riguarda lo stile del racconto. Libri come Contadini del Sud, o L'uva puttanella (Scotellaro, 1986) ben rappresentano la lette-ratura ibrida decenni prima che questa si riaffermasse sul panorama culturale italiano e non solo. Contadini del Sud esce nel 1954, ed è un'indagine sociologico-letteraria sulle condizioni di braccianti, mezzadri, artigiani, coltivatori diretti del sud Italia, condotta attraverso le testimonianze dirette dei loro protagonisti, testimonianze che Scotellaro raccoglie, riorganizza e trasforma in un racconto corale perché la voce del meridione possa venire fuori in modo più completo, più vero, più profondo di quanto sarebbe stato possibile attraverso qualunque lettura accademica o politico-ideologica. Quando, nell'Italia di inizio Duemila, la letteratura ibrida (la continua commistione di reportage, intervista, racconto letterario) si è riaffermata, spacciata da qualche furbo come nuova, pochissimi hanno fatto il nome di Scotellaro. Se si pensa che persino il new journalism dei Tom Wolfe, dei Truman Capote, dei Norman Mailer è successivo a queste prove, ci si rende conto di quale sia stato il peso specifico di uno come Scotellaro.
Il secondo motivo di “contemporaneità” riguarda il mettere questa esperienza e questo bagaglio culturale al servizio della politica. Scotellaro diventò sindaco di Tricarico giovanissimo, a ventitré anni. Sapeva tutto della gente a cui cercava di restituire dignità e libertà (“non c'è libertà senza giustizia sociale”, avrebbe detto Pertini), non sapeva abbastanza dei meccanismi perversi e meschini della politica, che infatti tentò di incastrarlo e ingannarlo, rendendogli la vita (non solo istituzionale) difficilissima. Scotellaro non portava insomma in eredità decenni di scuole-quadro nei partiti politici (era quanto di più lontano si possa immaginare da un burocrate) e non apparteneva a quella che oggi si chiama con troppa enfasi “società civile prestata alla politica” (i più o meno VIP amati dal pubblico dei media, ritenuti più credibili dei politici di professione e subito cooptati dai partiti per candidarli, trasformandoli nel giro di una legislatura nei propri fantocci). Scotellaro era, semplicemente, il “migliore dei suoi”, e per “suoi” intendo i cittadini che andava a rappresentare presentandosi alle elezioni.
Il terzo motivo di ammirazione (il primo, in ordine di importanza) riguarda la poesia e, in un certo senso, l'epica.
“Io sono un filo d'erba / un filo d'erba che trema. / E la mia Patria è dove l'erba trema. / Un alito può trapiantare / il mio seme lontano”.
Questi sono i versi di La mia bella Patria, (Scotellaro, 2004: 114) forse la poesia più nota di Scotellaro, e una delle più suggestive. C'è qualcosa, in questa lirica, che mi riporta inevitabilmente a fili d'erba più celebri, quelli del Walt Whitman di Leaves of Grass (Whitman, 1993). A Whitman probabilmente Scotellaro deve molto per la scrittura di questa poesia. Solo che mentre in Whitman a essere celebrata è l'età democratica appena nata negli Stati Uniti, il Sud di Scotellaro (che con Whitman condivide una certa tensione epica), esprimendo un panorama europeo, italiano, e dunque più verticale, conficcato nei secoli e nei millenni, mi sembra addirittura anteriore e più esteso in via ideale, più universale. Più che un sud preistorico è un sud trascendente, ulteriore, e precedente rispetto agli strumenti della testimonianza (i libri come Contadini del Sud) e a quelli della migliore politica. Tutto nasce da questo mistero, da questo filo d'erba in grado di trapiantarsi lontano, e qui non fondare (parola che è spesso sinonimo di violenza), ma ritrovare la propria patria.
