Abstract

1 - “Noi veggiam come quei c’ha mala luce”. Con gli anni Settanta, per lui era calato il buio e il verso di Dante da allegoria o metafora allusiva aveva finito per farsi prima profezia sgradevole, poi carne e dolore. “Lunghi tempi di cecità di massa” e di cecità personale, di sguardo nel buio. È un annebbiamento dei sensi e della mente che lascia allibiti. Nella sua ostinazione di scrittore e d’artista per Carlo Levi i problemi alla retina più che un semplice twist of fate erano un segno dei tempi. Nel Quaderno a cancelli (e in quei suoi strani disegni d’ospedale) si misura con una svolta storica, che per adesso gli sfugge, e fa a braccio di ferro col male, senza piegarsi. Scrivere, e dipingere, da cieco: per reinventarsi. Partendo da sé e da questa visione amputata: ripensarsi. Non è facile. Se vede qualcosa, sono solo ombre, “flashes nel buio”, però se ne fa una ragione, e non vuole arrendersi. Viveva in corpore vili un guasto più ampio: la fine di un linguaggio condiviso, e di un’Utopia. Nelle ultime pagine del Quaderno è evidentissimo: Levi non sta parlando (solo) di sé: descrive il Mondo (e questo gli scappa di mano e implode, degenerando). “Il mondo – scrive – è fatto soltanto ormai di strade che portano dappertutto in un perpetuo weekend poetico ….”.
È l’era – così la definisce – della Futilità (“questa visione della Futilità solenne, naturante, preesistente, inevitabile, fatale, biologica e personale sine persona o soltanto futilmente mascherata da qualche cosa, che sta là, appesa come un alveare sciamato …”). Bloccato a letto e con gli occhi costretti dentro un sudario di bende, reagisce a un destino comune, con impazienza, e elegge ancora una volta Picasso a genius locii del nulla, a Santo del giorno di un giorno senza santi. La fine di una Cultura, e della Politica, lo colpiscono come un affronto personale, e lui replica da par suo: in modo umorale. Per una volta, dismette le solite pose goethiane, da vecchio saggio. Il problema è capire come e perché andare avanti, e dove diamine andare (sapendo che appunto tutte le strade portano dappertutto, vanamente). C’è un modo di ribellarsi, di svicolare?
Per quasi un secolo Picasso è riuscito a portare avanti questo onorevole compromesso che salvava le ragioni (o almeno il ricordo o l’esigenza o l’esistenza) di una realtà possibile, e quella di una inesistente e rituale, di una irrealtà di massa. Se seguiranno lunghi tempi di cecità di massa, resterà l’ultimo rozzo conservarore di segni classici, se un rinascere di uomini, il dubbio difensore e malfido ma utile tutelatore e ostetrico della loro nascita ….1
Irrealtà e cecità di massa, mistificazione e resa al corso del mondo, rabbia e silenzio. Alla fine si soccombe, è inevitabile. Il “drago dell’irrelatà” evocato da Elsa Morante pochi anni prima per il Levi del Quaderno ha oramai quasi vinto e anche la parabola picassiana, nonostante i suoi furori, lo conferma. Quell’”onorevole compromesso” tra una realtà possibile e l’astrazione del presente da tattica difensiva si è mutato in rimpianto, o in fantasia. La guerra contro il Potere, la costante azione di sabotaggio contro lo “sguardo di raggio Laser dei massacri in Corea”, persino lo stesso sforzo – metodico, ostinato, meticoloso – di ridare forme e colori al mondo di un gigante come Picasso va letta in chiave di smacco, di fallmento. “Questa guerra, Picasso l’ha condotta sempre, tuttavia cedendo il terreno passo a passo”. Ma passo a passo si perde, svanisce tutto, e il Quaderno parte proprio da questa ferita che Levi – ottimista com’era, sereno com’era – subisce come uno sgarbo intollerabile. The times are a’ changin: nell’arco di pochi anni il canto di speranza di Dylan si è rovesciato nel suo opposto, ed è sconcertante. Costretto nel buio, Levi questo lo vede benissimo; meglio: lo sente. Non c’è quasi niente da dire, e ancor meno da fare. I tempi e la Storia mutano e, dentro ai tempi alla storia, il sogno dell’arte e della politica cedono il passo all’incultura di massa, al mondo dei ciechi.
La diagnosi non è molto distante a quella azzardata negli stessi anni da Pasolini e Elsa Morante (o da Hans Magnus Enzesberger) ma che un simile grido d’allarme venga da un uomo di luce e da un figlio dell’Olimpo come Levi fa davvero più impressione: spiazza e stupisce. Come ai tempi di Paura della Libertà, contempla l’abisso, e non fa per lui. Impossibile far finta di niente, guardare altrove, ma non c’è alternativa e non c’è via d’uscita (d’altronde, mica può chiudere gli occhi: sono già chiusi). Sicchè bisogna esporsi e rischiare, ridiscutere tutto. Allora – si domanda - quando un mondo finisce, che resta, se qualcosa resta, e, invece, cosa finisce? Per Levi, finire finisce più o meno tutto, senza far sconti. L’Italia che aveva amato; l’azione politica nel solco della tradizione del movimento operaio e socialista; la rivoluzione; il senso di scambio e comunità, la vita culturale. Persino – a tratti - il volo folle e ambizioso e anarchico dell’arte, della creazione.
Il Quaderno è la cronaca di una crisi totale, privata e comune.
2 – “In umidi tramonti di casta autocompassione. Qual è quell’io che sono io, quale che non sono”? Domande non necessariamente oziose, per quanto ovvie. Domande che era costretto a lasciare provvisoriamente in sospeso, a rinviare. Alle spalle, un percorso – personale e collettivo – esasperante. Dinnanzi a sé, l’oscurità più estrema, non solo fisica. Blindato nel buio, vede – senza vedere – o, ancora meglio, afferra, annusa, intuisce; percepisce. Attorno a lui, un popolo di ciechi, à la Diderot, e troppe cose e occasioni e azioni e intenzioni sterilizzate in rito, cerimoniale. Se parla di autocompassione non intende certo indulgenza, retrospettiva. I suoi anni nella politica, i suoi anni da senatore: tempo sciupato. L’intuizione, tremenda, del Levi primo anni Settanta, riguarda la fine di un mondo che non sa di essere finito e quindi ha a che fare con inganni e autoinganni, immagini monche e sfalsate, falsa coscienza. Ognuno sfoglia le sue dannate back pages: è desolante. L’ “I'm younger than that now” di Dylan diventa un monito. Per quanto lo riguarda, capisce d’esser stato più cieco prima dell’avvento fortuito di questo suo esasperante e improvviso long black veil, o meno accorto. Cogliere lo scarto profondo tra sé e la società, tra sé e il mondo; cercare di tornare a definire “quell’io che sono io”, e “quel che non sono”. Prima ancora di provare a ridefinire le sue mappe, e, grazie alla cecità, sgombera il campo. L’idea è quella di tornare a una condizione più estrema e all’essenza di sé stessi, senza prebende e onori e illusioni, e teorie e schemi. Se per dieci anni si è sentito un “Gulliver caduto legato nel sonno in mano dei pigmei … con il senso straziante di una fine, di un errore o tradimento fondamentale”, adesso vuole “assumere su di sé la malattia (con tutti i suoi ambivalenti significati)” e ammette di accettare “la perdita dell’integrità, o verginità”. È un modo per andare al nocciolo della questione, e per spogliarsi.
Vissuto senza riti, battesimi, circoncisioni, sacre abluzioni, cerimonie statali o idolatriche, senza iniziazioni rituali, Bar-mishvà, noia di quella lingua sacra insegnata pappagallescamente, formule magiche di suoni, senza cresime, confessioni, feste consacrate, appartenenze, tessere, ordini, accademie, senza sogni di falso potere, iscrizioni, nomine, premi, medaglie ….
Il Quaderno nasce (e coincide) con quest’operazione estrema di spoliazione, è un taglio netto. Parlare di ‘crisi’ è esatto quanto generico. Negli anni Settanta, Levi c’era già entrato con perplessità, amarezza, disillusione, ma il distacco intellettuale e il dubbio, l’insofferenza dal campo del giudizio (estetico e politico) invadono anche la sfera personale, e cambia tutto. Il problema è sentire svanire con la propria presa sul mondo anche sé stessi (e tornare a quelle domande ovvie, ma ineludibili: chi sono davvero io e cosa non sono?). L’Italia non è più quel meraviglioso “volto che ci somiglia” (così come negli anni Cinquanta, e in parte, nei Sessanta), la società si è fatta meschina pochade o pantomina e persino il proprio ruolo personale di intellettuale e di artista gli suona falso. Ma adesso che si sono spente le luci e la mutazione politica e sociale è diventata un fatto personale, è molto peggio. Esistono istanti – e crisi – per azzerarsi. La malattia – ma potrebbe essere un amore, o chissà cosa – riconnette il mondo e la sfera del sé, nel negativo. Diversamente da prima, però, adesso lo sa, e non è poco. Rappresentante del popolo (in termini metaforici come alla lettera) Levi non vuole essere più, né potrebbe farlo se non indossando una maschera ridicola, recitando. “Nessuno può rappresentare nessun altro se non come attore o venditore o notaio o legali: non si può rappresentare che sé stessi”. In termini politici è una dichiarazione impegnativa, ma non c’è rimedio. Levi adopera la metafora della barba, per spiegarsi meglio. Agire in nome di qualcosa o di qualcuno vuol dire indossare “titoli, abiti e barbe” ma “per chi, senza barba, non sa e non vuole e non può rappresentare che sé stesso, non c’è posto in questo teatro baalico e ideologico di potere senza potenza”.
D’altronde – per quanto evochi Gulliver incatenato nel sonno dai maligni pigmei – non è colpa di nessuno, neanche sua. I tempi sono cambiati, e il nodo è quello. Nel Quaderno l’osmosi tra crisi interiore e devastazione del paesaggio politico e morale è interminabile e la cosa straordinaria di questo libro che non è un libro sta precisamente in questo costante andirivieni tra un piano all’altro. Può stupire, ma Levi non è stato mai meno narciso. Nella sua opera più sfacciatamente privata, personale, idiosincratica, oltre che a ogni forma di ‘barba’ rinuncia allo stagno del mito e si specchia nel Mondo. La scissione apparentemente definitiva tra verità e politica (è il tema su cui stava lavorando Hannah Arendt giusto in quegli anni), lui, che su quella relazione ha costruito quasi tutta una carriera, la vive – e la subisce – come un affronto. Normale che ne esca con le ossa rotte, disorientato.
Leggere il Quaderno come l’esercizio spirituale (o l’autoterapia) di uno che si ostina a credere nell’arte nonostante la cecità è riduttivo. Come Elsa Morante, la Arendt e Pasolini, come Enzensberger e Dwight Macdonald, nello scavallare del decennio Levi avverte una cesura irrimediabile che, oggi lo sappiamo, era un presagio (la loro intuizione si avvera negli anni Ottanta e, sinistramente, nessuno di loro sarà ancora lì per constatarlo). Levi, il cieco, guarda con occhi altri, da sciamano inviperito, e coglie nel segno. Per una volta la sua prosa è espressionista, arrabbiata, militante e arrischiata, senza freni:
Tutte le impalcature civili e morali e estetiche e religiose crollano, come i resti delle facciate di gesso delle Esposizioni Internazionali della Belle Epoque ….persino le parole di verità, umanità, umanesimo, realtà, realismo, possono, quasi per un riflesso, provocare di per sé una nausea fisica … Lo stesso avviene per i fatti che ripetono e peggiorano, per maggiore falsità e ipocrisia, i Lager di sterminio. Così i B 52 americani nel Viet Nam possono dare di per sé alle stesse parole Freedom e Democracy gli irresistibili effetti emetici di un veleno …
Ma non è un’invettiva politica, o non soltanto. Il presente, che Levi, e lo sa, è solo una possibilità, e promette il peggio, è come tarato da una straordinaria “mancanza di elasticità nel rapporto con le cose” e da codici e schemi che fissano ogni rapporto in rituale. La realtà vera, ridotta in cattività come una principessa delle fiabe, cede campo alla Futilità, che è un drago pigro, e quella crisi totale della politica si estende a colonizzare l’esistenza ordinaria, e anche il profondo (dell’Io, della psiche, dei sogni, della passioni). L’andirivieni tra dimensione pubblica e privata è sempre più accelerato e su entrambi i fronti. “Esplicito, colorato, mobile, vivo”, il “mondo delle cose” si tramuta in una fantasmogoria di merci, consumi, scambi; la lingua si sterilizza in forme trite e ritrite, convenzionali, e “l’esistenza stessa delle passioni” è confutata o, peggio, trascritta in parodia, anestetizzata. Davanti a questo sfacelo persino l’arte tace, si sa impotente. E Levi torna a parlare di riti, miti d’accato e falsi, di cerimonie. Viviamo e non possiamo negare che adesso “ci si trovi di fronte a un rituale, o peggio a un cerimoniale tutto prescritto e scontato per far vivere gli idoli della realtà” al posto della realtà, e contro di essa. Futilità significa passare il tempo in “un enorme rituale che ci segue e circonda senza scampo, in ogni istante”.
L’intensità straordinaria, la brutalità logorroica, questo distillato di dolore allo stato puro e di torrenziale sconcerto e spaesamento e disincanto che attraversano tutte le pagine del Quaderno si rivelano in questa terra di nessuno tra pubblico e privato, a metà strada tra lo sfacelo della politica e una sottile, capillare paralisi della vita quotidiana, dell’esistenza. L’“enorme rituale” riguarda la vita activa e la vita della mente: è esasperante. Per Levi, lo smacco della Rivoluzione prelude alla fine di ogni altra possibile rivoluzione, anche interiore. Vivere dentro un “rito” significa accettare che l’ampia ricchezza del cosmo, coi suoi colori, sia sacrificata e costretta o, peggio, annichilita, tolta di mezzo. La ruscellante esperienza, l’imprevedibile varietà del vivere improvvisando, in mezzo agli altri, assume adesso l’aspetto di un copione obbligato, senza margini di giocosità e invenzione, e senza sorprese. Il trionfo della Futilità è un sipario (noioso) che cala su ogni avventura, su ogni emzione. Dal mondo come occasione e scoperta e imprevisto al mondo come ciarpame, dalla libertà del “mondo” alle costrizioni filistee della ‘società’, il passo è breve. E Levi torna alle sue metafore teatrali e barocche, e al suo malumore. Eccolo, è qui, proprio davanti a noi, e ci tiene in scacco:
Il mondo del ciarparme, dei trovarobe, dei servi di scena, delle barbe finte, dei Re, degli Imperatori, e Paridi e Elene e Vescovi e Arcivescovi e Personaggi e Persone e Maschere da Gran Teatro del Mondo, da Corte Imperiale, orpelli, ambre, ori e argenti e chincagliere, e quel tedioso scenico accordo e convenzione, quel sipario che va su e giù, quelle macchine, quei trofei!
3 – Sin da subito, il Quaderno si misura con l’approdo terminale al silenzio, e, da subito, evita di considerarlo, lo rifiuta. Scivere e disegnare da ciechi, insistere, ostinarsi. Adesso che subisce l’assalto della malattia, Levi si affaccia sul “lungo e sterminato cerchio del tempo” e rimane interdetto. Altrettanto “sterminato” lo “spazio dell’impedimento” limita la sua vita, paralizzandolo. Au solit, è una questione tutta sua e un fatto del Mondo. La Storia gli appare fuori sesto e insulsa e senza centro ma i suoi giorni nel buio restano belli e preziosi, irripetibili. Non vuole sciuparne niente, neanche un istante. Per quanto sia messo a dura prova, il gusto del mondo e un’esigenza di vita hanno la meglio sulla disullusione e sulla cupezza, almeno come desiderio e irrequieto puntiglio, punto d’onore. Nel mondo secondo Levi non c’è posto per il manicheismo dei Felici Pochi e degli Infelici Molti, caro a Elsa Morante. Per lui gli uomini si dividono in diabetici e allergici e lui – neanche si pone il dubbio – sta coi secondi. È un limite e una risorsa, e comunque è così, e va accettato. L’amor mundi del diabetico che tutto assorbe e ingerisce e ingurgita e divora è anche una trascinante passione impastata di desideri e speranze, curiosità. Anche qui, nel Quaderno, un impulso di gioco combatte il ristagno del presente, per sabotarlo. Scrivere (e dipingere) per salvarsi la vita, capire di più e meglio, ma pur sempre scherzando, anche se in modo serio. “Ozio, puro divertimento e parentesi e follie, assonanze o rime”: è curioso, ma proprio adesso che è blindato nella tremenda quiete di una corsia d’ospedale, Levi sente l’esigenza imperiosa di ritrovarsi (e spogliarsi), e di ricominciare. Sceso dal palco dove ha messo in scena il suo Io per decenni (dietro a una sorta di ‘barba’ posticcia, e a mille e più pose), ora assapora il piacere inconsueto di uno che non vede niente ma ‘sente’ e percepisce e stupisce e si mette in ascolto, si pone in attesa. L’incipit dell’Orologio, con quell’evocazione del ruggito dei leoni nella notte di Roma, torna stravolto per colpa delle tenebre, e in chiave minore. Non vedendo che ombre, Levi ascolta voci, cataloga rumori:
Passano, con fragore, le macchine notturne, gli ultimi ritorni della Domenica. In qualche intervallo silenzioso, voci umane, da tempo ricadute, strani suoni nel frastuono dei primi autocarri. Come suonano vicine, familiari, queste voci indistinte, sottolineate dallo sbattere, come di porte, di ultimi saluti prima di salire nelle stanze affocate, o arrivederci di amanti prima di lasciarsi, o parole tranquille di ladri di auto, intenti al lavoro notturno. O Anima liquida! Non fermarti … ma scorri libera e felice, secondo la tua natura.
Sono istanti di astratta sospensione e assurda felicità, senza barriere. Il mondo, aggiunge poco dopo, “può stare in una mano”, e non svanisce nonostante la Futilità e il ciarpame, e la cecità. Si giunge a un punto di non ritorno, a un grado zero, e – inopinatamente – si riaccende una scintilla, qualcosa riparte. “Pacem in terris”: lo scrive quasi stupito e turbato, ma senza ironia. Il mondo può stare in una mano e tutte le cose tornano a uno stato, miracoloso, di fluidità. È questione di misura, certamente. Per Levi, adesso, passato per questa porta stretta di dolore e spaesamento, disillusione, lo scorrere stesso dei giorni riprende slancio. Che il sole – scrive – nasca e sempre rinasca è “consolante” a patto che questo eterno andirivieni vada inteso per quel che è – una pura magia – e non come uno “stesso identico rito” da “ripetere” ogni giorno, stancamente. È un altro modo di vedere (senza vedere), e di pensare, che prende congedo dalla tradizione – bifronte – del “pensiero borghese” e “rivoluzionario”, strani gemelli. L’intuizione di Levi sta nell’arrivarci da solo a questo approdo, e passando da sé, dai mali suoi. Bisogna iniziare a sentire-vedere il mondo diversamente (e senza nessuna concessione alla mistica o all’oscurantismo new age, a voghe idiote). Vivere e continuare a vivere, semplicemente. Che altro c’è di meglio, o c’è di più? E vivere davanti al mondo e alle cose del mondo, agli altri e al caso. “Io accetto il caos, non sono sicuro che lui accetti me”, scriveva Dylan. Levi potrebbe sottoscrivere questi versi, farci la firma.
4 – Che fosse arrivato verso la fine della propria parabola creativa, lo presentiva. Stanco, malato, deluso da troppe cose, disorientato: per capirlo, lo capiva, limpidamente. E tutto sommato, poteva prenderne atto, farci i conti. Non se ne inquietava, anzi: tutt’altro. Nel Quaderno, Levi ritrova lo slancio anarchico di Paura della libertà, l’appassionato sarcasmo di quando era giovane. Ha varcato una soglia, e adesso si si pone le stesse domande, torna all’essenza: “dove portano le porte aperte? Quando suoneranno le fanfare, la libera uscita, la fine della servitù militare”. Quello che aggiunge subito dopo è illuminante. Le porte aperte fanno ancora paura ai pavidi e ai borghesi, ai filistei:
“per qualcuno è un momento temuto: per coloro che hanno, naturalmente, paura della libertà ….per altri un momento da accettare con goia, ma da rinviare il più possibile ….”.
Levi, invece, accetta le “porte aperte”, ora può farlo. Quando ci si è liberati da tutti gli orpelli, le cariche, i falsi sensi del dovere, gli imperativi vuoti, le barbe finte, davvero è solo questione di “porte aperte”, e di amor mundi. In questo libro solo apparentemente cupissimo c’è una grande felicità, e pace e speranza. In un passo decisivo, Levi accomuna la ricchezza della realtà al volo degli uccelli, imprevedibile:
La realtà scoppia di pienezza, di molteplice contemporaneità, di mondi infiniti, diversi, equivalenti, dell’essere. Come il volo degli uccelli è forma della loro visione, moto visionario, linguaggio formale ….come i grandi cerchi del volo degli uccelli, il modo stesso della visione e del linguaggio, con gli infiniti semitoni e metafore del suo canto, e le intermittenze del cuore e il battere delle palebre su occhi che in infiniti modi diversi, guardano …
Oltre le “porte aperte”, e oltre il velo della cecità, della malattia, il Quaderno diventa una ricognizione di questi “infiniti modi diversi” di guardare il mondo e agire e stare nel mondo, per cambiarlo soltanto dopo essersi accettati e rinnovati, o reinventati. “Qui si può scrivere un libro, un libro intero, anche lunghissimo e sterminato ….”; vale per lui che lo scriveva ma vale anche per chi lo legge, o lo attraversa. Il Quaderno è un (felice) labirinto o una foresta incantata, senza malie. La molteplice contemporaneità di cui scoppia la realtà, e la sua pienezza, si possono cogliere – e godere – soltanto respingendo le forme di sguardo e pensiero e giudizio troppo forzate e rigide, troppo schematiche (il nemico è sempre la “paura della libertà”, questa sconcertante tendenza umana ad automutilarsi, a anchilosarsi). Levi, in una delle pagine chiave di tutta la sua opera, evoca “altri occhi, altre vedute, altri visi, altre voci, altri pensieri”. Per non “essere deformi”, per non amputarci, per non limitarci, dobbiamo diventare capaci di mutare senza farciacceccare “dalle forme” e dalle regole, da riti e norme. “Essere anche volta a volta lumaca, pesce, lucertola, gufo o aquila o ogni altro essere vedente …”: gli esempi sono tratti da un fantastico bestiario, ma restano esempi. L’obbiettivo esistenziale – e quindi paradossalmente politico – è lasciarsi plasmare “dalle contemporaneità e dalla pienezza di queste infinite visioni” e ritrovarsi come “il luogo di tutti i rapporti possibili, di tutte le visioni possibili, di tutti gli occhi possibili …”.
Onde innumerevoli partono da ogni lato e si incrociano e sovrappongono, onde di visione, di attenzione, di amore creativo; e il loro invocarsi e sovrapporsi e annodarsi e sommarsi delinea le forme, le fa chiare e vive e nitide e luminosamente reali. Solo in questa realtà infinita ritrovi la lumaca e l’uccello, e ogni cosa vedente e veduta; e soltanto qui ci sarà posto anche per chi cammini con un occhio chiuso, anche con un occhio che appare deformante, un occhio di pesce, di lumaca, di lucertola, di gufo, di falco.
