Abstract
Il saggio prende in esame la figura del Virgilio di Dante secondo l’interpretazione offerta da uno dei critici danteschi più autorevoli del nostro tempo: Robert Hollander, che nello studio Il Virgilio dantesco: Tragedia nella “Commedia” (1983) presenta Virgilio non più come simbolo della ragione umana, ma come una “tragedia” nella Commedia. Anche se Dante nutre tanta ammirazione verso il suo maestro, questo non gli impedisce di collocarlo per l’eternità nell’inferno. A differenza di altri personaggi pagani che vengono sottratti dalla dannazione eterna, fra cui Stazio e Rifeo, Virgilio non viene salvato da Dante. Questo aspetto rende, secondo Hollander, il Virgilio di Dante una vera e propria tragedia.
Robert Hollander, uno dei critici danteschi più autorevoli del secondo Novecento, si è soffermato in maniera originale sulla figura di Virgilio, perché diversamente dai critici che lo hanno preceduto, fra cui il gesuita Giovanni Busnelli (1918: 32–50), che hanno interpretato Virgilio come l’allegoria della ragione umana e naturale (Auerbach, 2009: 220; Hollander, 1989a, 1997, 1 2012b; 2 Ledda, 2008: 76), Hollander (2012b: 67) considera la guida di Dante come un personaggio storico, realmente esistito, e non una personificazione allegorica astratta della ragione umana. 3 Scrive Hollander (2012b: 68): “Virgil is not Reason, but a human being whose highest capacity is reason.” Anche se per alcuni critici, fra cui Fulgenzio e Bernardo Silvestro, Dante nella Commedia rappresenta l’istinto e Virgilio simboleggia la ragione umana, per Hollander (2010) invece il poeta latino è l’incarnazione di una vera e propria tragedia, poiché Dante lo percepisce da un lato come poeta-vate e dall’altro come profeta fallito. In questo studio intendo approfondire l’interpretazione del Virgilio dantesco offerta da Hollander, partendo dalla descrizione dell’inferno dantesco.
L’inferno di Dante è un luogo buio, tetro e tenebroso; questo luogo orripilante – come rileva Francesco de Sanctis (1965: 184) – è “il regno del male, la morte dell’anima e il dominio della carne, il caos: esteticamente è il brutto.” Dante toglie a questo luogo la speranza, le stelle, il tempo, il cielo e, soprattutto, toglie Dio (De Sanctis, 1965: 184). La completa assenza di Dio è, senza dubbio, la cosa più terrificante della realtà infernale. Eppure Dante non esita a collocare Virgilio nell’inferno, benché sia “il maestro della sua vita e padre del suo pensiero”, inviatogli “nel momento di più grande angustia” (Auerbach 2009: 123), seppur nell’unico luogo privilegiato perché bagnato dalla luce e nella serena compagnia dei grandi della classicità pagana.
La tradizione del limbo – com’è noto – nacque come reazione all’affermazione dei sostenitori di Pelagio, i quali, convinti che per ottenere la salvezza non occorresse la Chiesa e neppure il battesimo, sostenevano che i bambini non battezzati potevano accedere al paradiso. A tal proposito sant’Agostino puntualizzava che i bambini non battezzati erano condannati per l’eternità all’inferno; in seguito sant’Anselmo e gli Scolastici, riprendendo l’insegnamento di sant’Agostino, sostenevano quanto affermava il vescovo di Ippona: il limbo era un luogo che non fa parte né del paradiso, né dell’inferno e nemmeno del purgatorio (Gumpel, 1975: 850). Questo insegnamento è attualmente superato, basti pensare che la Commissione Teologica Internazionale della Chiesa Cattolica (2007) non accetta né l’idea del limbo né quella che destinava i bambini non battezzati alla dannazione eterna. 4
A prescindere dalla posizione della Chiesa, occorre soffermarsi sulla convinzione di Dante, per il quale il limbo costituisce il primo cerchio dell’inferno, dove le anime, avvolte nelle tenebre, sospirano incessantemente il desiderio ardente di Dio: “La loro punizione è desiderare la felicità eterna senza la speranza di poterla mai raggiungere” (Ledda, 2008: 109). Secondo Dante, inoltre, la giustizia divina fa in modo che la buona fama che hanno ottenuto in terra per via del loro ingegno e delle loro opere le collochi in un “nobile castello” (Inferno, II, 106 5 ), modellato sui Campi elisi virgiliani (Ledda, 2008: 109), l’unico luogo a essere illuminato. È in questo nobile castello che Dante pone Virgilio, rappresentato dal poeta fiorentino come uomo colto, fonte di conoscenza, che merita profondo rispetto e ammirazione. Fra alcuni suoi attributi, vanno segnalati quello di “duca, segnore, maestro, poeta, savio, e padre” (Gmelin 1955: 59–60); senza dimenticare la fama di Virgilio nella qualità di filosofo, come osserva Giuseppe Mazzotta (2014: 31). 6 Dal momento che Dante percepisce Virgilio come fonte del sapere, il poeta fiorentino, secondo Gino Funaioli (1955: 334), cerca di imitare “l’alta tragedia di Virgilio, l’Eneide, che Dante ‘sapeva tutta quanta’, [e questa] fu ‘nutrice a lui e mamma’”.
Questa influenza dell’opera di Virgilio su Dante, già sottolineata da alcuni studiosi italiani, viene approfondita dal critico americano, che in uno dei suoi saggi compie uno studio comparato tra i primi due canti dell’Inferno e il I libro dell’Eneide, individuando diversi motivi comuni fra le due opere; a partire dalla consapevolezza nei due poeti di essersi persi (il poeta latino per causa del maltempo, mentre quello fiorentino per il traviamento spirituale). Altri motivi comuni sono: la metafora dell’acqua esprimente la loro angoscia; la vista orripilante delle tre bestie; l’aiuto soprannaturale (Virgilio dalla madre Venere, e Dante da Virgilio, a sua volta mandato da Beatrice); la rassicurazione della loro salvezza.
Tuttavia, secondo Hollander, Dante ha tratto dall’Eneide non solo temi, ma anche citazioni che a volte rasentano il plagio: nel XV canto del Paradiso, per esempio, con la comparsa di Cacciaguida si riscontra “la citazione dell’Eneide più ovvia e più estesa dei primi quindici canti del Paradiso” (Hollander, 1989b: 110). Comunque Dante, per Hollander, non solo cerca di imitare o citare Virgilio, ma lo emula, perché Dante sarebbe tanto tragediografo quanto commediografo, alla stregua della teoria di Socrate nel Simposio che rileva come “the fully skilled tragedian could be a comedian as well” (Hollander 1980: 218). Infatti Hollander (1980: 218) interpreta i vv. 22–24 del Paradiso (“Da questo passo vinto mi concede/ più che già mai da punto di suo tema/ soprato fosse comico o tragedo”) come rivelatori della capacità dantesca di sapersi cimentare allo stesso tempo sia nello stile tragico che in quello comico.
Dante, però, supera Virgilio non solo per il suo stile, ma anche per la sua fede: la mente di Dante riesce infatti a comprendere la fede cristiana, convinto che solo questa possa portare alla salvezza. Viceversa l’intelletto “quasi perfetto [di Virgilio] era stato infirmato dall’incapacità di avere fede” (Hollander, 1983: 71). Del resto Virgilio nella Commedia si discosta dagli altri virtuosi pagani, sia nel IV canto dell’Inferno nel limbo sia nel III canto del Purgatorio, vv. 34–44, quando si differenzia da Aristotele e Platone. Il critico americano afferma che probabilmente Virgilio si distingue dalle altre magne anime pagane perché quando era ancora in vita aveva avuto delle intuizioni che potevano salvarlo, il che costituiva un caso speciale; tuttavia egli decise di ignorare tali intuizioni. È per questo, secondo Hollander, che Dante usa il lessema “ribellante” nel verso: “Perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge” (Inferno, I, 125) e lo condanna per l’eternità a vivere “tra la perduta gente” (Inferno, III, 3).
Dante ammira molto Virgilio, eppure nonostante questa sua grande ammirazione non lo salva. Secondo Hollander (1983: 129), questo succede “non perché gliene mancasse l’audacia, ma [proprio] perché non volle salvar[lo].” Questa volontà di Dante di non redimere Virgilio è evidenziata dal fatto che parecchi pagani nella Commedia vengono salvati. Basti pensare a Catone e Stazio che si trovano nel purgatorio, oppure a Traiano e Rifeo che si trovano nel paradiso. Virgilio invece no! Il poeta latino deve risiedere per l’eternità tra “la perduta gente” (Inferno, III, 3).
Il primo pagano salvato che incontriamo nella Commedia è un eroe del poema lucaneo: Catone. Nel Convivio (IV: XXVIII) Dante chiede: “E quale uomo terreno più degno fu di significare Dio che Catone?” A questa domanda, lo stesso Dante risponde: “Certo nullo.” Nell’opera di Lucano si legge che Catone, che nella Commedia rappresenta un esempio dell’imprescrutabilità del giudizio di Dio, era acerrimo nemico di Cesare e si suicidò dopo la sconfitta nella battaglia di Tapso per rivendicare la libertà e l’ideale repubblicano (Hollander, 1989b: 106). Nel I canto del Purgatorio si legge che egli rimase nel limbo fino a quando Cristo risorto non lo traesse fuori insieme ai patriarchi biblici. Virgilio invece sarebbe dovuto rimanere nel limbo, anche dopo il giudizio.
Un altro pagano salvato da Dante è Stazio. Dante lo incontra fra i penitenti che scontano i peccati di prodigalità e viene proprio salvato perché legge il III libro dell’Eneide, ovvero il passo in cui Virgilio condanna la “sacra fame/ de l’oro” (Purgatorio, XXII, 40–41). Allo stupore di Virgilio circa la salvezza di Stazio, quest’ultimo spiega che si è convertito al cristianesimo proprio mentre leggeva l’Egloga IV in cui viene profetizzato l’avvento del puer (Purgatorio, XXII, 70–73). Secondo Hollander è assai probabile che la conversione sia avvenuta dopo che Stazio avesse cominciato a comporre la Tebaide, poiché l’opera inizia con l’elogio dell’imperatore Domiziano, acerrimo nemico dei cristiani. Hollander (1980: 206) sviluppa ulteriormente la sua ipotesi precisando che Stazio si converte prima di scrivere il v. 424 del VII libro, come del resto indicano i vv. 88–89 del XXII canto del Paradiso: “E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi/ di Tebe poetando, ebbi io battesmo.” Comunque la tesi di Hollander (1983: 70) è la seguente: le opere di Virgilio riescono a salvare Stazio, senza però salvare il loro artefice, e questa è una vera e propria tragedia, perché la “grande fons, l’Eneide, testo salvifico per Stazio, rimane libro chiuso per il suo stesso autore. In un contesto cristiano nessun fallimento potrebbe essere più tragico.” Inoltre occorre ricordare che in Babytalk in Dante’s “Commedia”, Hollander (1980), attinge alla teoria di Francesco De Sanctis, riportata anche da Luigi Russo (1961: 72): secondo questa teoria, attraverso i personaggi del suo poema Dante racconta se stesso. Hollander afferma infatti che mediante la storia di Stazio che si converte al cristianesimo tramite la lettura delle opere di Virgilio, Dante vuole illustrare la propria storia, ossia che egli stesso è stato condotto alla conversione cristiana leggendo il testo virgiliano: “Dante has constructed his unique biography by Statius as a secret Christian in order to tell us obliquely a ‘secret’ of his own life, namely, that like the Statius he has invented, [he] was brought to Christian conversion by Virgil.” Hollander formula l’ipotesi che Dante si sia ispirato alle Confessioni di sant’Agostino per costruire la biografia di Stazio. 7 Nell’VIII libro delle Confessioni, 2, si legge infatti che il gran retore, Vittorino, aveva letto le Scritture, le quali lo avrebbero indotto a convertirsi. Inizialmente la conversione fu soltanto intima e privata, ma alla fine, avendo letto e studiato con maggiore attenzione la Bibbia, Vittorino decise di confessare la sua fede in chiesa e di battezzarsi. “Forse le grandi linee della vita Statii dantesca, [che è molto dettagliata], rispecchiano questa narrazione delle Confessioni” (Hollander, 1980: 206). Infine va rilevato che per Hollander (2011b: 181) Dante poteva includere Stazio nel XXXII canto del Paradiso, dato che quest’ultimo “[era] arrivat[o] lì quando Dante si sollevava verso il cielo all’inizio della prossima cantica.” Ma forse Dante decide di non sviluppare ulteriormente questo personaggio.
Nella Commedia anche la salvezza di Traiano è strettamente legata a Virgilio: Traiano viene collocato da Dante nel VI Cielo di Giove. L’aquila ci rivela che, appena morto, Traiano fu mandato nel limbo, ma papa Gregorio Magno pregò intensamente per la sua salvezza; grazie a questa intercessione Traiano risorse e nel periodo della resurrezione credette in Cristo, guadagnandosi così la salvezza. A questo punto occorre ricordare che quando Hollander (1989a, 2012a) commenta le parole pronunziate dalle anime del limbo nei vv. 79–81 del IV canto dell’Inferno “Intanto voce fu per me udita:/ ‘Onorate l’altissimo poeta;/ l’ombra sua torna, ch’era dipartita’”, egli riprende l’idea di una sua allieva, Elizabeth Statmore, la quale interpreta questi versi come se le anime nel limbo avessero creduto che anche Virgilio fosse stato salvato come le altre anime dell’inferno. Queste anime si riferivano sicuramente a Traiano, che era con loro, ma che era poi salito in cielo. Appena vedono Virgilio comunque diventano consapevoli della sua triste sorte.
Un altro pagano che riesce a salvarsi è Rifeo. Quest’ultimo è un personaggio dell’Eneide che Dante colloca nel VI Cielo del Paradiso tra i beati che formano l’occhio dell’aquila e mette accanto a re e a imperatori famosi. Rifeo, che nell’Eneide (II, 339; Hollander, 1980: 203) viene chiamato “iustissimus unus”, è concepito da Dante come l’uomo precristiano il cui senso di giustizia è sicuramente cristiano, di conseguenza viene da Dio “perdonato, accolto, e premiato in paradiso” (Di Salvo in Alighieri, 2001: 414). Gli dei pagani non riconobbero le sue doti, mentre il Dio di Dante riesce a discernere queste virtù (Hollander, 1980: 203). Ma allora come mai quest’anima precristiana, e di conseguenza pagana, riesce a salvarsi? Il modo in cui funziona la grazia di Dio è infatti per la mente umana completamente imperscrutabile; in un certo senso Dante qui echeggia ancora una volta il pensiero di sant’Agostino quando rileva nel suo 52° Discorso che “Se comprehendis non est Deus” (Benedetto XVI, 2005), cioè “Se lo comprendi, allora non è Dio.” Ancora una volta un personaggio dell’Eneide virgiliana viene salvato, ma l’autore del personaggio, Virgilio, deve invece giacere per l’eternità nell’inferno. “La crudeltà di salvare Rifeo e non il suo autore mette ancora più chiaramente in evidenza la volontà di Dante [di non voler salvare Virgilio]” (Hollander, 1983: 129). Ma allora, si chiede Hollander, “dov’è la giustizia [divina] che condanna coloro che vivono al di fuori della legge cristiana, e sono pertanto privi del battesimo e della conoscenza della fede?” A questa domanda Hollander risponde: “In cielo, questa è l’unica risposta di Dante.” Come asserisce l’aquila nel XX canto del Paradiso, la ragione umana è completamente incapace di comprendere il giudizio di Dio. Non solo, ma dovremmo fare attenzione ai giudizi che facciamo, perché neanche i beati sanno con certezza chi esattamente si salverà (Paradiso, XX, 130–138). Per Hollander (1983: 129), quindi, l’opera di Virgilio non rappresenta altro che “una fonte di fede … un lume portato dietro da ‘quei che va di notte’.” Il poema di Virgilio è “lume di fede” per personaggi come Stazio che si convertono leggendolo, ma non è un “lume di fede” per colui che ha scritto quest’opera, cioè Virgilio. Ed è per questo motivo che l’Eneide stessa rappresenta per Dante una tragedia, in quanto è un documento che “ha reso a Cesare ciò che è di Cesare ma non al vero Dio ciò che è del vero Dio.” (Hollander, 1983: 130). Come ha dimostrato Hollander, Dante decide consciamente di dannare per l’eternità il suo maestro e guida Virgilio. Certo questo non significa che lo faccia con gioia e con piacere, infatti quando nel XXX canto del Purgatorio leggiamo che Dante intravede Beatrice e si gira proprio “to get comfort from Virgil” (Mazzotta, 2014: 262) “come un bambino spaventato che ricorra alla madre” (Hollander (2011a: 191), 8 questi sparisce nel nulla. Allora Dante si rammarica profondamente e, usando quasi le stesse parole adoperate da Virgilio nella quarta Georgica, asserisce: “ma Virgilio n’avea lasciati scemi/ di sé, Virgilio dolcissimo patre,/ Virgilio a cui per mia salute die’mi” (Purgatorio, XXX, 49–51 9 ); segue il pianto di Dante. Hollander (1983: 134) sostiene che Dante si rifiuta di salvare Virgilio, “ma la decisione lo fa soffrire, per quanto necessaria possa essergli sembrata.” A questo punto Hollander si pone una domanda significativa: perché Dante piange per il poeta latino, ma non versa lacrime per Francesca da Rimini, Paolo Malatesta o il Conte Ugolino? Hollander ritiene che Dante veda Virgilio come un personaggio in cui regna la mancanza di fede nella parola di Dio e, di conseguenza, gli spetta di appartenere al mondo dei dannati. Hollander individua un esempio di questa mancanza di fede nel IX canto dell’Inferno: nonostante nel II canto dell’Inferno Beatrice rassicuri Virgilio sostenendo che il suo viaggio è voluto da Dio, nel IX canto Virgilio diventa pallido dalla paura, temendo che i guardiani sulle mura di Dite, i diavoli, non consentano a lui e a Dante di entrare nella città. Questo timore indicherebbe la mancanza di fede in quello che gli aveva rivelato Beatrice. 10 Secondo Hollander (1983: 128), “[n]el dubbio momentaneo di Virgilio, a cui Dante poi farà di nuovo accenno nel XIV canto dell’Inferno, vv. 43–48, possiamo avvertire la percezione dantesca della mancanza di fede di Virgilio. Nel suo rifiuto di credere in ciò che egli già sa di essere stato promesso … siamo forse testimoni di un ripetersi del peccato che ha relegato Virgilio in inferno.”
Hollander (1983: 85) sottolinea, inoltre, come la crudeltà di Dante nei confronti di Virgilio sia evidente non soltanto nella dannazione di Virgilio, ma anche nel particolare “trattamento [stesso] che egli riserva al suo autore.” Tale trattamento appare evidente proprio nei primi sette canti del Purgatorio (Hollander, 2008: 12), dove emergono i limiti di Virgilio come guida e la sua fede molto scarsa. Nel I canto del Purgatorio, Virgilio cerca di fare quello che Beatrice aveva fatto per lui: Beatrice gli aveva detto che se avesse aiutato Dante nel suo viaggio nell’oltretomba, lo avrebbe lodato in paradiso. Virgilio allo stesso modo cerca di convincere Catone a consentire a lui e a Dante di proseguire il loro viaggio, in nome della sua amata Marzia che si trovava nel limbo (Purgatorio, I, 76–84; Di Salvo in Alighieri, 2010a: 22–23). Ma Catone, “modello esemplare di virtù, di giustizia, di pietà e di amore per la libertà” (Auerbach, 2009: 219), non gli risponde con tono dolce e sereno, anche perché c’è un decisivo distacco tra il mondo a cui appartiene Marzia, cioè il limbo, e il mondo in cui dimora Catone. Gli abitanti del limbo non sono stati pervasi dalla grazia salvifica di Cristo e dalla vera fede e di conseguenza questo crea un forte contrasto fra le due realtà (Di Salvo in Alighieri, 2010a: 23). Nel II canto del Purgatorio, Virgilio, come in fondo succede alle altre anime appena arrivate nel purgatorio, sente Casella intonare “Amor che nella mente mi ragiona!” tratta dal Convivio. Questa canzone che fu composta dopo la morte di Beatrice in onore di una donna gentile che è simbolo della filosofia, segna un accorato ritorno al passato, una forza evasiva, una fuga dagli impegni e dai doveri nuovi, un ritorno ad abitudini terrene (Di Salvo in Alighieri, 2010a: 42). E Virgilio, “uomo di poca fede” (Mt 14, 31), viene affascinato e travolto dalla bellezza di questo canto, ma Catone, intervenendo in maniera opportuna, sottolinea la “negligenza” di queste anime, compresa quella di Virgilio. Quest’ultimo infatti dovrebbe guidare Dante e non lasciarsi trascinare da un passato ormai irrilevante ai fini della fede. Pertanto Virgilio è profondamente rammaricato per il suo “fallo”: “El mi parea da sé stesso rimorso:/ O dignitosa coscienta e netta,/ com’è t’è picciol fallo amaro morso” (Purgatorio, III, 7–9). Per quanto riguarda il III canto del Purgatorio, Hollander si sofferma sui limiti di Virgilio come guida perché questi condanna la filosofia pagana, incluso se stesso, per aver dato più fiducia alla ragione umana che alla vera fede: Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via che tiene una sustanza in tre persone. “… io dico d’Aristotile e di Plato e di molt’altri”; e qui chinò la fronte, e più non disse, e rimase turbato. (Purgatorio, III, 34–36, 43–45)
L’incipit del VI canto del Purgatorio propone una similitudine che presenta due giocatori di dadi, di cui uno perde e l’altro vince; intorno al vincitore si raggruppano gli spettatori con la speranza che il vincitore si volti verso di loro e presti loro attenzione; ma il vincitore, anche se presta orecchio a questo e a quello, non si ferma e prosegue per la propria strada. Similmente succede a Dante nel viaggio attraverso il purgatorio: le anime gli corrono dietro affinché preghi per loro. Però Dante da un lato promette loro che le ricorderà nel mondo dei vivi, dall’altro si congeda da loro e continua per la sua strada (Purgatorio, VI, 1–12). Secondo Hollander (2008: 12) questa similitudine evidenzia l’importanza di Dante: le anime si avvicinano a lui affinché le ricordi e preghi per loro nel mondo dei vivi. Nessuno però bada a Virgilio. Egli appare privo di significato, e il fatto che le anime lo ignorano completamente sarebbe il modo con cui Dante umilia Virgilio. Inoltre Hollander ritiene che questo stesso canto del Purgatorio metta addirittura in risalto uno degli errori teologici di Virgilio, quando nell’Eneide VI, v. 376, nega esplicitamente che la preghiera dei vivi possa modificare un decreto divino. Virgilio ammette il suo errore e sostiene: “La mia scrittura è piana;/ e la speranza di costor non falla” (Purgatorio, VI, 34–35). Infine, secondo Hollander (2008: 12), traspaiono in modo evidente i limiti di Virgilio anche nel VII canto del Purgatorio, vv. 7–8: qui il poeta dell’Eneide dichiara che è per la sua mancanza di fede in Cristo che ha perso la possibilità di contemplare la beatitudine divina, di conseguenza adesso dovrà rimanere per l’eternità nel limbo.
In conclusione, dopo un’attenta rilettura dello studio di Hollander (2010: 864), possiamo affermare che sin dall’inizio della Commedia Virgilio è quello che risulterà verso la fine: il più grande poeta pagano. Dante lo sceglie prima come guida e maestro di vita, e poi come modello della sua opera più illustre. Allo stesso tempo, però, Virgilio è anche il personaggio più patetico che il mondo pagano abbia mai offerto nella sua produzione letteraria. Anche se Dante lo ammira più di qualunque altro poeta, egli sembra non avere scrupoli nell’abbandonarlo per sempre all’inferno facendone un vero e proprio personaggio da tragedia.
Footnotes
Funding
This research received no specific grant from any funding agency in the public, commercial or not-for-profit sectors.
