Abstract

Recensione di: Daniele Forlino, University of Wisconsin-Madison, USA.
Landscapes in Between è il risultato di una ambiziosa indagine sulla rappresentazione di paesaggi interstiziali nella letteratura italiana e nel cinema dal secondo dopoguerra ad oggi, un viaggio testuale che si snoda attraverso generi letterari diversi, partendo dai primi racconti di Italo Calvino ed i film di Pier Paolo Pasolini, passando per l’opera di Gianni Celati, per arrivare ai giorni nostri con i testi di Simona Vinci e i film di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Seger sviluppa la sua analisi in cinque capitoli (oltre a quello introduttivo), ognuno dedicato ad un autore, eccezion fatta per i due registi Ciprì e Maresco nel capitolo conclusivo.
Le coordinate spazio-temporali fornite nell’introduzione coincidono con la transizione ambientale conseguente all’ondata espansionistica dell’industria italiana negli anni del boom economico e i modi in cui le voci di determinati intellettuali si alzarono contro gli sconvolgimenti paesaggistici in atto. Seger sottolinea non solo l’esistenza ma anche l’importanza di questi paesaggi che testimoniano la corruzione e l’alterazione dell’ecosistema, fornendo un punto di vista privilegiato, un modello attraverso il quale ripensare all’ambiente naturale della penisola nella sua interezza. Il binomio natura-cultura, filtrato da una lente ecocritica, è al centro dell’analisi della studiosa per la quale natura e cultura sono legate tra loro in un rapporto dialogico più che antitetico. Sulla scorta della lezione di Massimo Quaini (L’ombra del paesaggio), anche per Seger il paesaggio deve esser letto “in quanto contenitore di miti, sogni ed emozioni, in quanto accumulatore di metafore per capire le contraddizioni e i problemi del nostro tempo”. Il volume invita a riflettere sulla rappresentazione letteraria e cinematografica dell’ambiente naturale e la sua interazione con la società, al fine di analizzare “the values, fears, and aesthetic ideals of a given age” (p. 8).
Il capitolo introduttivo stabilisce l’impianto ecocritico attraverso una definizione di ambiente naturale che si rifà agli studi di Frederick e Lawrence Buell, William Cronon e Ursula Heise. I testi selezionati si interrogano sui benefici e rischi che lo sviluppo economico ha rappresentato; le loro divergenze stilistiche e cronologiche sono appianate dalla compresente riproduzione di un nuovo e complicato ambiente naturale.
Nel secondo capitolo “Calvino: Economic Expansion, Environmental Awareness”, dopo una breve contestualizzazione dell’opera dello scrittore sanremese, Seger si sofferma su La speculazione edilizia (1957) e La nuvola di smog (1958). L’analisi, attraverso una prospettiva ecocritica, si fonda sulla tensione tra mondo naturale e mondo industriale e rivela l’attualità e l’originalità di Calvino, che, tra gli altri meriti, “anticipates more recent environmentalist trends” (p. 47) interrogandosi su come l’umanità “might go forward in a culture of mass production, construction and consumption without losing sight of the natural world” (p. 40) e invitando il lettore a rivedere il paesaggio circostante fatto anche di nuvole di smog prodotte dalle nuove industrie.
Il terzo capitolo, “Pier Paolo Pasolini: Boundaries and Mergers in (Ex)Urban Film”, si concentra sulla rappresentazione cinematografica di paesaggi interstiziali nell’Italia degli anni sessanta, durante i quali si registra una rottura tra natura e cultura nelle cui crepe resta sospeso un sottoproletariato altrimenti dimenticato. Di particolare rilievo risulta l’applicazione del concetto di “autonomous landscape” di Martin Lefebvre in film come Mamma Roma, Uccellacci e uccellini e Teorema. L’elemento ambientale nell’opera pasoliniana, di cui Seger denuncia la scarsa attenzione da parte della critica, trova origine anche in alcuni saggi dello stesso Pasolini; la prospettiva ecocritica riesce dunque a rinvigorire il valore dei protagonisti dei film menzionati e dei paesaggi in cui vengono incorniciati, dimostrando quanto Pasolini contribuisca alla riflessione su “those spaces and subjects somehow left behind” (p. 67).
Il quarto capitolo, “Observation and Acknowledgment in Gianni Celati’s Verso la foce”, gravita attorno al difficile equilibrio tra “contemplazione” e “accettazione” in uno dei testi meno studiati dello scrittore, ma che risulta del tutto pertinente ai fini di questo studio in quanto dichiaratamente “environmentally focused”. La valle del Po è descritta come spazio interstiziale complesso, stretto nella morsa dell’inquinamento industriale da un lato e da un disastro nucleare dall’altro, e nel quale ripensare all’imprevedibilità del rischio ambientale in una società che crede ciecamente allo sviluppo industriale. Per Seger, la scrittura di Celati testimonia la dinamica tra “the threat of environmental damage to come and the crisis that is already here” (p. 80), dando voce agli “outsiders” esclusi dalla “social normalcy”. La scrittura diventa responsabilità civile di “chiamare le cose” lasciate fuori, di interagire con esse ridefinendo i confini di un mondo e includere “an oft-degraded second nature” in cui nominare e descrivere i paesaggi significa necessariamente confrontarsi con un “complicated present and acknowledge a neglectful past” (p. 92).
Nel capitolo successivo, fortemente legato al quarto, vengono scandagliati gli elementi ambientali nei testi di Simona Vinci. La divisione del capitolo in due sezioni risulta altamente funzionale all’analisi del romanzo, Strada Provinciale Tre; Seger difatti fornisce nella prima parte un’indispensabile nomenclatura che risulta fondamentale per l’attenta lettura del romanzo offerta nella seconda parte. L’enfasi sul legame tra i personaggi e il paesaggio che li circonda o a cui appartengono, rivela tutto il valore letterario di un testo “caught up in an exploration of belonging, of seeking the balance between individual identity and a sense of being part of something larger than the self” (p. 95). Il processo di “decomposizione” della protagonista è illustrato attraverso una lucida e minuziosa analisi degli spazi (si pensi ad esempio alla liminalità dei margini della strada) e dei personaggi.
L’ultimo capitolo, “Daniele Ciprì and Franco Maresco: On Horizons and the Human” è il tassello attraverso il quale l’investigazione iniziata e proseguita nelle altre opere arriva fino ai giorni nostri lasciando intravedere un presente sospeso in un “ambiguous time” proiettato verso un imprevedibile futuro. Il paesaggio naturale torna ad essere parte integrante dell’esperienza spaziale e si rivela dietro la cornice sicula come non-luogo che, nei tre film analizzati (A memoria, Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte) è una giustapposizione tra il mondo urbano e quello rurale. In questa cornice si ritrae una società arida e “full of absence: absence of women, absence of temporal and geographic specificity, and absence of a chance for future generation” (p. 124). Per Seger, il paesaggio desertico rispecchia la sterilità dei protagonisti dei film di Ciprì e Maresco sganciati dalla storia e in balìa di un presente privo di un orizzonte spazio-temporale.
Risulta degna di nota l’abilità di Seger di mettere in dialogo testi e autori diversi tra loro attraverso una convincente impostazione critica e un’acuta analisi testuale. L’intento della studiosa di rivalutare i paesaggi descritti nei testi e rappresentati nei film citati nel libro, è un convincente invito per il lettore a soffermarsi su quei silenziosi spazi interstiziali, quelle cicatrici del paesaggio, che altrimenti passerebbero inosservati e che invece dovrebbero rammentarci ciò che resta della natura.
