Abstract

Recensione di: Giorgio Sica, Università degli studi di Salerno, Italia
Paolo Lagazzi ci affida, con garbo, la chiave per decifrare il suo primo romanzo nel titolo: Light Stone, traduzione in inglese del verso finale di una splendida poesia di Attilio Bertolucci: “Assenza,/ più acuta presenza./ Vago pensier di te/ vaghi ricordi/ turbano l’ora calma/ e il dolce sole./ Dolente il petto/ ti porta,/ come una pietra/ leggera”. Sono questi i versi che Francesco Alberti – il violinista all’acme della carriera che, come il narratore ci rivela nel prologo, è una sorta di suo alter-ego – invia alla giovane giapponese Shoko Mitabe, per dichiararle il proprio impossibile amore. Ma giocando con la polisemia di questa versione inglese, forse ispirata dall’ammirazione di Borges per il privilegio, tutto anglosassone, dei sostantivi composti, potremmo leggere Light Stone anche come “pietra di luce”. Un doppio ossimoro, dunque, che si rivela emblematico della vicenda dei due protagonisti. La loro storia si svolgerà, infatti, perennemente in bilico tra la leggerezza del sogno e la nuda concretezza della realtà, tra la levità della luce evocata da Shoko, capace di incarnare, agli occhi di Francesco, la geisha travisata dall’esotismo ottocentesco e le impalpabili divinità dello shinto, e la pesantezza delle ossessioni dell’uomo che la rincorre e che, rincorrendola, comprende di essere irrimediabilmente vecchio. Ma Light Stone sembra voler suggerire anche lo scontro tra i due universi che entrano in contatto e si cercano lungo tutto il romanzo, senza mai incontrarsi davvero: il Giappone, che accoglie Francesco in tournée, con promesse di suprema eleganza e leggerezza ma che, come la fanciulla che ne è simbolo, non tarderà a mostrare la sua maschera imperscrutabile, e la Milano, piovosa e popolata di lemuri, dove il nostro protagonista vorrebbe liberarsi delle inutili vesti che gli hanno cucito addosso ma che, ad ogni tentativo di evasione, si ritrova sempre più prigioniero della propria mente. Un contrasto che solo un fine conoscitore della cultura giapponese come Lagazzi – curatore con padre Mario Riccò de Il muschio e la rugiada, la migliore antologia di poesia giapponese mai pubblicata in Italia – poteva rendere in immagini così sognanti e spietate insieme. Immagini che spesso fioriscono dalla sua penna come i fuochi d’artificio così cari ai giapponesi – hana bi, i “fiori di fuoco” che brillano in un istante di assoluto splendore prima di tornare alla tenebra da cui sono venuti. Tutta la storia è permeata di tenebra, e gli squarci che i bagliori dell’innamoramento sembrano aprire non tardano a rivelarsi illusori. Perché, a differenza del sentire giocoso, a volte funambolico, che riversa in molta della sua opera critica, nella sua prima prova narrativa di lungo respiro Lagazzi sceglie di analizzare l’ossessione amorosa con una lama che ne seziona ogni sfumatura, costringendo il lettore a confrontarsi con il senso profondo della struttura di menzogne che mantiene in vita l’individuo. Il narratore ci suggerisce più volte, in meditazioni liriche che non di rado impreziosiscono la trama come fili d’oro un arazzo, che siamo tutti Francesco, tutti viandanti mossi da uno struggente rimpianto per una bellezza perduta che, quando ci sembra a portata di mano, si rivela tragicamente irraggiungibile. E neppure la capacità di percepire la struggente poesia delle piccole cose, il mono no aware emblema della sensibilità zen, di cui Francesco e il suo narratore sono imbevuti, costituisce in fin dei conti una medicina sufficiente a curare l’oscura nostalgia che ci logora dentro. Sin dalle prime pagine, questa condanna ancestrale emerge in tutta la sua cruda evidenza e, già nel prologo, il narratore ci avverte che non vuole essere chiamato Ismaele, quasi a suggerirci, per antitesi, la propria condizione di naufrago, di sopravvissuto solo grazie all’artificio del racconto, alla parola investita dell’impossibile compito di ricreare l’esperienza lacerata. E nemmeno l’incontro con i maestri, descritto nelle pagine seguenti, si rivelerà in grado di salvare il protagonista. Lagazzi ci mostra la propria vicinanza alla tradizione orientale anche attraverso questo omaggio ai maestri, ai due uomini che daranno un senso, seppure provvisorio, ai vagabondaggi interiori e al talento lunatico del suo violinista. E, per chi conosce Paolo, non sarà difficile scorgere in filigrana nella figura del vecchio musicista Bruno Perego, Attilio Bertolucci, della cui opera Lagazzi è il massimo conoscitore, e di cui fu intimo in lunghe estati trascorse sull’appennino di Parma, raccontate ne La casa del poeta. Altrettanto evidente si configura, nel ritratto del maestro zen Piero Raschi, l’omaggio a Fausto Guareschi, che insegna da decenni su quelle stesse montagne i segreti della meditazione e della pratica di vita zen, che si trasmettono immutate da secoli nei monasteri giapponesi. Ma, nonostante questi due magici incontri, “l’ineludibile, perfida amarezza” che attanaglia l’animo di Francesco lo manterrà costantemente sull’orlo del precipizio, fino all’incontro casuale con Shoko, in un caffè di Tokyo, che sembra aprirgli la possibilità di una vita altra. Come ipnotizzato, anche dopo il ritorno a Milano, Francesco continuerà a cercare senza posa i lunghi capelli corvini della ragazza, il suo corpo flessuoso di eterna adolescente, la “fatale malizia degli occhi a mandorla”, la capacità di Shoko di impersonare ogni possibile variante del fascino femminile. I due daranno inizio a un lungo rapporto epistolare, sotto forma di email continue e appassionate, inviate da Francesco con l’urgenza di un dead man walking, a cui si alterneranno le cortesi risposte o i telegrafici saluti di Shoko o, peggio, lunghi silenzi che lo precipiteranno nello sconforto. Fino al secondo, agognato incontro, in una Tokyo splendente delle luminarie natalizie dove Francesco, di nuovo invitato a suonare, stralcia ogni regola della rigida ospitalità giapponese pur di portarla, dopo il concerto, a cena con lui. In questa notte inebriante, la distanza di età e di status tra di loro sembra finalmente annullarsi, e il violinista sfiora la possibilità di assaporare il corpo della sua amata. Ma la sua goffaggine gli impedirà di cogliere l’attimo, costringendolo a vivere, dopo il ritorno a Milano, in un tempo sospeso, dimentico della propria famiglia e della propria vita, in un crescendo di paranoie e gelosie, mentre Shoko si rivelerà, con il passare degli anni, sempre più misteriosa: “Chi era lei veramente? Cosa provava per lui, cosa pensava davvero? Dove si annidava la sua anima, qual era la sostanza della sua vita?”, arriverà a chiedersi, disperato, Francesco. Mentre la distanza si farà incolmabile, crescerà in lui la consapevolezza che le sue domande sono destinate a non avere risposta; e gli resterà solo, come ultimo atto della sua tormentata ricerca, la discesa nelle viscere di una Milano sempre più spettrale, in una Stagione all’inferno in cui, come un Rimbaud invecchiato, si riconoscerà nell’abbraccio degli ultimi, in un crescendo degno dei folli accordi del suo violino.
