Abstract

Recensione di: Caterina Falotico, Matera, Italia
Edoardo Albinati ha scelto la brevitas per connotare il suo ultimo libro, Un adulterio, che l’autore ama definire novella più che romanzo breve o racconto lungo, privilegiando con ciò la misura calibrata del più classico dei generi letterari. Forse un esito involontario nato dall’abbandono all’ “impaziente piacere” di scrivere, una sorta di risarcimento dopo la precedente fatica letteraria. Tant’è che le diverse sequenze—le nuotate, le passeggiate e le cene sul mare, gli amplessi e i paesaggi—, scaturite singolarmente, sono state solo successivamente montate all’interno di un racconto complessivo e coerente. Il che risulta documentato dal Diario di scrittura apparso su Tuttolibri. La Stampa (10 giugno 2017).
A catturare il lettore è proprio l’apparente discontinuità con La scuola cattolica, opera mondo e premio Strega 2016, salvo poi a scoprirne la complementarità insita in una condizione umana diffusa e perciò indagata sotto l’aspetto psicologico e sociologico. L’adulterio è comune a ognuno almeno per averlo solo immaginato o discusso o esecrato. L’avventura erotica dei due protagonisti, Clementina ed Erri, rispettivamente di 29 e 37 anni, finisce sempre più per aggrovigliarsi intorno alle problematiche dell’amore. I fatti, le vicende e persino le voci dei protagonisti si vanno via via assottigliando, mentre crescono e si accavallano gli interrogativi, i tormenti, i dubbi che dalla pagina investono il lettore. L’esclusività è un valore aggiunto dell’amore? Come mai in rapporto al sesso l’amore è sempre cercato “altrove che in quel groppo umano che sussulta e geme, in un altro momento, in una diversa durata” (p. 60)? La clandestinità può modificare una relazione? Perché la vita che abbiamo non ci basta? L’amore giova o nuoce al matrimonio? Albinati, peraltro lettore attento di L’amore e l’Occidente di De Rougemont, ha presente l’ampia campionatura di amanti fedifraghi attestata nella tradizione letteraria. E tuttavia la domanda che tutte le comprende è se può esistere l’amore assoluto, l’amore in sé, svincolato e depurato da legami affettivi e convenzionali. Clem ed Erri, entrambi felicemente sposati con figli e conosciutisi solo da poche settimane, azzardano un viaggio clandestino dove il sesso si fa viatico di conoscenza, cartina di tornasole delle loro insicurezze e dei lati oscuri della personalità.
Fonte d’ispirazione è Davanti al mare dello scrittore ucraino David Vogel, già autore di Vita coniugale e morto in un lager nazista. Di qui sono tratte le citazioni poste in esergo ai tre capitoli, Sabato, Domenica, Lunedì, che scandiscono una storia in cui tutto è concentrato: la durata copre un weekend, lo spazio è quello di un’isola—emblema essa stessa d’illusoria autosufficienza—, i personaggi si riducono ai due amanti, le cui azioni si susseguono monotone, mortifere sotto la spinta di una sessualità bulimica e sofferta, perché “è drammatico, davvero, ogni gesto che non ha un perché, lancia una sfida al senso complessivo delle cose, e l’allegria che scatena può dare i brividi” (p. 66).
A interessare lo scrittore non è il tradimento in quanto banale e prevedibile conseguenza di un fallimento amoroso, bensì la natura misteriosa del desiderio, spiazzante, illogico, capace di generare situazioni emotive contrapposte: felicità e angoscia, complicità e solitudine, pienezza e desolazione. Mancano colpi di scena, svolte inaspettate finalizzate a un improbabile sviluppo narrativo. Tutto accade in profondità nel segno di una minacciosa bonaccia, i cui sommovimenti solo a tratti giungono in superficie. È allora che la perfezione irripetibile dell’attimo sconfina nell’insensatezza e la bellezza della natura diventa soverchiante e ostile. Il paesaggio fa da contrappunto a una precarietà che è dentro i personaggi, nel lacerante bisogno di protezione di Erri, nel piacere di perdersi di Clementina, nella paura stessa della libertà per cui “quell’avventura andava consumata minuto dopo minuto, bocca a bocca. Altrimenti si muore strangolati” (p. 28).
Albinati usa i nomi dei personaggi come indicatori del ruolo che il maschio e la femmina assumono in quell’ambigua forma di conflitto che è l’amore fra due esseri umani. Eraldo allude all’araldica medievale, reca in sé il peso della tradizione e la difesa di una posizione acquisita, pertanto la sua aspirazione è una normalità borderline ma sotto controllo. Clementina è magnanima, vive ogni esperienza come un dono della vita e l’amore per Erri è un credito di felicità insperato che, una volta riscosso, consente di tornare alla vita di sempre con la stessa naturalezza con cui la mano scivola nel guanto cui è abituata. È lei che nella parte finale si mostra tanto pronta al distacco quanto impreparata all’adulterio perchè esso infrange sempre qualcosa piuttosto che costruirla. E, se la verità non è indispensabile, l’inganno è comunque stupido. La donna è la protagonista di questo nostos dei nostri tempi, una sorta di odissea al femminile, in quanto è Clem a guidare il suo irresoluto compagno fuori dalle strettoie insidiose dell’isolamento amoroso, con tanto di allusione all’odierna patologia della coppia che è il femminicidio.
Come Ulisse con il ciclope, così Clementina negandosi guadagna la salvezza per sé e per l’altro: “Immagina che sono nessuno, non che sono qualcuno. Sono nessuno io […] tu non mi hai, non mi hai avuto, non hai avuto niente di me, niente da me, io non ti ho dato niente, come potresti allora perdermi? Solo se tu mi uccidessi potresti fare qualcosa di diverso con me di quello che hai già fatto. Ma tu non vuoi uccidermi, vero? Tu mi ami, vero?” (p. 120).
Un’indubbia simbologia scandisce le tre fasi del racconto: nella prima un veloce aliscafo corre verso l’isola della libertà, nella seconda lo spazio edenico si trasforma in una prigione dorata, quando non sfigurata da frane e dalla molestia delle pulci di mare, nella terza il viaggio verso la terraferma è affidato a un lento e solido traghetto capace di affrontare il mare in tempesta. Dunque, un amore nato per essere svincolato da obblighi di sorta si riconosce e si rinsalda non nella fedeltà, che non è necessariamente un valore, ma nella lealtà prima di tutto verso di sé, nella continuità progettuale dei tempi e delle esperienze, nella capacità tutta femminile di stare dentro e fuori il desiderio, perché in fondo tutto è lì nella testa, nel saper vivere sognando e toccare con mano la vita “aperta e trasparente” (p. 115). Con efficacia Barbara Stefanelli in una recensione sul Corriere della Sera (7 giugno 2017) parla di una “nave di Penelope che lascia il mare chiuso e non aspetta che si compia il tempo degli altri”. Clementina è ferma nel sancire un tempo nuovo e diverso, quello della tregua e del riconoscimento, il tempo aperto dell’accoglienza. A patto che si sappia intessere le vicende individuali di una vita con il senso assoluto dell’esistenza.
