Abstract
A cento anni di distanza dalla scomparsa di Guido Gozzano, varrà la pena di rileggere il suo poema incompiuto sulle farfalle. La ricezione delle Epistole entomologiche è sempre stata poco favorevole, soprattutto a causa dei numerosi, evidenti debiti gozzaniani nei confronti di altri autori, tra cui primeggia Maurice Maeterlinck. Questo saggio propone di tornare a interrogarsi sul senso e sull’importanza delle Epistole alla luce di un’estetica del rifacimento e della citazione consustanziali da sempre all’opera di Gozzano.
Il poema sulle Farfalle, le epistole entomologiche a cui attendeva, mostrano abbastanza chiaramente che dopo I colloqui Guido Gozzano era esaurito. Dubito che se avesse scoperto nuovi orizzonti egli avrebbe trovato in sé l’istrumento idoneo a tradurli in poesia. (Montale, 1996: 1274)
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La riuscita di Gozzano non si spiega, e non si redime, con strategie oblique, puntando su Ketty, che pure è un personaggio di prim’ordine, o fingendo di credere seriamente che il disastro delle Farfalle sia redimibile in congiunzione con la mitologia dello “stanco spirito moderno”: la partita Gozzano si giuoca tutta, nel bene e nel male, sopra un solo volume, sopra I Colloqui (e il resto ha da essere misurato e inteso in funzione di quel libro unico). (Sanguineti, 2016: vi)
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Ho voluto cominciare citando due poeti importanti e influenti che, assai chiaramente, esprimono un giudizio ben poco favorevole al poema gozzaniano. L’ho fatto perché invece per me, appassionato lettore, più che studioso, gozzaniano, Le farfalle sono le poesie che più ho amato e più amo tuttora. E la domanda che continuavo a pormi, rileggendole, era se il giudizio dei due poeti fosse ancora oggi condivisibile, specialmente alla luce del lavoro critico svolto in anni più recenti, oppure se, e in che modo, le Epistole, al di là della loro importanza storiografica, potessero essere riscattate da queste pesanti ipoteche critiche.
O, per dirla in un’altra maniera, se un odierno lettore delle Farfalle, magari proprio qui negli Stati Uniti, fosse un destinatario adeguato per quelle che sono appunto epistole, lettere (almeno idealmente) concepite e scritte postulando un corrispondente, un interlocutore (in realtà un’interlocutrice) di un sofisticato gioco letterario. 3
Se si indaga la ricezione delle Epistole nel decennio successivo all’apparire dell’edizione Einaudi del 1973, sembra che il giudizio di Sanguineti riportato in apertura sia sempre largamente condiviso. Nella prefazione al catalogo di una mostra dedicata al centenario della nascita di Gozzano, e quindi a ricapitolare per un pubblico di non esperti un atteggiamento critico condiviso, Laurana Lajolo scrive: (Nel 1914) Gozzano si sforzava comunque di trovare ancora la concentrazione sufficiente per comporre un poema Le farfalle (iniziato già nel 1909 ma rimasto incompiuto), secondo un progetto ambizioso. Ne tentò un trattato scientifico in poesia, con versi pretenziosi, ma scarsamente originali e la stesura si rivelò lenta e laboriosa. Le farfalle variopinte e trasparenti della sua infanzia erano per lui ora il simbolo della continua mutazione della vita fragile e sfuggente, l’enigma eterno di vita e di morte. (Lajolo, 1983: 10)
Dovendo citare almeno uno di questi studiosi, si dovrà fare il nome di Bruno Porcelli, che per primo aveva illustrato con chiarezza i debiti delle Farfalle (ma anche delle Lettere dall’India) con tre lavori di Maurice Maeterlinck, L’intelligence des fleures del 1907, La vie des abeilles del 1911 e Le double jardin del 1904. Debiti così massicci da far parlare di “parassitismo letterario” e di “sistematico saccheggio” (Porcelli, 1974: 27) poiché, ad esempio, “la quasi totalità dell’ultima epistola è traduzione versificata” (Porcelli, 1974: 48). In aggiunta, scrive Porcelli, [Gozzano] compie … un’opera non solo di depauperamento del contenuto scientifico dei testi, sostituendo alla precisa nomenclatura di Maeterlinck una nomenclatura generica, ma addirittura di falsificazione di quel contenuto, dato che alle farfalle sono attribuite caratteristiche proprie di altre specie animali. (Porcelli, 1974: 62)
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A un lettore di lingua inglese verrebbe a questo punto da esclamare, con le parole di un altro poeta a me particolarmente caro, T.S. Eliot, “After such knowledge, what forgiveness?” (Eliot, 2015: 32) e rassegnarsi a condividere il giudizio di Montale e Sanguineti. Ma a differenza di Gerontion io non ho ancora perso la mia passione, in questo caso per Gozzano, e un’altra famosa citazione eliotiana mi viene in soccorso: “Immature poets imitate. Mature poets steal” (Eliot, 1921: 181). Citazione che si allinea bene con quanto sintetizza Mariarosa Masoero, una dei massimi esperti gozzaniani, sostenendo che con il nostro poeta ci troviamo continuamente davanti a un “processo di appropriazione … dei libri letti” (Masoero, 2005: 6). E che questo è ciò che accade quasi in ogni pagina dell’opera di Guido Gozzano; solo in apparenza chiara e perspicua, essa, in realtà, è il frutto di letture e rimandi talora insospettabili e sorprendenti. In altre parole, continue e diverse sono in lui le reminescenze letterarie, prossime e lontane nel tempo e nello spazio, occultate ed esibite, sempre rese estranee alla fonte e innovate, ricreate, in un sapiente gioco di azione e reazione. (Masoero, 2005: 9)
Boggione, ad esempio, indaga il funzionamento della citazione nei testi del nostro poeta e scrive che col venir meno della caratteristica ironia gozzaniana nelle Farfalle viene meno anche l’uso della citazione allusiva che aveva caratterizzato i suoi testi fino ad allora. Boggione scrive: “i materiali del passato, ormai definitivamente liquidati, possono essere di nuovo fruiti, come rovine ormai prive di relazione con la struttura di cui fanno parte, pronte ad essere impiegate per un nuovo edificio” (Boggione, 2002: 7), e pertanto alle Farfalle va “riconosciuto il tentativo di una poesia nuova” (Boggione, 2002: 147).
Zaccaria, nel vedere in Gozzano un poeta alle soglie del postmoderno, ricorda “l’adozione consapevole oltre che circolarmente diffusa ed esibita di tecniche precise: [come] la mescolanza di alto e basso, la commistione dei generi … la ‘tecnica combinatoria’, lo straniamento, l’acuta – mai così prima di lui – coscienza metaletteraria” (in Calì, 2011: 10). Zaccaria ricorda anche come l’intertestualità gozzaniana vada di pari passo con un alto livello di intratestualità, vale a dire che, per capire davvero Gozzano e le Epistole in particolare si debba considerare come in esse ritornino echi e citazioni interne all’opera gozzaniana precedente.
After such knowledge, io proporrei di rileggere le Epistole adoperando un suggerimento metodologico che mi viene dal libro di Anthony Tamburri Semiotics of Re-Reading (2003) ricordando che le farfalle costituiscono il leitmotiv di tutta la produzione gozzaniana, che esse attraversano dall’inizio. E mi spingo addirittura ad affermare che le Farfalle rappresentano per Gozzano l’essenza della poesia.
Vorrei anche suggerire, in modo un po’ provocatorio, che le Epistole, almeno per un lettore non specialista che prenda oggi in mano la recentissima riedizione Sanguineti e legga le poesie senza lasciarsi troppo “distrarre” dall’introduzione, possono essere considerate alla stregua di un’opera compiuta.
Sappiamo tutti che Gozzano era un appassionato entomologo dilettante e se le “farfalle”, come ha già scritto Giorgio De Rienzo, “sono comparse della poesia gozzaniana, sono anche ‘personaggi’… della sua biografia” (De Rienzo, 1985: 91).
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Esse appaiono non appena si apra il volume di esordio, nella prima delle poesie, La via del rifugio, dove appunto fa la sua comparsa una farfalla: “Una Vanessa Io / nera come il carbone” (LP: 9, vv. 89–90). La storia della Vanessa catturata, tormentata e uccisa dalle nipoti che occupa la seconda parte del testo a partire dal verso 85, si accompagna a una meditazione sulla morte, “la cosa vera” (LP: 12, vv.157–158) che verrà da sé, senza che altri la causi, come è invece il caso della farfalla catturata e uccisa dalle bambine: S’adempie la condanna terribile; s’affanna la vittima trafitta. Bellissima. D’inchiostro l’ali senza ritocchi, avvivate dagli occhi d’un favoloso mostro. “Non vuol morire!” “Lesta! ché soffre ed ho rimorso! Trapassale la testa! ripungila sul dorso!” Non vuol morire! Oh strazio d’insetto! Oh mole immensa di dolore che addensa il Tempo nello Spazio! A che destino ignoto si soffre? Va dispersa la lacrima che versa l’Umanità nel vuoto? (LP: 11–12, vv. 121–140) Socchiudo gli occhi, estranio ai casi della vita; sento fra le mie dita la forma del mio cranio. Verrà da sé la cosa vera chiamata Morte … (LP: 12, vv. 153–157)
Nei versi che portano alle Epistole sono molte le farfalle che si librano in volo, o le crisalidi che aspettano di poterlo fare. Mi limiterò ad alludere a due testi in particolare, L’ipotesi e L’amico delle crisalidi, e a ricordare i titoli delle poesie in cui ne appaiono altre, vale a dire L’inganno 9 dalla Via del rifugio, L’assenza, 10 La signorina Felicita 11 e Una risorta 12 da I colloqui. Quest’ultimo testo, tra l’altro, annuncia la composizione di un volume dedicato alle farfalle, anticipazione che trova anche riscontro in una lettera a De Frenzi del 1909. 13
Noto di passaggio come Gozzano, annunciando la novità del tema in Una risorta ricorra a una citazione, modificata, dalla seconda ottava del primo canto dell’Orlando Furioso dell’Ariosto. Consustanziale con la tipica ironia, e autoironia, del poeta torinese fino a questo punto della sua scrittura, abbiamo però una implicita affermazione che la “novità” del tema non può che passare per un recupero di materiali della tradizione. 14
Anche tra le poesie apparse solo in rivista prima della pubblicazione di quelle quattro epistole che Gozzano licenzierà in vita troviamo importanti indizi per una rilettura delle Farfalle. 15 L’ipotesi 16 e L’amico delle crisalidi 17 ci aiutano soprattutto a riflettere nuovamente sullo sfondo dantesco che sottende alle Epistole. 18 L’ipotesi del titolo è quella di una possibile, futura e agiata esistenza borghese da uomo sposato se, Gozzano si chiede, “la Signora vestita di nulla non fosse per via” (LP: 360, v. 2). Nel testo, tra gli immaginari lacerti di dialogo con la consorte, fa la sua comparsa una Macroglossa: “Oh! Guarda! Una macroglossa caduta nel tuo bicchiere!’’ (LP: 366, v. 74). In questo quadretto domestico immaginato la Macroglossa, che dalle Farfalle scopriremo essere l’annunciatrice “di pace, messaggiera di speranze” (LP: 266, v. 3) “non tenebrosa come l’Acherontia – benché sfinge e parente –” (LP: 266, vv. 1–2), finisce appunto nel bicchiere dove, anche se non viene detto, è probabilmente annegata. L’atmosfera in cui si svolge il dialogo con la moglie immaginaria è cupa e densa di echi mortuari, la giovinezza è morta e morti sono gli amici. Proprio allora compaiono le farfalle, le sfingi. Si dovrà notare che L’ipotesi si conclude con la ripresa dei versi iniziali, ora in prosa, subito dopo il racconto del naufragio di Ulisse e della sua caduta nell’Inferno dantesco: “E Ulisse piombò nell’Inferno / dove ci resta tuttora” (LP: 369, vv. 153–154). Il naufragio di Ulisse, mi viene da pensare, non può che associarsi all’affogare della Macroglossa nel bicchiere.
L’amico delle crisalidi, che nel 1911 Gozzano considera come preludio alle Epistole, ripresenta la cupa Acherontia, sfinge parente della Macroglossa: contemplo triste con la mia musa la tomba chiusa. Dormono in pace tutte le morte sotto il cristallo; fra tutte domina la sfinge forte dal teschio giallo. (LP: 382, vv. 23–28) Andrai perfetta dove ti porta l’alba fiorita: e sarà come tu fossi morta per altra vita. L’ale! Sì muoia, pur che morendo, sogno mortale, s’appaghi alfine questo tremendo sforzo dell’ale! L’ale! Sull’ale l’uomo sopito, sopravvissuto, attinga i cieli dell’Infinito, dell’Assoluto … E tu che canti fisso nel sole, mio cuore ansante e tu non credi quelle parole che disse Dante? (LP: 343–384, vv. 45–60)
Siamo così arrivati, seppur con lentezza, alle soglie cronologiche, almeno per quel che riguarda la pubblicazione, dei testi delle Epistole, poema che si considera per lo più incompiuto e fallimentare e che invece Gozzano nelle sue lettere e nelle interviste dà come compiuto e apparituro e pure, per quanto ancora per gran parte inedito, come una delle sue cose migliori. 19 È possibile, mi chiedo, ipotizzare che per Gozzano il poema sia in qualche modo compiuto, per quanto ancora non scritto come tale, e che pertanto egli non menta nelle sue lettere e nelle sue interviste? È concepibile che, dati i testi che egli ha nei suoi quaderni, dati i progetti che ha più volte cambiato, Gozzano abbia anche solo intuito che i testi che noi oggi possiamo leggere grazie all’acribia degli editori costituiscano a tutti gli effetti il solo possibile poema sulle farfalle?
Leggiamo l’inizio del poema per come lo troviamo nell’edizione Sanguineti: [Come dal germe] Come dal germe ai suoi perfetti giorni giunga una schiera di Vanesse; quali speranze buone e quali fantasie la creatura per volar su nata susciti in cuore a colui che sogna col suo lento mutare e trasmutare, la meraviglia delle opposte maschere, la varia grazia delle varie speci, in versi canterò … (LP: 217, vv. 1–9)
Sarà filologicamente discutibile, ma io leggo quel “mutare a trasmutare” (v. 6) come anche l’opera di “colui che sogna” (v. 5), il poeta, e non solo della “schiera di Vanesse” (v. 2). Se questa lettura risulta almeno legittima, ecco che l’emistichio dantesco fornisce già qui l’esplicitazione del modus operandi gozzaniano per la composizione dell’intero poemetto e non solo di questo, visti e considerati i “plagi” ormai identificati in tutta l’opera.
E, sempre dalla prima di queste epistole, se siamo anche noi (e come non potremmo?) i destinatari di queste lettere, ecco che pure al “nostro tormento” (LP: 219, v. 46) Gozzano offre “il superstite amore adolescente / per l’animato fiore senza stelo” (LP: 219, vv. 44–45) trasfigurato, trasformato in “nova essenza in un cristallo arcaico” (LP: 219, v. 41).
Il processo trasformativo che il poeta annuncia di descrivere non è solo la metamorfosi dei bruchi in crisalidi e poi in farfalle pronte al volo, è anche l’essenza più intima di un processo scrittorio in atto, quello del riutilizzo, del riciclaggio dei propri materiali che la critica ha evidenziato e ampiamente attestato.
Questa lettura è incoraggiata e corroborata anche solo se ci si concentra su un paio di esempi significativi che ci arrivano dall’uso del verbo “trasformare”.
In Dei bruchi, rivolgendosi alla destinataria dei testi, l’“Amica sonnacchiosa” (LP: 226, v. 95), Gozzano scrive: perdonate la Musa pazïente, osservatrice. Ben s’addice al lento trasmutare dei bruchi prigionieri; più tardi, al tempo del risveglio alato, anch’essa certo piegherà nei cieli l’ali del sogno per seguirli a volo. (LP: 226, vv. 97–102)
Il testo Delle crisalidi racconta come il sesto giorno i bruchi si preparano alla metamorfosi addormentandosi e, non casualmente, proprio qui si compie pure una importante trasformazione stilistica: viene meno il tono ironico e divertito dell’epistola settecentesca che prevale sia nel primo che nel secondo testo. 21 Gozzano scrive qui che “Dato è perciò seguire nel mistero / i pellegrini della forma” (LP: 229, vv. 23–24). Alla luce di quanto sono venuto dicendo, il pellegrino della forma è pure il poeta all’opera. E c’è parola più dantesca di “pellegrino”? Le trasformazioni in corso nelle Farfalle sono sempre anche quelle letterarie.
“Dove il bruco defunto, la farfalla / apparitura?” (LP: 230, 47–48), questa operazione in progress della “Natura, scaltra / nasconditrice” (LP: 230, 48–49) sembra un’analogia adeguata con l’opera del poeta che nelle Farfalle, se imita, imita un processo, non tanto un testo letterario.
Se egli è simile al negromante
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che “custodisce gli spiriti captivi / dei trapassati, degli apparituri” (LP: 232, vv. 85–86), questo negromante è anche un lettore / scrittore che elabora, trasforma testi di trapassati in testi apparituri. E proprio qui, nella “reggia del non esser più, / del non essere ancora” (LP: 232, vv. 88–89), Gozzano palesa la natura della farfalla-anima, simbolo di Psiche, ma anche lavoro poetico, se la farfalla è qui forma artistica “sculpita sulle stele funerarie” (LP: 232, v. 95). Gozzano negli abbozzi, sbagliando, scrive che Gli antichi erano così sbigottiti dalle metamorfosi della farfalla, dalla sua rinascita dopo la morte apparente – che l’avevano considerata come l’emblema dell’amore. La parola greca Psiche significava amore e farfalla e la farfalla figura sulla stele funeraria come l’emblema d’immortalità. Perché la Natura ricorre alle metamorfosi che – per quanto meravigliose – sono un segno d’imperfezione. Se la Natura fosse onnipossente avrebbe creato la farfalla di colpo: invece è ricorsa a questa via complicata, pericolosa e dolorosa che decima gli insetti. (Rocca, 1980: 468–469)
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Nella prima delle monografie, Del parnasso, le note insistono spesso su come Gozzano “sbagli” nello scrivere il nome scientifico di questa farfalla, “Parnassius”, e lo trasformi in “Parnassus Apollo” (LP: 235). Ammetto che è una rilettura ingenua quella che suggerisco qui, ma se Le farfalle sono sempre l’emblema di quello che Gozzano considera la scrittura poetica, allora diventa evidente quale sia, oltre alle Alpi, la montagna che “Non sente … chi non sente / questa farfalla” (LP: 235, vv. 1–2). Il Pàrnaso, la montagna sacra alle muse e ad Apollo, simbolo della poesia, è non per nulla associata all’attività di un artista, un pittore come Segantini. Proprio in questo testo si scrive che la natura è “l’esteta insuperabile, / la mima senza pari” che “volle esprimere / la montagna in un essere dell’aria” (LP: 237–238, vv. 47–49). Il processo mimetico associato da almeno Platone in avanti alla creazione artistica sembra tematizzato (e svolto) pure in questo testo, che si conclude con il poeta disteso sull’abisso a contemplare “con occhi estatici il Parnasso” (LP: 240, v. 101), quindi sia la farfalla che la montagna sacra, e a capire “il sorgere dei miti / nei primi giorni dell’umanità” (LP: 240, vv. 102–103).
L’arte imita la natura? O la natura imita l’arte? Gozzano sembra credere a entrambe le versioni, tanto alla più antica interpretazione occidentale dell’operato artistico quanto a quella decadente wildiana che egli stesso riformula o traduce. 24 Non importa, sembra sostenere Gozzano, cosa imita cosa. È il processo imitativo che trionfa nelle cose della natura come in quelle umane e artistiche in modo particolare.
In Della cavolaia la farfalla, prigioniera della città, muore (come morirà anche l’atropo ucciso dalle api in Della testa di morto). Questa farfalla è naturalmente mimetica, le crisalidi sono “concolori così col marmo e il muro / che lo sguardo le fissa e non le vede” (LP: 242, vv. 16–17). Proprio in questo testo si racconta la storia emblematica del Microgaster. Già dallo stadio di bruco la cavolaia è infettata dal parassita, che immerge “il germe della morte ad ogni assalto” (LP: 242, v. 29) e “cresce vive coi germi della morte” (LP: 243, v. 33) mentre “il bruco vive, cresce, si trasmuta / sognando il giorno del risveglio alato” (LP: 243, vv. 39–40). Come non riandare con il pensiero al testo della prima epistola, Dal germe, dove appunto “si sogna e si trasmuta”. In Della cavolaia Gozzano spiega che la Natura non è “perfetta e infallibile” (LP: 244, v. 47) ed è “stretta parente col pensiero umano” (LP: 244, v. 48) che “tenta ritenta elimina corregge” (LP: 244, v. 51). Quanto simile anche al processo scrittorio questa attività della Natura fallibile e imperfetta! E anche qui troviamo quel verbo che, a mio modo di vedere, fornisce un importante filo conduttore per poter rileggere le Epistole, il dantesco “trasmutare”, associato in questo testo all’uomo, l’uomo di città, l’uomo moderno, che con “arte maga trasmutò gli stami / in multiple corolle mostruose” (LP: 247, v. 123–124).
Conclusioni provvisorie
Pochi mesi prima di morire (morirà il 9 agosto), Gozzano pubblica un articolo intitolato Il nastro di celluloide e i serpi di Laooconte.
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L’articolo, uscito il 5 maggio 1916, è una riflessione sulla natura del cinema, a cui egli stesso aveva contribuito scrivendo la sceneggiatura per un documentario proprio sulle farfalle. Nell’articolo Gozzano dimostra un certo disprezzo per il cinema e scrive: Il cinematografo è un’industria e ha bisogno dell’arte. Questo è il fenomeno tragico e interessante, un fenomeno che mi ricorda quella mosca parassita che penetra nella crisalide delle nostre più smaglianti farfalle diurne, vi soggiorna, se ne nutre, pur non uccidendole, ma sostituendovisi a poco a poco: così che l’allevatore, in attesa, ne vede uscire non la farfalla magnifica, ma una volgarissima mosca. La quale resta mosca, e la farfalla, farfalla. Così pellicola ed arte restano quello che sono; divise, inconciliabili fino all’ultima molecola, come certe sostanze non amalgamabili assolutamente. (Sanguineti, 1966: 88)
De Rienzo (1985) ci ricorda che tra i lettori delle Epistole che meglio ne hanno colto lo spirito troviamo uno scrittore intelligente come Giuseppe Pontiggia, il quale riassume: Il simbolo della farfalla-psiche, della cui ricchezza Gozzano era pienamente consapevole, irradia la sua strana luce, … non solo nelle Epistole entomologiche: lungi dal segnare un momento di involuzione esso è piuttosto il punto terminale di una ricerca durata una vita e ne offre nuove modalità interpretative. La stessa incompiutezza del poema e la successiva paralisi creativa non direi che siano dovute alla percezione di uno sviamento, ma più propriamente al presagio di esser troppo vicino al cuore della propria creazione e al timore, portandolo alla luce di soffocarlo. È opinione banale quanto diffusa pensare che la meta di un artista sia di esprimere ‘se stesso’. Gozzano sentiva che, affrontando finalmente i temi della crisalide, della metamorfosi e della farfalla, era arrivato al nucleo della propria ispirazione, fino a diventarne prigioniero, come un insetto al centro della ragnatela. (in De Rienzo, 1985: 96)
Il testo delle Farfalle è concepito da Gozzano come imitazione di un processo trasformativo e, forse anche per questo, non può che essere lasciato in una forma che a sua volta postuli, richieda la trasformazione da parte di un interlocutore internamente previsto. Quell’interlocutore noi potremmo identificarlo con chi ha allestito le (varie) edizioni che leggiamo oggi.
La prassi compositiva di Gozzano prevede il rifacimento, l’imitazione, la traduzione, la riscrittura. Le farfalle ne sono il culmine e se, come scrive Andrea Rocca nell’introduzione alle Epistole, esse “esistono in specie per noi” (1980: 371), la loro originaria incompiutezza non è, non deve necessariamente essere, almeno per il lettore di oggi, un fallimento artistico. Analogamente a quanto insegna la Macroglossa nei versi che seguono, forse non a caso, espunti prima della sua parziale pubblicazione: Un desiderio senza tregua, come di trasformarsi, sale dalla tenebra delle radici, grida nella luce, delle corolle, cerca la sua legge: liberarsi, fuggire, modulare l’ali, imitare le farfalle al volo. (LP: 274, vv. 117–122)
