Abstract
Quelle di Sergio De Santis (Napoli, 1953) sono storie naufraghe e salmastre; storie di malussìa che raccontano di uno “smarrimento fra gli stretti sentieri di una vita troppo diversa da come l’avevamo immaginata”. E la malussìa è la dimensione di un io metamorfico e dai nomi cangianti – a volte professore, altre velista, altre ancora giocatore di carte… – che attraversa il suo mondo narrativo, legando tra loro echi, temi e movenze di scrittura.
Nel gruzzolo di opere sinora pubblicate – una raccolta di racconti e tre romanzi – De Santis si dimostra un naufrago della scrittura che ama giocare con la reticenza, non solo perché è consapevole della forza dell’allusività e del rapporto tra i vuoti e i pieni, ma anche perché vuole che il suo paesaggio fisico e morale sia un correlativo di una condizione umana generale. Per De Santis il Sud è soprattutto la specola attraverso la quale guardare malinconicamente al disastro del mondo, senza però lasciarsi sfuggire ogni possibilità residua e imprevista di bellezza.
1.
I primi racconti di Sergio De Santis (Napoli, 1953) sembrano scritti come all’indomani di un naufragio misterioso e incomprensibile che ha stralunato la realtà. I luoghi, le persone e i sentimenti hanno ancora il mal di mare, pur essendo da tempo approdati in terraferma. E l’io metamorfico che li osserva e li descrive e li evoca è il primo naufrago, la prima isola senza mare che naviga sotto lo sguardo di un vulcano in apparenza muto ma forse in grande e remota attività.
Pur descrivendo spesso le periferie di una grande metropoli, De Santis si tiene alla larga dal sociologismo e dal miserabilismo meridionalistico. Quel che muove la sua scrittura è piuttosto il sentimento malinconico di chi ha sperimentato la fugacità delle cose ma non se ne spaventa, e ne accetta la terribile naturalezza. De Santis battezza questa percezione del mondo con una parola misteriosa ed evocatrice che, pur pronunciata da un fugace personaggio, sembra essere suggerita direttamente dal mare: malussìa.
Cosa questa parola significhi esattamente, nel libro non viene mai detto, così come non viene mai dato un nome ai luoghi descritti. Il lettore capirà ben presto di essere chiamato a un gioco della reticenza, in parte dovuto al pudore di chi vuole solo ed esclusivamente raccontare, e in parte a un tentativo di non localizzare in modo specifico un sentimento che di sicuro appartiene al Sud del mondo, ma può ben essere condiviso anche da chi abita altre latitudini.
Di sicuro, la malussìa—che a volte prende il suono e il ritmo di un samba e altre quelle di un tango, stimolando un’analogia con la saudade—, è connessa alla presenza del mare. È forse dovuto al sale marino e all’atmosfera salmastra il vibratile nervosismo di alcuni personaggi di Malussìa. Storie del vulcano muto (2000), che in apparenza si presenta come una raccolta di racconti, ma è forse ciò che è rimasto di un romanzo anch’esso vittima del naufragio.
2.
E se i racconti raccolti nel libro d’esordio apparivano come i frammenti sopravvissuti a un naufragio, in Cronache dalla città dei crolli (2005, finalista al Premio Strega 2006) De Santis scandisce lungo l’arco di una settimana il naufragio nel suo farsi.
Si tratta di un naufragio di terra, che avviene in una città che ci si ostina a non voler nominare, ma ben riconoscibile come un luogo del Mediterraneo; una città verticale che molto somiglia a Napoli, sia pure con qualche efficace inserto di urbanistica fantastica. In questa città i palazzi di cemento armato, corrosi dal tempo e dall’incuria, si sono ammalati e crollano uno dopo l’altro. Rimangono in piedi solo gli edifici di tufo e il quartiere dei ricchi. Ma anche in questo quartiere la normalità è più apparente che reale.
Sante, Maria e Schizzo: sono loro i protagonisti dell’ellittico romanzo. I primi due sono fratelli. Abitano una sorta di grotta tufacea trasformata in casa. In questo luogo, il loro padre aveva la fornace per lavorare il ferro. Schizzo si potrebbe definire un loro figlio adottivo. Come molti altri ragazzi è rimasto orfano: i genitori sono stati vittime di uno dei tanti crolli. Schizzo non è il suo vero nome; è semplicemente un affettuoso soprannome datogli quasi per caso.
Quella raccontata in Cronache dalla città dei crolli è un’apocalisse quotidiana. Non ci sono sovrattoni o impennate moralistiche. La scrittura è nitida, attenta al dettaglio, mai retorica, e riesce a catturare il lettore in una rete emotiva.
Ognuno dei personaggi fa fronte come può ai disagi della quotidianità: Sante lavora aggiustando i tanti oggetti che non funzionano più; la seducente Maria dovrebbe fare la traduttrice dal francese, ma in realtà è immobilizzata nella grotta-casa: le sue gambe non rispondono più al cervello, ma le rimane la lettura; Schizzo è a suo modo un esperto del Web: ha un piccolo computer portatile che è anche una telecamera e un registratore, e con esso “doppia” la vita sua e degli altri. È insieme il testimone e la voce narrante e colui il quale riesce a ritagliarsi comunque un suo spazio di “normalità”, che lo vede trasformarsi da ragazzo in adulto.
C’è poi Armando, un uomo che ha capito prima degli altri in che direzione stesse andando la realtà, e si è trasformato in un rigattiere di tutte le cose perdute. Il suo negozio è il luogo degli scambi e dei baratti: un ariostesco regno delle cose perdute.
Sarà poi in una festa con tanto di fuochi d’artificio che si materializzerà quello che si potrebbe definire l’inconscio nero della città; ed ecco che come un rigurgito della storia, una massa di teppisti—ma forse sono ancora i sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo pronti a mangiarsi vivi i giacobini del 1799—farà una strage.
Di nuovo, un’apocalisse, ma innervata da risvolti quotidiani e molto realistici. In realtà il romanzo ha un finale molto terreno. Schizzo accetta un compromesso, ma sopravvive. E soprattutto si dà un nome: si chiamerà Santemaria.
È uno di quei rari esempi di scrittore “per necessità”, Sergio De Santis: necessità sia espressiva sia morale; il suo lavoro s’inserisce in modo originale nel panorama vario e sfaccettato della letteratura che proviene da Napoli. Dopo aver dato un nome a un sentimento molto napoletano come la Malussìa—cos’altro è, ad esempio, la Bagnoli raccontata da Ermanno Rea se non un luogo ammalato di Malussìa?—, lo scrittore fa i conti con il passato della città e lo traveste da futuro e cerca un presente che abbia la possibilità della decenza.
3.
Ed eccoci a Nostalgia della ruggine (2010, Premio Napoli), un romanzo solido, fittamente tramato da una memoria viva e pulsante, con personaggi ben tratteggiati e un paesaggio conosciuto in ogni minimo dettaglio; un paesaggio urbano con mare—e che mare!—capace di mutevolezze impreviste nella sua apparente e sostanziale immutabilità.
Si chiama Davide, il protagonista. Ama paragonarsi ad Alcibiade, le cui gesta sono state raccontate da Plutarco. Diventato “su al Nord” un riuscito uomo d’affari, come Alcibiade ha imparato a non guardare in faccia a nessuno. Quel che conta è arricchirsi, andare veloce all’obiettivo, sconfiggere gli avversari ancor prima che cominci la battaglia.
Davide è nato in una città antica, fitta fitta di memoria stratificata. De Santis, com’è sua abitudine, si perita di non nominarla mai. È la sua scommessa di scrittore. Come abbiamo visto, sin dal suo esordio ha deciso che il mondo raccontato deve essere scandito con precisione, conosciuto centimetro per centimetro, scontato molecola per molecola, ma la narrazione deve volare alta, allusiva, leggera, pregna.
La sua città è Napoli, che dubbio c’è: e Davide “la storia della sua città l’aveva studiata con accanimento” (n. pag. 49). Ma la letteratura non è mero rispecchiamento del reale; è tale solo se aspira ad essere una forma di conoscenza, che di volta in volta deve trovare la strada possibile di un contatto: “In fin dei conti ogni sapere, scienza compresa, era per Davide una forma di narrativa” (n. pag. 168). Non è detto che mentre si scrive gli occhi debbano esser aperti, l’importante è che lo siano stati durante la vita. Non stupisce dunque che alla fine del libro a Davide sembri “di aver solo pensato a occhi chiusi” (n. pag. 200).
Davide da tempo ha lasciato la sua città, e se adesso vi fa ritorno è solo per vendere una casa che sta in cima a un vicolo che è lì lì per sbriciolarsi: è la casa della sua infanzia. E allora come adesso è tutto un pullulare di barbari. Di persone che hanno le loro abitudini, alle quali mai rinuncerebbero, e per le quali il vicolo corrisponde al cosmo. La descrizione dei barbari, la capacità di Davide di relazionarsi a loro senza inutili moralismi e usando le loro stesse armi (in una parola: la violenza) sono una vera novità di questo romanzo. D’altronde, Davide sente di essere anche lui “un barbaro del vicolo”: “un barbaro mezzosangue, un meticcio, figlio di un barbaro per vocazione e di una nobildonna decaduta ammalata di accidiosa malinconia” (n. pag. 183).
Si capisce presto che la vendita della casa è solo un pretesto. Semplicemente Davide ha intuito di essere “incappato in un mulinello della vita” (n. pag. 44). E la vita significa destino, memoria, spazio geografico ed urbano, e soprattutto tempo.
In questo romanzo il tempo gronda: tempo corroso, sfatto, polverizzato, arrugginito, per l’appunto. Ma questo tempo ha sempre un suo correlativo oggettivo. Tutta la struttura delle immagini è messa a punto con una precisione e una pertinenza poetica che sono rare da trovare nei libri dell’oggi.
Mentre Davide fa i conti con la sua vita passata, evocando le figure dei genitori, incontrando persone che forse gli sono state amiche o nemiche, ritrovando la barca a vela sulla quale ha scoperto i silenzi paradossali di una città innervata di rumore umano, anche noi lettori siamo chiamati in causa. Non perché lo scrittore si sia inventato qualche artificio retorico, ma solo perché, come diceva Giacomo Debenedetti dei grandi romanzi, questa storia ci riguarda. Eccome!
Si può avere “nostalgia di quel che nostalgia non meriterebbe?”, si chiede Davide (n. pag. 100). Pur non nominandola, De Santis sta parlando di quella malussìa che è all’origine del suo percorso narrativo. Qualcosa di difficile da dire, una sorta di saudade seria, intima alle tragedie quotidiane, ma sempre famelica per quel che guizza, per quel che con semplicità tremenda chiamiamo vita.
Riandando con la mente alla sua “infanzia da forestiero arrugginito dal marciume del vicolo” (n. pag. 100), Davide scopre che la sua nostalgia è giustificata. “In fin dei conti era stata pur sempre vita, e tutto, con gli occhi della morte, merita nostalgia” (n. pag. 100).
Davide non ha ancora cinquant’anni, ma ha imparato a trafficare non solo con i soldi, ma soprattutto con la morte. Il suo cuore a tratti perde ritmo. A differenza della sveglia che si porta sempre con sé, il suo cuore non è un oggetto meccanico. Però non è detto che la morte sia davvero vicina. O forse sì. Il narratore lascia tutto aperto, saremo noi lettori a mandare avanti la storia.
4.
Un’allegoria, dice il dizionario delle figure retoriche, è una serie di metafore tenute insieme come una collana. Con L’opera viva (2014), usando due ordini d’immagini e intrecciandole tra loro, il nostro narratore ha costruito una compattissima allegoria della decenza umana.
Da una parte il mare, dall’altra la scuola: ecco i due serbatoi immaginativi da cui lo scrittore ha pescato per costruire la sua storia. Si tratta delle due esperienze fondanti della voce narrante: un io che si chiama Leio (anche se tutti lo apostrofano come Leo), ha trentacinque anni, fa l’insegnante e ama il mare e la navigazione a vela.
Già ad apertura di pagina, l’allegoria prende forma mettendo in connessione i due serbatoi: il mare e la scuola sono da subito due vasi comunicanti. È vero che i ragazzi sono in aula—un po’ recalcitranti, ma via via sempre meno—; è altrettanto vero, però, che stanno anche nuotando o navigando o affogando e così di seguito.
Il loro professore è pronto a lanciargli il cordame necessario all’attracco, e lo fa mettendoli nella condizione di capire cosa sia l’opera morta di un’imbarcazione (quella che sta sopra il livello dell’acqua) e cosa invece l’opera viva, che guerreggia all’infinito con l’infinito delle acque marine (e vengono in mente similitudini possibili con lo stile dell’anatra di Raffaele La Capria e con i sommersi e i salvati di Primo Levi)
Il narratore stringe a sé i ragazzi perché non sta solo teorizzando; è anche lui un possibile naufrago della vita; e i giovani studenti se ne rendono conto. Di tanto in tanto il professore-navigatore si ferma a fare il “punto nave”: “quando si spiega bisogna essere sicuri che ti stiano seguendo, altrimenti te ne vai solo solo per la tua rotta, magari per un’ora intera, mentre loro se la svignano oltre l’orizzonte delle tue parole” (n. pag. 71).
Il suo obiettivo è dargli il senso della misura, senza nascondergli le infinite asperità della vita quotidiana; se potesse, vorrebbe farli giocare “sulla linea magica che divide il sole dalla pioggia: sulla prua la pioggia battente e un metro più in là il sole … Almeno finché dura, perché quando pioggia e sole si accorgono che stai giocando con loro, prima o poi l’una o l’altro ti afferrano: devono essere gli dei del cielo a decidere le condizioni atmosferiche, non tu, che sei solo un misero mortale” (n. pag. 115).
Il narratore pone la sua scuola non troppo lontana dal mare, ma non sul mare. L’ambientazione è oculatamente tenuta sulle generali, anche se si mettono a frutto le diverse localizzazioni in cui l’autore ha davvero insegnato. E questo avviene anche nell’individuazione dei diversi personaggi: tutti, a cominciare dagli studenti, forniti di un proprio soprannome: il Duro, il Celtico, il Salvatore, Sgarro, la Chiocciola, la Streghetta, Giovanna D’Arco e Cappuccetto Rosso … Ragazzi e ragazze emblematici di qualsiasi geografia, pur appartenenti a precise collocazioni territoriali, dove a prevalere su tutte è una più vasta cognizione spaziale: quella del Mediterraneo.
Dopo aver molto amato in gioventù uno scrittore come Borges, De Santis si è messo a scavare in profondità, cercando di ancorare il proprio narrare a solide fonti che hanno attraversato i secoli. Non è un caso che l’epigrafe scelta per intonare la sua allegoria—“Ho fatto buona navigazione quel giorno che feci naufragio”—sia estrapolata da Zenone di Cizio. Credo che allo scrittore la sola cultura non sia più bastata: ha cominciato a corteggiare la sapienza. Sono così riemersi i suoi interessi filosofici e critico letterari (si è laureato con una tesi su Giacomo Debenedetti) e la stessa scrittura si è rassodata.
Va detto che uno dei maggiori godimenti di questo libro si trae proprio dalla scrittura: ben intonata, senza fronzoli, sempre pronta a fare il “punto nave” non solo nei confronti degli studenti, ma soprattutto dei lettori.
È così che l’allegoria della decenza umana, immagine dopo immagine, pensiero dopo pensiero, prende il largo e a libro finito scopriamo che l’allegoria si è presto trasformata in una barca a vela e noi abbiamo viaggiato con lei, tra i flutti, il vento e la vita.
5.
Per quanto sembri strano, nel Sud non nascono spesso scrittori di mare. Leonardo Sciascia ricordava che molti paesi della Sicilia voltano le spalle al mare. E credo che un discorso del genere possa essere esteso ad altre aree del Meridione. Eppure senza il mare, senza la sua persistenza e la sua incessante metamorfosi, il Sud perde una delle sue maggiori peculiarità.
Qualcosa del genere deve pensare Sergio De Santis, visto che già dal suo libro d’esordio lasciava che il mare non solo comparisse direttamente, ma spesso impregnasse anche le storie che con il mare non hanno un rapporto diretto. Il mare di De Santis è soprattutto quello che lambisce le coste di una grande città mediterranea. Ed è Napoli, ed è ogni altrove del mare, come direbbe Kavafis.
Sono storie naufraghe e salmastre; storie di malussìa che raccontano di uno “smarrimento fra gli stretti sentieri di una vita troppo diversa da come l’avevamo immaginata” (n. pag. 43).
E la malussìa è la dimensione di un io metamorfico e dai nomi cangianti—a volte professore, altre velista, altre ancora giocatore di carte…—che attraversa il mondo narrativo di De Santis, legando tra loro echi, temi e movenze di scrittura.
Ci troviamo insomma in compagnia di un narratore che ama giocare con la reticenza, non solo perché è consapevole della forza dell’allusività e del rapporto tra i vuoti e i pieni, ma anche perché vuole che il suo paesaggio fisico e morale sia un correlativo di una condizione umana generale. Dunque, per De Santis il Sud è soprattutto la specola attraverso la quale guardare malinconicamente al disastro del mondo, senza però lasciarsi sfuggire ogni possibilità residua e imprevista di bellezza.
Succede così che quando si frequenti le sue storie, può accadere di riconoscere la malussìa anche fuori di esse, in quella porzione di mondo esterno che la casualità del momento fa esistere davanti al tuo sistema percettivo.
Così è successo a me, quando mi sono trovato a passeggiare per le strade di un quartiere segnato dalla dismissione di una grande fabbrica.
Era il primo pomeriggio, e per caso mi trovavo alla stazione della Cumana, uno dei trenini metropolitani che collegano la città con i paesi Flegrei. Sapevo che da lì, in non più di mezz’ora, avrei potuto raggiungere la spiaggia di Torregaveta. L’idea di un treno metropolitano che fa capolinea su una spiaggia mi aveva sedotto da tempo, senza che mi fosse riuscito ancora di realizzare quel desiderio. Ed ecco che già si chiudevano le porte ed ero seduto in un vagone quasi vuoto, preso dalla frenesia dello sguardo, pronto a cogliere a sinistra il mare e a destra il tufo, i palazzi, Pozzuoli. E poi il buio delle gallerie e i cantieri in disuso e una costa frantumata, e i visi dei pochi passeggeri in salita o in discesa. Adesso, a destra, c’era il lago di Fusaro, con la casina vanvitelliana e il suo breve ponte. Mancava poco, ed ecco il capolinea.
Ma dov’è la spiaggia che cercavo? Faccio qualche passo incerto fuori dalla stazione. Ma invece di vedere la spiaggia, all’improvviso mi si profila l’immagine possente e slanciata di un’isola. All’istante so che si tratta di Ischia: certo che lo so, c’è poco da sbagliare, ma non me l’aspettavo. La spiaggia c’è, eccola, ma è interrotta da un lunghissimo pontile, che come una freccia obliqua indica l’isola. E sul pontile ci sono diversi uomini intenti a pescare, e accanto agli uomini alcuni cani dormicchiano sul cemento o giocano tra loro. Provo sentimenti contrastanti, quel che sta lontano e galleggia laggiù mi sembra bello e appetibile, ma il vicino mi sconforta. Vado fino in fondo al pontile troppo lungo e con ogni probabilità inutile. Poi rapidamente torno indietro e prendo il primo treno. In poco più di mezz’ora si può uscire dal centro antico della città e venire a pescare su quel pontile, penso. E di nuovo sono preso dalla frenesia dello sguardo, mi siedo prima a sinistra e poi a destra, e guardo fuori dai finestrini scorrere il tufaceo paesaggio flegreo.
Quando scendo dal treno so di provare un sentimento salmastro, e so che questo sentimento ha a che fare con la malussìa; quella malussìa scoperta nelle narrazioni di un sapiente naufrago della scrittura, i cui libri abbiamo rievocato in questo scritto a forma di arcipelago. E allora so a chi essere grato se posso nominare uno stato d’animo che mescola pulsioni diverse e che viene dall’esperienza del Sud, ma che a volte può accomunare uomini donne e luoghi di ben altre latitudini.
