Abstract
Un esame delle opere di Jhumpa Lahiri induce a chiedersi come possano essere rappresentate varie forme di identità diasporica tramite la narrativa, e quello che tali forme significhino se rapportate a culture diverse, create tramite lingue diverse, oppure recepite da lettori di comunità diverse. Qui, certe opere come Interpreter of Maladies (1999), scritta originariamente in inglese, e In altre parole (2015) e Dove mi trovo (2018), scritte originariamente in italiano, sono studiate come dettagli che prefigurano un disegno più ampio. Incorporando elementi di più culture, esse sono concepite come un indice rivelatore di tendenze sociologiche e letterarie che, sviluppandosi, inducono a criticare modelli universalisti di autorità culturale e a ripensare le dinamiche che sottendono la formazione di molteplici canoni letterari. La prospettiva adottata in questa analisi è sia interna che esterna. Attraverso la prospettiva interna si può risalire al funzionamento testuale, al modo in cui si creano vari modelli di identità, al loro rapportarsi a più memorie culturali, categorie sociologiche e lingue. Attraverso la prospettiva esterna, invece, si può analizzare la ricezione. Si possono valutare ad esempio le risposte di certe comunità ermeneutiche anglofone e italofone, il modo in cui esse includono entro un canone l'opera di Lahiri, oppure la escludono, e perché.
Keywords
Esaminare l’opera di un’autrice bilingue che è stata esposta a più culture come Jhumpa Lahiri 1 invita a porsi varie domande. Ad esempio, induce a chiedersi quali siano le risposte critiche che essa genera e anche come essa interagisca con canoni letterari dinamici e complessi non necessariamente basati su una “dialettica opposizionale.” 2 Fa poi riflettere su come possano essere rappresentate diverse forme di identità tramite la narrativa, e quello che tali forme significhino se calate in culture diverse, presentate in lingue diverse, oppure recepite da lettori di comunità diverse, in particolare quella anglofona e quella italofona. Come noto, Lahiri, nata a Londra nel 1967 da genitori bengalesi e poi trasferitasi negli Stati Uniti, ha ottenuto immediato successo per le sue opere scritte in inglese, tra queste la raccolta di storie Interpreter of Maladies del 1999 che ha ricevuto il Pulitzer Prize nel 2000. Più tardi Lahiri, oltre ad essersi fatta notare per le sue traduzioni letterarie dall’italiano all’inglese, 3 si è affermata con la pubblicazione di alcuni libri di narrativa in italiano, inclusi In altre parole del 2015 4 e Dove mi trovo del 2018.
Per procedere all’analisi delle questioni introdotte – in particolare il rapporto fra l’opera di Lahiri e la ricezione, oltre ai metodi di rappresentazione dell’identità culturale attraverso la narrativa – è bene definire alcuni termini. Si potrebbe cominciare con il precisare quel che può intendersi per canone letterario. Una spiegazione utile la offre Romano Luperini, il quale distingue due sensi. Nel primo, il canone rappresenta un gruppo di opere caratterizzate da norme retoriche, di gusto e di poetica omogenee che fondano la tradizione di una comunità e che spesso sono elaborate in altre opere successive. Nel secondo senso, il canone si basa sulla ricezione. È cioè determinato dalla scelta di testi che rappresentano l’identità culturale di una comunità e che ne riflettono i valori dominanti. Su questa scelta hanno influenza la globalizzazione dell’industria culturale, la tendenza alla multietnicità e la formazione di entità sovrannazionali. 5 Luperini, cioè, mette in evidenza la tensione in atto fra la tradizione letteraria di una comunità (ad esempio, la “comunità immaginata” della nazione) 6 e le pressioni esterne esercitate su quella tradizione – delle pressioni che possono portare a profondi cambiamenti canonici.
Qui, l’opera di Lahiri – dapprima quella in inglese e poi quella in italiano – sarà esaminata come un dettaglio che prefigura un disegno più ampio. Originata dall’elaborazione di elementi appartenenti a diverse culture, essa sarà concepita come indice rivelatore di certe tendenze letterarie che, sviluppandosi, sono in grado di modificare canoni letterari esistenti e di crearne dei nuovi. La prospettiva che si adotterà in questo studio sarà al tempo stesso interna ed esterna. Attraverso la prospettiva interna si risalirà alla struttura e al funzionamento dell’opera. In particolare, si osserverà come si configurano vari modelli di identità culturali entro le dinamiche testuali e come tali modelli interagiscono con diverse memorie culturali e lingue. Tramite la prospettiva esterna, invece, si illustrerà il modo in cui l’opera risponde a nuovi mutamenti di tendenza in rapporto al mondo della produzione e fruizione culturale. Si considereranno anche gli accordi e i disaccordi interpretativi della comunità ermeneutica, il modo in cui essa include in un canone l’opera di Lahiri oppure la esclude, e perché. Detto in termini gramsciani, la prospettiva esterna faciliterà un esame di come l’opera di Lahiri si rapporta a questioni di “egemonia culturale” e permetterà di comprendere se tali questioni sono affrontate a sostegno di entità locali, nazionali, transnazionali, di alcune di esse, o di tutte, e anche se, nell’estrinsecarsi, le questioni favoriscano o meno l’emancipazione sociale e l’accettazione della diversità.
Se si considera la prospettiva esterna iniziando dall’esame del dibattito critico recente sull’opera di Lahiri originariamente scritta in inglese, emergono dei motivi ricorrenti che rimandano a una critica di visioni fisse e monolitiche di canone. Questi studi notano che, di frequente, l’opera della scrittrice introduce situazioni in cui si superano confini nazionali, 7 altri invece mettono in evidenza la presentazione di identità individuali marginalizzate e le esperienze di migranti. 8 Certi, infine, rilevano aspetti dell’interculturalità collegati alla traduzione. 9 La stessa collocazione culturale dell’autrice è oggetto di disaccordo. Lahiri a volte è descritta come scrittrice minoritaria, e più spesso come scrittrice diasporica, del Sud asiatico, americana, transnazionale, postcoloniale, oppure cosmopolita. 10
Il dibattito critico su Lahiri evidenzia le diverse priorità delle svariate tradizioni critiche. Negli Stati Uniti, ad esempio, tanti lavori critici in American Studies e Postcolonial Studies che evidenziano il cosmopolitismo di Lahiri nei suoi scritti in inglese pongono anche l’accento sul loro valore transnazionale più che su quello locale. Molti di questi studi evitano di esplicitare la connessione di questa autrice con gli scrittori delle minoranze affiliati a un progetto multiculturale. Probabilmente, questo è dovuto al fatto che, negli Stati Uniti, una parte della critica che sostiene la scrittura multiculturale delle minoranze privilegia un’agenda politica locale, talvolta nazionale. Questo filone della critica giustifica il suo scarso interesse al cosmopolitismo di Lahiri, come del resto a quello di altri scrittori, perché crede che dare troppa enfasi a tale tratto possa indurre alcuni a celare o minimizzare le diversità di razza, etnia e altre categorie sociali che invece, attraverso una critica militante, dovrebbero essere rese visibili per poi potere combattere la discriminazione e garantire più giustizia sociale entro una specifica comunità.
Sempre negli Stati Uniti, tuttavia, non mancano alcuni studi su Lahiri che cercano di superare la conflittualità di queste due visioni – quella che privilegia l’aspetto cosmopolita e quella che non lo fa. Di solito questi studi si focalizzano su quella parte dell’opera di Lahiri che riguarda il rapporto fra Sud Asia e altri paesi dell’area anglofona. Uno di questi contributi, che sembra particolarmente rappresentativo, si intitola “Minority Cosmopolitanism” (2011) ed è di Susan Koshy. Qui Koshy, prima di analizzare Interpreter of Maladies (1999) e Unaccustomed Earth (2008) di Lahiri, spiega il suo approccio e propone di leggere i due testi attraverso la “categoria analitica” del “cosmopolitismo minoritario”. 11 Secondo la studiosa, tale categoria è fondamentale per rendersi conto che “una gerarchia verticale di valori che relega la minoranza entro una dimensione subnazionale non considera le capacità dinamiche che tale minoranza ha nel “saltare livelli” entro il contesto globale”. 12 Questa categoria analitica – Koshy aggiunge – consente anche di tenere a mente che spesso le narrative delle minoranze contribuiscono alla decostruzione di “genealogie eurocentriche di cosmopolitismo” poiché “presentano delle forme di cosmopolitismo non occidentale e offrono una visione alternativa di scambio culturale e affiliazione transnazionale”. 13
Le affermazioni di Koshy invitano a riflettere sui parallelismi tra elementi culturali osservabili sia da una prospettiva interna che da una esterna. Da una prospettiva interna, certi testi di autrici come Lahiri presentano elementi subnazionali e transnazionali, i loro scambi e rapporti con elementi nazionali. Se esaminati da una prospettiva esterna, per le loro caratteristiche, questi testi si prestano invece a collocazioni canoniche di diverso tipo, sia ai margini di una nazione che oltre tali margini. Sempre da una prospettiva esterna, questi testi stimolano un dibattito su ciò che può considerarsi letteratura delle minoranze e del gruppo dominante e su ciò che può concepirsi come letteratura locale, nazionale, occidentale o transnazionale. Inducono, ad esempio, a riflettere sul ruolo di un’autorità culturale che, sulla base di diverse priorità – siano esse nazionali, transnazionali, etniche, razziali, di genere, o altro – può influenzare le scelte canoniche e può cambiare nel tempo e nei luoghi.
Per tracciare il modo in cui si estrinsecano le relazioni fra la componente subnazionale, nazionale e transnazionale da una prospettiva interna nell’opera di Lahiri in inglese, è utile fare riferimento a un concreto caso testuale. In “When Mr. Pizarda Came to Dine” raccolta in Interpreter of Maladies, per esempio, queste relazioni diventano palesi dall’analisi di certi personaggi centrali. Con le loro caratteristiche e azioni, questi personaggi manifestano un’identità intersezionale che si rapporta a diverse culture e si associa a diverse espressioni di genere, razza ed etnia. Si potrebbe addirittura dire che, in senso lato, questi personaggi incarnano forme varie di traduzione, in quanto sono costantemente raffigurati nel loro mediare lingue e culture diverse. Usando una metafora, tali personaggi fungono da “ponti” fra specifiche geografie culturali, qui soprattutto quelle del Sud Asia e del Nord America.
In “When Mr. Pizarda Came to Dine,” i quattro personaggi principali rivelano dei tratti diasporici e sono costretti a confrontarsi con una realtà politica e geografica in continuo movimento. Mr. Pizarda è un ricercatore del Pakistan che, nel 1971, è affiliato a un’università del New England. Gli altri tre personaggi, invece, sono i membri di una famiglia indiana trasferitasi da molto negli Stati Uniti. Dalle conversazioni serali di Pizarda a casa della famiglia, i lettori vengono a conoscenza di eventi storici che trasformeranno radicalmente la vita del ricercatore e dei suoi cari rimasti a Dacca. 14 Mentre Pizarda è negli Stati Uniti, infatti, il Bangladesh si separa dal Pakistan e Dacca diventa la capitale della nuova nazione. 15 Pizarda, quindi, durante il suo breve soggiorno statunitense, capisce che quando potrà tornare a Dacca si troverà in un paese dai confini diversi da quelli che aveva lasciato, senza avere avuto alcuna possibilità di decisione su quel cambiamento epocale.
Sempre nella stessa storia si comprende che, nella famiglia indiana, la madre e il padre appartengono alla prima generazione di migranti; la figlia alla seconda. Sia i genitori che la figlia rappresentano una minoranza etnica e razziale negli Stati Uniti, ma mantengono legami con l’India in forme diverse; ad esempio, visitano spesso dei parenti. La lingua nativa dei genitori è il bengalese, una tra le lingue riconosciute dalla costituzione indiana. Tuttavia, come risultato della storia coloniale indiana, sono sempre stati esposti in vari modi all’inglese. Da una prospettiva gender, i loro ruoli sono tradizionali, ma differiscono da quelli di coloro che appartengono ad altre culture degli Stati Uniti. Molte delle loro usanze sono tipiche del Sud Asia, e quindi più simili a quelle di Pizarda, che, come menzionato, è di nazionalità diversa dalla loro. Il testo fa riferimento a piccoli dettagli significativi per rafforzare l’idea di affinità culturale tra i genitori e Pizarda. Si dice, ad esempio, che tutti e tre hanno simili abitudini alimentari e regole di cortesia. 16 La figlia, nella storia, risulta la più integrata nella cultura statunitense, anche se alcuni le ricordano in diverse occasioni di essere un individuo minoritario, e lei stessa si sente tale. Una volta, ad esempio, durante una lezione di storia americana, la ragazza si rende conto di essere la sola in classe ad avere legami culturali ed affettivi con il Sud Asia e ad essere informata di eventi correnti in quella regione (Lahiri, 1999: 32–33). Tramite le figure della figlia e degli altri personaggi, la storia “When Mr. Pizarda Came to Dine” serve quindi a evidenziare alcune dinamiche insite in alcune forme di identità diasporica, e anche per considerare l’interazione di elementi nazionali, subnazionali e transnazionali.
Dopo queste osservazioni sull’opera in inglese, l’esegesi testuale di alcuni libri originariamente scritti in italiano da Lahiri, In altre parole (2015) e Dove mi trovo (2018), permette di integrare il discorso di analisi interna riguardante l’identità culturale e le strategie narrative tramite un diverso corpus letterario. Questi libri in italiano, infatti, propongono ulteriori generi di scrittura e modelli di identità. Inoltre, ampliano la gamma di affiliazioni culturali a cui la scrittrice fa riferimento. Ad esempio, mentre i testi in inglese spesso presentano realtà diasporiche di personaggi in transito fra Sud Asia e Nord America, quelli in italiano mostrano il graduale integrarsi delle protagoniste in una cultura non familiare, quella italiana. Da un punto di vista esterno, questa comparazione tra opera inglese ed italiana di Lahiri facilita poi l’esame di altri dibattiti critici, soprattutto quelli che riguardano l’area italofona; in più, porta a fare ulteriori considerazioni sulla fruizione dei testi, la loro circolazione, la loro visibilità e il loro rapporto con canoni preesistenti.
Riguardo alle caratteristiche intrinseche ai testi, il genere di In altre parole è “polifonico,” 17 in quanto parti prevalentemente autobiografiche si alternano a brevi parti fantastiche. Tutte rimandano a un tema centrale: l’esperienza del soggetto autobiografico femminile che, in età matura, decide di immergersi nella nuova cultura italiana. Ciò che è imprevisto, sconosciuto, diventa per tale protagonista stimolo per conoscere meglio se stessa, prendere coscienza delle sue radici culturali, porsi in ascolto con una diversa realtà, e, infine, scegliere una più libera e spregiudicata direzione creativa apprendendo una nuova lingua. Dove mi trovo, diversamente da In altre parole, è un romanzo costituito da brevi capitoli. Anche se è narrato in prima persona, non si presenta come diario. Tuttavia, il fatto che in questo romanzo si susseguano frammenti di vita quotidiana di una donna sola alla ricerca di se stessa fa pensare a un gioco di specchi con In altre parole. Qui non è specificato il nome della protagonista, e nemmeno il nome dei luoghi che frequenta, anche se alcuni dettagli evocano realtà italiane. La donna resta ai margini di tutto, distante, però si trova costantemente spinta a cercare una connessione con quello che la circonda. Desidera restare in qualche luogo, ma è vivo in lei l’impulso di partire. Rifugge rapporti affettivi vincolanti, eppure non può fare a meno di socializzare con gli altri e di ripensare al rapporto con il padre defunto e la madre ormai invecchiata e accudita da una badante.
In entrambe le opere in italiano la prominente rappresentazione di un’identità dislocata delle protagoniste si collega alla percezione di uno sradicamento e al desiderio di trovare nuovi equilibri nel mondo attraverso la scrittura. Per illustrare questo punto ci sono dei passi significativi in entrambi i testi che meritano di essere citati. Nel primo testo, il soggetto narrante dice:
Fin da ragazza appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un Paese, una cultura precisa. Se non scrivessi, se non lavorassi alle parole, non mi sentirei presente sulla terra. Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare, alla fine, la stessa cosa. […] La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile. (Lahiri, 2015: 72)
E nel secondo libro:
Perché alla fine l’ambientazione non c’entra nulla […]. Altro che ferma, sono sempre e soltanto in movimento, in attesa o di arrivare o di rientrare, oppure di andare via. […] Disorientata, persa, sbalestrata, sballata, sbandata, scombussolata, smarrita, spaesata, spiantata, stranita […]. Ecco la dimora, le parole che mi mettono al mondo. (Lahiri, 2018: 159)
In entrambi i passi il senso di una lacerazione identitaria è forte; altrettanto forte è l’intento di promuovere un incontro con quel che è diverso da sé e di trovare orientamento nell’accettare una fluida ibridità culturale. Si assiste a quello che Mia Lecomte definirebbe il profilarsi di un’“identità multipla” del soggetto transnazionale. Si tratta di un’identità che presenta “combinazioni in accumulo,” e che “in ogni momento [è] altra, straniera a sé stessa, in un continuo rinnovamento della propria volatile essenza” (Lecomte, 2018: 17).
Nelle opere in italiano di Lahiri si comprende che il senso di smarrimento identitario della protagonista e il tentativo di alleviarlo sono indotti da motivazioni psicologiche. Nel libro In altre parole, la donna confessa che l’esporsi all’italiano l’ha spronata a risolvere i suoi conflitti con il bengalese, la “lingua della madre,” e con l’inglese, “la lingua della matrigna.” Il bengalese è stata fin dalla nascita la lingua degli affetti – quella che ha imparato in famiglia e che, tuttavia, non ha mai completamente padroneggiato. L’inglese è stata la seconda lingua – quella in cui è stata educata fin da bambina negli Stati Uniti, in cui si è sempre sentita più sicura, e in cui si è espressa nelle sue prime opere letterarie ricevendo premi ed altri riconoscimenti pubblici. Aggiungere l’italiano al bengalese e all’inglese le ha permesso di creare un sano distacco; le ha fatto conquistare indipendenza e una propria voce. Come la protagonista dice nel testo, l’uso dell’italiano ha metaforicamente creato un “triangolo,” una “figura dinamica” che le ha permesso di rifiutare sia la “madre” che la “matrigna” (Lahiri, 2015: 114).
Nei libri in italiano di Lahiri è palese che il soggetto transnazionale si trasforma attraverso l’immersione in nuove culture e l’apprendimento di nuove lingue. Nel testo In altre parole, il mutamento del soggetto autobiografico è parallelo al suo graduale processo di apprendimento della lingua e della letteratura italiana. La protagonista stabilisce dei rapporti sempre più profondi con la cultura ospitante padroneggiando sempre più i suoi strumenti comunicativi. Afferma di imparare nuove strutture linguistiche tramite lo studio di autori come Moravia, Pavese, Quasimodo e Saba (Lahiri, 2015: 38); inoltre, ammette di fare riferimento a modelli come Manganelli, Verga, Ferrante e Leopardi (2015: 132): autori che molti studiosi di letteratura italiana considerano canonici. La protagonista dice poi di usare l’italiano per dedicarsi alla scrittura creativa e per occuparsi di traduzione letteraria: un’attività che le permette di instaurare un dialogo tra sé e coloro che sono altro da sé. 18 Dichiara che la scrittura è un modo per registrare le metamorfosi dell’io; è strumento di rigenerazione (2015: 121) ed emancipazione (2015: 123). La scrittura e l’apertura alla diversità, in questo caso l’italianità, in Lahiri, corrispondono all’affinamento di competenze interculturali e all’apprezzamento di un’identità mobile ed intersezionale che si pone in dialogo con più culture, siano esse locali, nazionali o transnazionali. Attraverso il suo impegno intellettuale ad apprendere e riattivare il repertorio della lingua letteraria italiana, l’autrice compie quello che Armando Gnisci nel saggio “È ora di parlare di letteratura italiana. Se non ora, quando?” concepirebbe come gesto democratico di “verifica di poteri interculturali.” Rende cioè viva e collettiva una lingua che, proprio per la sua capacità di interagire con la tradizione letteraria della comunità ospitante, sa “tradurre il mondo,” e, a sua volta, sa “farsi tradurre da una lingua letteraria del mondo” (Gnisci, 2011: 46).
Nel libro In altre parole, la persona autobiografica stessa, Lahiri, riflette sul rapporto tra identità multipla, scrittura plurilingue e canone letterario. Tale figura paragona il suo operato a quello di autori come Beckett, Nabokov e Conrad e si definisce una voce isolata e “fuori dal comune” rispetto a loro. Mentre Beckett, Nabokov e Conrad sono stati esposti a lungo alle varie lingue in cui hanno scritto, lei ha buttato giù il suo “diario […] dopo avere vissuto appena un anno in Italia” (Lahiri, 2015: 139). Insistendo sulla singolarità della sua esperienza, implicitamente, il soggetto autobiografico sembra collocare In altre parole sia ai margini di un canone letterario in italiano, sia ai margini di quel canone costituito da opere di autori plurilingui che certa critica definirebbe “cosmopoliti”.
Si può aggiungere che, al di là delle osservazioni autobiografiche nel testo, per la sua storia personale, un’autrice come Lahiri si distingue non solo da scrittori plurilingui come Beckett e gli altri, ma anche da numerosi autori italofoni. Rispetto a tanti scrittori che sono migrati in Italia negli ultimi decenni, si differenzia per essersi cimentata con l’italiano in età matura quando aveva già raggiunto la notorietà con la narrativa in inglese, e poi anche per avere soggiornato in Italia per brevi periodi. Lahiri, ad esempio, è diversa da un autore come Salah Methnani, che, provenendo dalla Tunisia, aveva cooperato con Mario Fortunato per pubblicare il suo primo libro in italiano, Immigrato, nel 1990; è diversa anche da una scrittrice come Wendy Uba che, venuta dalla Nigeria, aveva lavorato insieme a Paola Monzini per portare a termine Il mio nome non è Wendy uscito nel 2007. 19 L’esperienza di Lahiri si discosta poi da quella dei tanti scrittori della diaspora italiana, tra questi Joseph Tusiani, Luigi Fontanella, Victoria Surliuga, Ernesto Livorni e Annalisa Saccà, che, calati in una realtà anglofona come quella statunitense, tendono a scrivere creativamente in italiano, la loro lingua nativa. Tuttavia, nonostante le caratteristiche distintive, Lahiri offre piena garanzia per essere considerata una competente figura della comunità letteraria italofona. Con la pubblicazione di In altre parole, come pure con quella successiva di The Clothing of Books del 2016 scritto originariamente in italiano 20 e del romanzo Dove mi trovo del 2018, la sua opera accede a un nuovo mercato e diventa fruibile per un nuovo pubblico; entra a fare parte di un canone italofono.
Si vorrebbe tornare sul punto fatto da Lahiri – quello di sentirsi un’outsider con la sua opera in italiano – poiché non è da sottovalutare. Quel giudizio espresso dalla scrittrice rivela un’esitazione a rapportarsi alla comunità letteraria italofona. È qualcosa del tutto comprensibile, se si tiene presente l’atteggiamento di alcuni critici che escludono dal canone quegli scrittori in italiano che, secondo loro, non possiedono sufficienti credenziali di italianità. Questa tendenza all’omissione non è passata inosservata neppure ad altri. Nello studio Biculturalismo negato, per esempio, Anthony Tamburri, presentando varie tipologie di autori, nota che alcuni critici di letteratura italiana, per difendere un tipo circoscritto di establishment, ignorano la sempre più evidente produzione collegata all’italianità qualora essa non sia creata da autoctoni entro confini nazionali. 21 Eppure Lahiri, come i tanti altri autori transnazionali che scrivono in italiano, non rappresenta un’eccezione. Come gli altri, è esempio di autorevole presenza letteraria che manifesta un tipo di italianità sempre più ricettivo all’interculturalità: un’italianità che viene a determinarsi grazie alle sollecitazioni di una mobilità sempre più frequente entro una dimensione locale e globale.
Se si prosegue con l’esame dei fattori esterni all’opera di Lahiri, il considerare la traduzione di essa offre spunto per comprendere altri aspetti della ricezione. Ad esempio, la traduzione in inglese di In altre parole fatta da Ann Goldstein un anno dopo la pubblicazione della versione italiana, rende più vasta la circolazione dell’opera in quanto essa diventa accessibile anche a un pubblico anglofono. Si tratta di quel pubblico che prima conosceva soltanto i libri in inglese di Lahiri dalle prevalenti tematiche riguardanti il Sud Asia e il Nord America. Inoltre, la traduzione in inglese di In altre parole – un libro basato su elementi della realtà italiana – permette di instaurare un dialogo diretto con la scrittura della diaspora italiana in inglese. 22 Qualcosa di analogo avviene con la traduzione in italiano delle opere scritte originariamente in inglese da Lahiri. Grazie alla traduzione, queste opere diventano fruibili da un pubblico italofono che può apprezzare un diverso repertorio letterario dell’autrice.
Entro un contesto più vasto, se si considera l’opera in italiano e in inglese di Lahiri oltre alle sue numerose traduzioni in svariate lingue, si può comprendere la portata mondiale della sua diffusione in più ambiti del mercato. 23 Per la sua versatilità di temi, tale opera invita a rivedere alcune nozioni che sono rilevanti nelle scienze sociali e nella teoria letteraria comparata. Ad esempio, fa pensare a come concepire una minoranza sulla base di fattori come lingua, etnia, razza, classe sociale, religione, genere sessuale. Fa riflettere su come tale minoranza possa essere incanalata entro diverse dinamiche culturali subnazionali e transnazionali e su come possa rapportarsi a una o più culture dominanti nazionali – delle culture che, come dei canoni letterari, sono influenzate da una serie di fattori, incluse politiche locali vigenti, strategie di mercato e pressioni sovrannazionali. Originata da uno scambio tra diverse culture, l’opera di Lahiri invita i lettori a riesaminare le ragioni che sottendono il coniare o il criticare una varietà di categorie come “letteratura dell’Est” e “letteratura dell’Ovest,” oppure “orientalismo” 24 e “cosmopolitismo”. Le opere in italiano e in inglese di Lahiri, così, come altre accomunate da una visione politica simile, dimostrano che un certo tipo di scrittura può servire a criticare modelli universalisti di autorità culturale e, eventualmente, modificarli a favore di minoranze e di politiche dell’integrazione. Per le sue caratteristiche, l’opera di Lahiri è quella di una voce originale già riconosciuta da molti, e che, a pieno diritto, può essere inclusa entro molteplici canoni, da quello della diaspora sud asiatica fino a quello della letteratura mondiale. È un’opera che, per il suo valore, contribuisce a riconfermare il ruolo sempre più centrale della scrittura delle donne e delle minoranze.
