Abstract
L’analisi del romanzo Gli ammonitori mette in evidenza come l’opera sia il frutto della rappresentazione della società torinese a cavallo dei due secoli, Ottocento e Novecento, e come l’autore abbia voluto fornire un breve, intenso e potente ritratto dello sviluppo della coscienza e dell’azione di un tipografo autodidatta, fino alle estreme conseguenze. Qui si dà conto del contesto sociale, storico e letterario dell’opera, con riferimenti puntuali a libri e quadri che hanno avuto influenza diretta sulla genesi del romanzo. Allo stesso tempo, si vuole inserire l’opera nel contesto della produzione poetica dell’autore, evidenziandone i temi costanti e le linee di sviluppo del pensiero, attraverso l’analisi di versi, lettere e taccuini. Si dà anche conto di alcune scelte fondamentali operate dall’autore del romanzo, nel passare dalla pubblicazione a puntate in rivista all’edizione in volume.
“L’artista dev’essere anarchico per sé, socialista per gli altri, non ti pare?” (Da una lettera a Giuseppe Pellizza da Volpedo, datata Montanaro, 8-10-1896; Cena, 1929: 32)
Giovanni Cena (1870–1917) non nacque povero né visse i primi anni in miseria come certa critica, anche avveduta, ha affermato; nacque, intellettualmente, non romanziere, ma poeta e critico d’arte. Soggiornò a Parigi e a Londra, nella miglior tradizione di fine Ottocento, e quando finalmente riuscì a “forzare la porta” – sono parole sue – della più prestigiosa rivista di cultura italiana, la Nuova Antologia, all’inizio del nuovo secolo, si trasferì a Roma, aggiungendo la capitale del regno ai suoi luoghi caratterizzanti, Montanaro Canavese e Torino.
A Roma convisse per anni con Rina Faccio, che si vantò di aver “scoperto” e con la quale diede vita a un notevole sodalizio intellettuale (Risso, 2012). S’impegnò a fondo per “bonificare l’intelligenza dei contadini” nel “deserto dell’Agro Romano” (Cena, 1968: 154), segno di un’ansia di azione e di una volontà d’impegno che venivano da lontano, proprio dalla povertà e dalla miseria che aveva visto attorno a sé nella campagna canavesana e nei quartieri popolari operai di Torino e che si era attribuito, con non poca immaginazione ma non in mala fede, come segno di una volontà di divenire personaggio, figura, esempio paradigmatico.
“Oh noi, povera carne”: Cena fra poesia e prosa
La creazione dell'esempio ammonitore è l’argomento di questo saggio, che intende ricostruire una serie di temi cari all’autore, come il lavoro, lo studio e l’evoluzione, ponendoli come griglia interpretativa per l’analisi del suo unico romanzo, Gli ammonitori, opera scritta e pubblicata a Roma ma concepita e nutrita esclusivamente dell’esperienza torinese e ambientata nella metropoli subalpina di fine Ottocento e primo Novecento.
Il tema del lavoro è richiamato fin dai primi versi pubblicati in volume da Cena, nel 1897, nella raccolta d’esordio, dedicata alla madre nella miglior tradizione deamicisiana. La povertà, la fatica e il lavoro, che saranno protagonisti del romanzo, compaiono immediatamente: Eravam lontani lavorando però che il borgo non ci dava pane entrambi a la città. (Cena, 1897: 13)
È tuttavia notevole la volontà, espressa fin dai primi versi, di rappresentarsi come povero, lavoratore, figlio di lavoratori, in lotta contro le avversità di una vita di sfruttamento e d’ingiustizia, segno evidente di una volontà forte di appartenere a una maggioranza sfortunata e oppressa, per poterla narrare dall’interno.
La raccolta poetica, Madre, è opera lirica, dove il sociale poco figura, essendo il ritratto della madre, malata e sofferente e in seguito deceduta, a occupare lo spazio poetico e l’universo doloroso dell’opera. L’ospedale della città remota, visto come limite invalicabile ed elemento di esclusione, offre nuovamente l’opportunità per uno sfogo contro la miseria: Oh noi, povera carne, che la nera miseria guasta e l’ospedal rifiuta! (Cena, 1897: 18)
Lo storico Paolo Spriano, analizzando il fenomeno, così lo caratterizza: “nei professori, è un contatto umano, una simpatia affettuosa, una capacità di stabilire un discorso che parli al cuore e alla fantasia delle masse […] un contenuto socialista che è bene accetto agli umili cui si rivolge, pur con tutto il paternalismo e la superficialità di cui si ammanta” (Spriano, 1972: 39). Cena vuole eliminare la distanza, e con essa il paternalismo, che separa l’intellettuale dalla massa dei poveri, e lo fa dalla prima raccolta di poesie fino al romanzo, individuando in se stesso, povero, l’elemento mediatore e educatore degli altri, poveri e poverissimi, rappresentati nel romanzo come gli abitanti delle soffitte di via San Donato a Torino.
È proprio la figura del povero, rileva ancora Spriano, che raccoglie e catalizza lo sforzo rappresentativo di un certo socialismo di fine secolo, poiché in questa figura così comune e paradigmatica della realtà urbana e suburbana dell’epoca, veniva rappresentata l’umanità dolente e da redimere con l’educazione e con l’opera materiale: “Nel povero è racchiusa la figura ideale del sofferente e dell’oppresso. La propaganda socialista accomuna in questa generalizzazione il muratore e il contadino, il vecchio mendicante e la ragazza che va a marcire in filanda” (Spriano, 1972: 42).
Cena si identifica pienamente con la figura del povero, fin da molto prima del romanzo, e nel farlo elimina la distanza che separava i professori dal popolo – Edmondo De Amicis, che professore non era ma che aderiva perfettamente a questo modo d’interpretare il socialismo, non rinunciò mai, da Cuore agli ultimi scritti, a definirsi e rappresentarsi come “signore” vicino al popolo, mai del popolo – colmando questa distanza con lo studio da un lato e con la vita attiva e la partecipazione alle miserie del proletariato dall’interno, vivendo in una soffitta, lavorando e scioperando.
Nelle pagine prefatorie alla raccolta In umbra. Versi, datata “Montanaro Canavese, 2 novembre 1898”, si trova un passaggio rivelatore del sentimento ceniano di evoluzione, collegato alla creazione della propria immagine di poeta e intellettuale che, muovendo da origini umilissime, con lo studio e il lavoro perviene alla realizzazione di un progetto personale esemplare, imitabile: “Avendo da solo percorso in pochi anni il cammino che percorrono comunemente intere generazioni, pervenuto di sbalzo da uno stato di soggezione quasi bruta a quello dell’odierna civiltà, rimango al di fuori d’entrambe” (Cena, 1899). Alle suggestioni rurali, alle presenze pascoliane e carducciane si sostituisce con naturalezza l’effetto del magistero accademico e soprattutto poetico di Arturo Graf, studioso e scrittore che fu docente di Cena al Regio Ateneo di Torino.
In una lirica intitolata Nox, Cena esprime il senso di solitudine e d’inquietudine che sarà caratteristico, pochi anni dopo, dei personaggi del romanzo, e particolarmente di quelli in cui più si è rappresentato: L’anima mia piena di cose oscure brancola vagabonda: come un cieco in sé guarda, si ascolta e parla seco. (Cena, 1899: 7)
A questo poeta Cena attribuisce non solo molte delle proprie caratteristiche umane e ideologiche, ma anche le proprie poesie, a partire dalle liriche sulla madre, riferite nel romanzo alla sorella sventurata, una raccolta di sonetti sull’uomo e sull’umana condizione, che hanno nel romanzo un impatto fondamentale sul protagonista mentre nella realtà biografica dell’autore verranno editi nella raccolta Homo, pubblicata a Roma da Nuova Antologia dopo il romanzo, presumibilmente1 nel 1909 (Cena, s.a.: 9–28).
L’attenzione alla fatica infinita e primordiale delle creature votate alla schiavitù trova forma poetica in versi allegorici di un sonetto, contenuto nella raccolta In umbra, intitolato Il mulo della macina, dove l’animale del titolo rappresenta un’umanità dolente e senza futuro, come i dannati della terra: Credendo ir per dritta via, sospira ognora ad una meta ov’abbia posa: è lungi la pianura luminosa libera e verde, ond’ei gira e rigira. (Cena, 1899: 78) Perennemente schiavi e ciechi andare per una landa ignota ed infinita: ostinati sperar che a poco a poco giunga la fine. (Cena, 1899: 78) Esser vino balzato da le frane della montagna, aver in sé raccolte le forze tutte nel terren sepolte e l’energie di molte vite umane; sentir fremere tutte le rivolte d’una gente indomata ed un immane delirio di conquista, e in opre vane le proprie forze abbandonar dissolte. (Cena, 1899: 111) ed uno smisurato impeto investe l’anima immensa che ha sognato un grande sogno. Morendo far crollare un mondo. (Cena, 1899: 120)
Allo stato attuale delle ricerche, con la distruzione e dispersione di molte lettere sia di Cena che a Cena dirette, risulta assai arduo ricostruire le dinamiche culturali e gli scambi personali fra Graf, i suoi allievi, ed Edmondo De Amicis che, dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento era dichiaratamente socialista e frequentava non solo circoli operai e socialisti ma, come è ben noto, Graf, Lombroso e altri intellettuali simpatizzanti nei confronti del socialismo torinese degli anni a cavallo dei due secoli.
Quel socialismo sarebbe stato caratterizzato dallo storico Livorsi in questi termini: “Nell’insieme il socialismo torinese, legalitario e umanitario, turatiano e prampoliniano-deamicisiano, seppe allora fare la sua parte in modo esemplare. Era certo un socialismo sentimentale sino allo spasimo” (Livorsi, 1995: 470).
La linea del socialismo municipale torinese del periodo, pur con tutti i limiti e le velleità del socialismo dei professori, ebbe un’efficacia propagandistica e ideologica notevole e Cena, durante l’apprendistato e la formazione torinese, poté assistere a uno sforzo sincero e assai produttivo di lotta per l’emancipazione del proletariato dalla fame, dalla malattia e da condizioni durissime, che poi rappresentò nel suo romanzo. Questo sforzo di evoluzione era ben presente, e lo rilevano gli storici, nel programma teorico e pratico dei socialisti torinesi del periodo: È la campagna del giovane medico Casalini per l’igiene, per la lotta all’alcoolismo, è lo studio della donna nella società condotto, proprio in questi anni, da Cesare Lombroso e dal suo giovane collaboratore Guglielmo Ferrero, è l’acuta disamina di quest’ultimo su un aspetto inedito della “questione sociale,” la psicologia del lavoro, è la predicazione di una nuova armonia familiare, effettuata da Corrado Corradino. (Spriano, 1972: 15)
Già in una lirica di Cena della raccolta In umbra, dal titolo L’edificio e significativamente dedicata a De Amicis, si percepisce la rilevanza del magistero deamicisiano sia a livello ideologico che narrativo: L’opra da l’uom nei secoli costrutta sta dell’eccelso monte su la cima: vaste radici ha nella Terra e tutta la Terra a’ piedi suoi avvinta s’adima. Nel ciel protese in atto di minaccia levansi torri tinte di sanguigno. […] Ma, lenta, lungo le ferrigne mura come una pianta di tenaci braccia s’aggroviglia una folla ignuda, oscura che tutto disperatamente allaccia, ed intacca il macigno a scaglia a scaglia. (Cena, 1899: 129–130)
In questa narrazione felice e rapida, reportage giornalistico-romanzesco in forma diaristica a bordo delle carrozze tranviarie nella Torino del 1896, De Amicis così aveva ricordato il suo romanzo socialista non finito e inedito, nella sezione dedicata al “Primo maggio” del quinto capitolo (Maggio) della Carrozza: Eppure ero triste; con la data del mese mi ritornava in capo di continuo il pensiero d’un edifizio, già eretto e compiuto con cinque anni di fatiche, di cure amorose e di passione ardente, […] avevo visto tutt’a un tratto, come per un crollo di terremoto, spogliarsi del suo intonaco, aprirsi dal tetto alle fondamenta, e rovinare in mille frantumi. Quella data riconduceva forzatamente il mio pensiero fra quelle rovine. (De Amicis, 1899: 157) Era un tipografo, uno dei credenti più appassionati e più sereni, di natura affettuosa e ingenua, un bersagliere ardente del partito, il più svelto e fervido dei galoppini elettorali, divoratore infaticabile di scale e di strade, sempre pronto a tutti i servizi, a conciliare, a ammansire, a metter bene; non mosso da alcuna speranza di vantaggio proprio né prossimo né remoto, ma pago e contento di esser l’ultimo soldato dell’esercito. (De Amicis, 1899: 158)
De Amicis lo ritrae nel momento in cui si reca a portar conforto a dei colleghi licenziati, ovvero stangati poiché in sciopero: “Poi saltò giù dalla piattaforma dicendomi che andava a comprare una mezza dozzina di numeri unici da distribuire agli amici stangati” (De Amicis, 1899: 159).
“Gli ammonitori”, ovvero gli ambasciatori della sofferenza e del lavoro
Il protagonista del romanzo di Cena Gli ammonitori si chiama Martino Stanga, è tipografo e viene licenziato subito dopo uno sciopero. È uno dei personaggi pittoreschi e dolenti di questo breve romanzo corale e sociale, ambientato in un edificio soprannominato aeropoli, ovvero nelle soffitte di una casa popolare nel quartiere San Donato a Torino, dove lo stesso Cena aveva vissuto durante i suoi anni torinesi. Gli ammonitori venne pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia durante l’estate del 1903 e poi in volume nel 1904, edito da Nuova Antologia.
È la storia di un uomo nato poverissimo che s’istruisce da sé e trova lavoro come tipografo, occupazione che gli permette di continuare a leggere e studiare. In seguito alla perdita del lavoro e all’intensificarsi dell’interesse per i derelitti che vivono assieme e attorno a lui, decide di scrivere un testo autobiografico in cui ripercorre la sua formazione e spiega la scelta finale di suicidarsi buttandosi sotto le ruote dell’automobile del re d’Italia, gesto ammonitore destinato a destare l’attenzione dei potenti sulle miserabili condizioni di vita delle classi subalterne.
Se questa è grosso modo la trama dell’opera, sono necessarie delle precisazioni e degli approfondimenti volti a spiegare e analizzare alcune scelte fondamentali dell’autore e a porlo nel contesto del magistero e dell’esempio di Graf, De Amicis, Pellizza da Volpedo.
Nella revisione del romanzo, dalla pubblicazione in rivista alla pubblicazione in volume, è l’unico riferimento al giornale socialista Avanti!, a sparire. Dalle lettere che la coppia Cena-Aleramo scrive nel periodo che va dall’estate del 1903 a tutto l’anno successivo, si apprende che da varie parti si era obiettato che la decisione del suicidio del protagonista non fosse motivata nei dettagli e che mancasse approfondimento psicologico sui meccanismi mentali.
Nel volume compare la premessa di un anonimo io narrante che si fa carico del ritrovamento del memoriale, della sua interpretazione e conservazione, nonché, e questo è notevole, della notizia che il protagonista non ha compiuto il suicidio ammonitore ma è morto probabilmente mentre si prodigava per aiutare gli alluvionati a seguito di una piena del Po. Nel breve cappello introduttivo alla prima sezione del romanzo pubblicata in rivista si leggeva: “Fra alcuni giorni tutto sarà finito. Questo memoriale che invio in due copie, una all’Avanti!, l’altra alla Petite République, ha il solo scopo di dichiarare – in caso si volesse travisare le mie intenzioni” (Cena, 1903: 3). La premessa anonima, che ricorre all’artificio del manoscritto trovato, copiato e preservato – artificio che usò anche Manzoni e su cui Umberto Eco ironizzò non poco – oltre a cancellare i riferimenti ai giornali, dà un giudizio morale sulla morte: “o fors’anco egli portava indosso il suo memoriale, quando, mentre vagava disoccupato poco lungi dal villaggio natìo, gli si offerse un’opportunità d’azione più immediata, più imperiosa e più umana” (Cena, 1904).
Il romanzo di Cena, con il suicidio sventato, si avvicina contenutisticamente al romanzo di Arturo Graf, Il riscatto, pubblicato a puntate sulla stessa rivista solo un anno prima, opera verbosa e decadente in cui il protagonista resiste con tutte le proprie forze e con successo alla tentazione del suicidio, che piagava la sua famiglia per via maschile dalla notte dei tempi. 3
Il fatto stesso che il protagonista ceniano potesse “vagare disoccupato” dalle parti della natia Gassino, nella Valle del Po, è un’aggiunta di non poco conto della edizione in volume, dovuta all’ingresso nella storia di più stringenti e dettagliate tematiche sociali, strettamente legate al lavoro: sciopero, licenziamento, multe, tutti temi al centro del dibattito municipale dell’epoca, e particolarmente della stampa socialista.
Come ben dimostra lo studio di Mario Grandinetti 4 sul programma amministrativo dei socialisti torinesi fra l’ultimo decennio dell’Ottocento e i primi tredici anni del Novecento, molti tipografi, attivi nelle file socialiste, ricoprirono incarichi pubblici e fecero parte delle giunte municipali, regolarmente eletti dai cittadini dopo essere stati candidati dal loro partito. Il tipografo idealista e pieno d’entusiasmo di De Amicis e il sofferente, intimista, umbratile Martino Stanga di Cena sono rappresentazioni letterarie di quelle figure di tipografi e attivisti politici che il partito coinvolse nell’amministrazione comunale, assieme a dottori, ingegneri, professori, avvocati, nel progetto concreto di lotta sociale; per usare le parole dello storico Grandinetti, costoro avevano un “programma concreto: riforma tributaria, abolizione dei dazi doganali, istruzione laica, sviluppo edilizio, refezione scolastica, igiene” (Grandinetti, 1995: 301).
Il tipografo Martino Stanga, muovendo da origini umilissime, giunge alla posizione di correttore di bozze e allo stesso tempo si istruisce prima come autodidatta, poi frequentando corsi all’università Popolare, prendendo libri in prestito alla biblioteca civica, partecipando a conferenze popolari e didattiche per il popolo, tutte realtà della Torino di allora e segni evidenti dello sforzo che la municipalità a cavallo dei due secoli approntava di fronte a mutamenti epocali della sua storia quali l’industrializzazione, l’espansione della popolazione e delle periferie operaie, l’inurbamento di masse di uomini e donne che, come il tipografo nativo di Gassino, si trasferivano in città in cerca di lavoro.
Per queste ragioni nel romanzo di Cena coesistono e interagiscono sia forze assistenziali, come gli sforzi della dottoressa Lavriano o del dottor Semmi presso la Maternità, ma anche iniziative associazionistiche per il lavoro e l’educazione delle masse, riflessi della realtà urbana del periodo, poiché, come scrive la storica Simiand: “In Torino si muoveva in quegli anni il primo movimento socialista, si fondava Il Grido del Popolo, si dava vita ad una vasta agitazione di propaganda e ben presto un gruppo di intellettuali suggellava con la propria adesione ideale e la suggestione dei propri scritti il fascino della nuova fede sociale” (Simiand, 1995: 340).
Lo sforzo era complessivo, generale, comune, in quanto: Occorreva che ogni iniziativa settoriale costituisse un mezzo efficace di educazione del proletariato, ne plasmasse la mentalità, ne esaltasse la dignità perché il proletariato stesso assumesse coscienza dei suoi diritti e dei suoi doveri, promuovesse autonomamente gli organismi cooperativi e mutualistici atti a garantirgli tali diritti e tutelasse le istituzioni realizzate con la loro politica e la rivendicazione di garanzie e di leggi apposite. (Simiand, 1995: 342). Nacqui a Gàssino, nell’alta valle del Po. Non ho conosciuto mia madre. Mio padre era fornaciaio: colle gambe nude nella fossa, tagliava la creta gialla, l’impastava, la metteva nella forma da mattoni: e s’allineavano innumerevoli i mattoni sull’aia levigata, parevano grandi pani, inzuccherati di sabbia fina. Pane invece non ne guadagnava molto: ma i suoi ottanta centesimi giornalieri procuravano a lui e a me polenta il mezzogiorno e minestra la sera. (Cena, 1904: 3)
Il tipografo, operaio per molti aspetti privilegiato, autodidatta dell’istruzione e al tempo stesso all’inizio di un percorso di consapevolezza di sé attraverso l’empatia verso gli altri, i miserabili, i sofferenti, gli sconfitti, compie un viaggio all’interno delle miserie che si accumulano nelle soffitte del suo palazzo, venendo a contatto con ogni sorta di vicende e personaggi, dal poeta idealista che muore di tisi – personaggio questo, Crastino, in cui Cena si raffigurò non senza qualche compiacimento – la Biondina, in cui Sibilla Aleramo si volle riconoscere, il pittore Quibio, la sedotta e abbandonata sorella del poeta, che muore di parto, la dottoressa Lavriano che celava neanche tanto oscuramente la giovane socialista Gina Lombroso, figlia di Cesare e molto attiva nel sociale.
Gli storici sono concordi nel definire la categoria dei tipografi nella Torino di fine Ottocento una categoria di operai assai ben organizzati, rappresentati e consapevoli. La scelta del mestiere del personaggio fu tutt’altro che casuale.
Come scrisse Spriano nel suo classico studio sulla Torino operaia e socialista: Sono i ferrovieri e i tipografi le punte economicamente e associativamente più avanzate della classe operaia. […] già dal 1850 (in particolare i compositori) percepivano 3 lire al giorno e nel 1900 raggiungono le 4. I legatori superano le 3. L’orario delle tipografie è di nove ore, per gli addetti ai quotidiani di 8 ore, e, se il lavoro è notturno, di 7. (Spriano, 1972: 15) La città si avvia sulla strada del progresso industriale e si mettono le basi solide del suo sviluppo futuro. L’attività amministrativa è molteplice e multiforme, la vecchia Torino sta industrializzandosi, sorgono nuove industrie per lo più meccaniche e automobilistiche, si rinnovano quelle esistenti, aumenta la mano d’opera e quindi il proletariato. (Grandinetti, 1995: 304)
L’immagine che meglio rappresenta l’avanzata del proletariato, compatto ma formato da individui ben riconoscibili, è quella del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, amico intimo e sodale di Cena, corrispondente e confidente dell’autore. Il quadro più famoso del pittore piemontese è diventato il simbolo del socialismo.
Un’altra opera di Pellizza da Volpedo, strettamente imparentata anche se meno nota, Ambasciatori della fame del 1892, fu possibile ispiratrice dell’atmosfera de Gli ammonitori. Nel dipinto il popolo avanza compatto, preceduto da una piccola avanguardia di persone: tre, forti e raccolte, gli ambasciatori del titolo, ovvero gli ammonitori, coloro che con la vita e la sofferenza rendono visibili gli stenti e le privazioni di un’intera classe che pur avanza, lentamente, compatta. 5
Vita e scrittura fra individualismo e socialismo
È la scrittura la vera protagonista del romanzo di Cena, più della città di Torino, teatro delle vicende e conditio sine qua non della narrazione, più del potente empito di solidarietà e compassione verso i sofferenti, più dello stesso sforzo dell’autore di dare la summa delle proprie conoscenze letterarie, filosofiche, didattiche.
I livelli della scrittura sono due, nell’opera: la stesura del memoriale che il protagonista porta sempre con sé e del quale riproduce estratti nel corso dell’opera, seguendo l’esempio autoriale di tenere taccuini di riflessione e analisi durante le letture, gli studi e la narrazione della storia propria e delle persone che gli ruotano attorno, nel corso della vicenda – scritta – dell’evoluzione morale e psicologica del protagonista. Il memoriale costituisce l’estratto intellettuale che le vicende e le peripezie dell’esistenza e del lavoro ispirano al protagonista. Il personaggio fonde letture ed esperienze di vita, imparando dai testi che legge e ai quali può accedere in funzione e in virtù del suo lavoro. 6
L’esperienza propria e altrui conduce alla scrittura, e la scrittura della propria e altrui esistenza costituisce il lascito che il protagonista vuole donare all’umanità come gesto utile e necessario per il miglioramento sociale e l’evoluzione umana. Il suicidio ammonitore che il tipografo pianifica: scagliarsi sotto le ruote dell’automobile del re d’Italia indossando il proprio memoriale e la propria storia, è il gesto eclatante che il personaggio organizza, il sacrificio supremo in cambio di consapevolezza e attenzione a tematiche che le classi superiori ignoravano o fingevano d’ignorare.
In questo senso il romanzo di Cena si connette all’azione socialista di sensibilizzazione e denuncia delle condizioni di vita, di lavoro, abitative e igieniche delle masse urbane e suburbane. Cena e prima di lui De Amicis aderiscono così, con decenni di ritardo ma chiaramente sulla scia risorgimentale e postrisorgimentale, a quella che Livorsi ha definito la prima fase del socialismo italiano: L’evoluzione del movimento operario italiano dalla tendenza genericamente democratica al socialismo è stata contrassegnata da quattro tappe fondamentali: tendenza repubblicana e radicale, connessa alla sinistra democratica effettiva del Risorgimento. Si tratta di un indirizzo che promuoveva la solidarietà piuttosto che la lotta fra le classi, e che voleva elevare il movimento operaio attraverso l’apostolato e l’educazione. (Livorsi, 1995: 460)
La riflessione dell’autore sul socialismo e sulla società non è organica e approfondita ma è continua e costante fin dalle prime raccolte poetiche, s’intensifica negli anni che precedettero e seguirono la pubblicazione del romanzo e continuarono durante gli anni dell’attività nell’agro laziale per attenuarsi e mutare in parte di fronte alla tragedia del primo conflitto mondiale. Non è peregrina un’annotazione sul socialismo e sulla lotta di classe che si trova nel quinto capitolo dei Taccuini e che ben si adatta all’atmosfera, e che colloca il pensiero di Cena all’interno di quello che era, nel bene e nel male, il pensiero socialista dei professori, da cui in fondo questo autore non si distaccò mai: La lotta di classe non l’ha inventata il socialismo. Addolcirla e poi sopprimerla non si potrà se non portando la classe sfruttata o aiutandola a portarsi al livello delle altre, cioè a quell’uguaglianza e libertà che le leggi vanno riconoscendo adagio adagio ad ogni nato di donna, ma che sono ancora ben lungi dall’essere effettive … l’individualismo assoluto va d’accordo con il socialismo. (Cena, 1968: 299)
Solitudine sul e nel lavoro, ma percepita come onnipresente, nella vita, nelle relazioni fra uomini e donne, fra cittadini, il protagonista del romanzo di Cena trova, dopo una dolorosa e laboriosa ricerca dentro di sé e attorno a sé, il modo di connettersi agli altri: scrivere, raccontare il proprio mondo interiore, narrare la propria vicenda e quella di chi gli sta attorno soffrendo con lui.
Significativo è il titolo che il personaggio sceglie per il suo memoriale, titolo deamicisiano e di denuncia: Il pianto del popolo. La scrittura, sia descrittiva che argomentativa delle sofferenze, delle privazioni e dello sfruttamento del popolo è al servizio della sensibilizzazione dei potenti, di coloro che potranno leggere e quindi sapere grazie al sacrificio supremo del personaggio. Martino Stanga cerca di spronare il suo amico Crastino, il poeta, a scrivere non solo poesie ma anche testi sul sociale e motiva il suo suggerimento con termini rivelatori: “Perché non scrivi tutte queste cose? Nel nostro momento sociale molte vite sono un segno e un ammonimento” (Cena, 1904: 124). Segue l’inevitabile passo: se le vite dei poveri e degli sconfitti sono segni e ammonimenti, anche la loro morte, soprattutto se volontaria e narrata diviene un segno, forte, ammonitore: “I fatti di cronaca, i suicidii soprattutto m’attirano: li leggo avidamente per scorgere in essi un continuo ammonimento” (Cena, 1904: 127).
Il protagonista di Cena nasce e cresce solitario, si evolve rapportandosi agli altri e osservando, ne segue le peripezie, concepisce il socialismo come possibilità che altri debbono perseguire, ma decide per il gesto estremo, poi non realizzato, come unico mezzo di dimostrazione e di protesta.
Nelle opere di Cena la riflessione sul socialismo è continua ma non approfondita; l'autore non si dichiara mai socialista ed è spesso assai critico nei confronti delle teorie e dei programmi e nel romanzo si riflette in toto questa incertezza.
Esemplare il passaggio in cui, a metà del romanzo, il protagonista riflette: “Delle diverse sorta [sic.] di socialismo avevo poca conoscenza, ma soprattutto mi scontentava in esse l’importanza eccessiva data al denaro, a tutto quello che forma bensì la condizione sine qua non dell’esistenza, ma che di per sé è troppo poco” (Cena, 1904: 101). Aggiungendo subito dopo, significativamente: “Finalmente mi attenni a un progetto che mi parve men preciso nella sua composizione, ma che dava maggior riposo al mio spirito” (Cena, 1904: 101).
L’azione è immediata, solitaria, estrema, parte dal singolo ma è rivolta alle masse, sia verso il popolo che verso gli strati elevati della società. Il suicidio è ammonitore e rivelatore, poiché in Cena l’individualismo, pur restando necessario fino alla fine, si sacrifica in nome della società.
