Abstract

In occasione delle celebrazioni per il VII centenario dalla morte di Dante, è stato organizzato presso l’Università di Torino il Convegno Internazionale di Studi Tra De monarchia e Commedia: filosofia e poesia della giustizia, che si è svolto nei giorni 1 e 2 ottobre 2020. Gli interventi sono stati raccolti nel volume Dante: filosofia e poesia della giustizia dalla Monarchia alla Commedia, a cura di Erminia Ardissino, edito da Mimesis nella collana minimaphilosophica nel 2021. Il problema della giustizia, così evidente in tutta l’opera di Dante, così presente nella riflessione di molti giuristi, filosofi e teologi a lui contemporanei, stimola e appassiona ancora oggi studiosi e studiose delle più diverse discipline. Il convegno è in effetti il frutto della collaborazione tra la curatrice, studiosa di letteratura, e lo storico del diritto Valerio Gigliotti.
Nella prima sezione sono raccolti gli interventi di natura giuridica e filosofica di Enrico Guglielminetti, Paolo Heritier, Matteo Di Giovanni, Raffaele Pinto e Pasquale Porro.
Enrico Guglielminetti affronta i rapporti tra i concetti di giustizia e italianità nel paradigma dantesco, partendo dal presupposto della centralità di una “visione della duplicità” in Dante; questo anche a smentire la vulgata comune che lo vuole (con Hegel) l’esponente della triplicità nella cultura europea. Dante si presenta come “il più illustre esponente del tre, non un pentito del due che trova pace nell’uno” (p. 20). L’Italia, paese di traditori e voltagabbana, ovvero della duplicità, permette al poeta di costruire una teoria della giustizia che non abolisce ma riabilita questo dualismo.
Paolo Heritier ha voluto proporre una lettura estetico-giuridica del pensiero di Dante nel De Monarchia. Questa lettura segue la norma fondamentale di Kelsen e la teoria della regalità antropocentrica di Kantorowicz. A partire dal punto di osservazione della filosofia del diritto, Heritier analizza nell’opera dantesca il concetto di “figura” da un punto di vista estetico-legale e prende in considerazione alcuni commenti kelseniani al testo di Dante secondo questa prospettiva. Heritier mostra come la nozione di Kantorowicz, centrata sulla regalità dell’uomo, costituisca un argomento fondamentale del De Monarchia.
Il saggio di Matteo Di Giovanni, esperto di filosofia del mondo islamico, fornisce una lettura di Dante come pensatore politico influenzato dall’avveroismo. La presenza dell’averroismo in Dante è stata molto dibattuta soprattutto negli studi più recenti, ma anche l’averroismo in sé come “corrente storica” ha avuto nuovi percorsi di studio negli ultimi anni. Un tema affrontato in questa relazione è il concetto di dualismo trattato da un autore come Sigieri di Brabante (la peculiare dottrina “monopsichista”), e l’influenza di questa nel De Monarchia. Questa dottrina consiste in una forma di dualismo radicale epistemico e metafisico che avrebbe convinto Dante a creare un pensiero politico dualista in cui l’Impero è svincolato dalla Chiesa. Di Giovanni propone poi una lettura della diffusione di questa linea di pensiero anche al di fuori dell'Occidente moderno.
Raffaele Pinto affronta il concetto di avarizia come negazione della giustizia nel De Monarchia. Pinto propone uno sviluppo del concetto di cupiditas nel De Monarchia, sottolineando che la giustizia ha come fine la monarchia universale e la repressione dell'istinto di arricchimento (il “maladetto fiore” di Par. IX 130). I nemici dell’Impero, sia i governatori locali che i rappresentanti della Chiesa, sono i poteri politici e religiosi al servizio del capitalismo (inteso come cupidigia e avarizia che hanno corrotto l’umanità).
La prima sezione si conclude con il saggio di Pasquale Porro, incentrato sui concetti di nobiltà e di virtù, affrontati da Dante nel Convivio e nel De Monarchia. Riflettendo sul concetto di nobiltà nel Convivio, lo studioso evidenzia come la natura giochi in Dante un ruolo cruciale, un ruolo senza valenza etica, ma più che altro pre-morale. Secondo Porro, nel De Monarchia Dante non si limita ad affiancare alla nobiltà come virtù la nobiltà dinastica, ma stravolge, con un paradosso solo apparente, l’impianto del Convivio, proprio stabilendo la coincidenza di nobiltà e virtù. Per il Convivio, infatti la nobiltà non è una virtù, e non possiede una valenza etica. L’elemento in comune tra la nobiltà e la virtù viene identificato solo nel fatto che l’una e l’altra comportano la lode di coloro di cui si predica.
Nella seconda sezione sono raccolti gli interventi che puntano sul testo letterario di Valerio Gigliotti, Paola Nasti, Alessandro Vettori ed Ermina Ardissino.
Il primo saggio è del co-organizzatore del convegno, il professor Valerio Gigliotti, che mette in evidenza le fonti patristiche e giuridiche del canto III della Commedia ed il complesso rapporto tra giustizia e misericordia, nonché il ruolo che il diritto e la giustizia svolgono all’interno del pensiero dantesco sulla società. Gigliotti ha poi considerato alcune concezioni della giustizia presenti nel testo della Commedia a partire dal concetto di misericordia, associato a quello di giustizia, da parte dei canoni patristici e medievali: misericordia e giustizia sono state definite, secondo le fonti patristiche e il diritto civile e canonico, come “dittologia non sinonimica”, come “parole distinte ma complementari che si ricompongono nella verità e nella carità, cioè in Dio stesso”.
La professoressa Paola Nasti ha contribuito con un testo sul Paradiso, in particolare sul canto XVIII. In questo canto Dante mette in contrasto la perfezione della giustizia con la cupiditas, utilizzando le immagini del Libro della Sapienza e con l’iconico esempio evangelico del contrasto all’avarizia, l’atto della purificazione del tempio (Par. XVIII 122). L’utilizzo di questo brano evangelico fornisce molti spunti di riflessione politica e teologica, come la condanna dell'avidità passata e presente, la fondazione della Chiesa, le crociate, l'Eucaristia e l'uso del diritto canonico come arma contro i cristiani.
Alessandro Vettori ha contribuito con un saggio sulla presenza della povertà francescana e della critica alla Donazione di Costantino nel De Monarchia e nella Commedia. Dante aveva condannato la Donazione di Costantino facendo appello al principio di povertà espresso in Mt 10:9-10 e Lc 22:35-36. Vettori rileva come siano stati i monaci cistercensi a cercare di riformare l’opulenza della Chiesa, introducendo una riduzione delle ricchezze negli ordini monastici; e Dante, infatti, a riprova di quanto detto, fa diventare il cistercense Bernard Clairvaux la sua terza guida nella Commedia. Per Vettori risulta fondamentale il ruolo che Dante attribuisce a Francesco e ai francescani proprio in contrapposizione alla condanna dell’usura (Inf. XVII 1); al contempo in Paradiso XI e XII, leggendo il trattato anonimo Sacrum commercium Sancti Francisci cum Domina Paupertate, si chiarisce l'influenza che il pensiero francescano esercitò sulle opinioni del Poeta a proposito della povertà e del suo uso.
Ultimo saggio della sezione letteraria è di Erminia Ardissino che sottolinea la presenza di brani tratti dai Salmi nel De Monarchia che giustificherebbero la presenza di Davide come cantore della giustizia. Dante utilizza questi versetti per argomentare la sua concezione a proposito del ruolo della giustizia terrena, unico modo per garantire la pace e la felicità degli uomini, scopo della vita degli esseri umani. Questi riferimenti sono presenti in tutte e tre le parti del De Monarchia, e sono utilizzate da Dante per esaltare la giustizia divina: Davide, a cui i salmi erano attribuiti, viene esaltato per la sua “teodia”, in quanto (presunto) autore di queste riflessioni sulla giustizia e sulla legge divina. Per Dante, Davide è il “cantore dello spirito”, il sommo duce, posto nel Paradiso come la pupilla nell’occhio dell’aquila nella sfera di Giove.
La terza ed ultima parte del libro affronta il rapporto tra il De Monarchia e il pensiero moderno, con gli articoli di Simona Ioria e di Sergio Cristaldi. Anzitutto l’intervento sugli aspetti della fortuna umanistica della diffusione della De Monarchia della studiosa Ioria sottolinea quanto Dante sia stato importante per gli intellettuali nell’Umanesimo e come i suoi testi abbiano fornito materiali per ampi dibattiti, in particolare per i fiorentini del Quattrocento, come Coluccio Salutati (nelle sue numerose lettere o nell'opera De tyranno) e Leonardo Bruni. Iaria si focalizza sul Pentalogus, opera del 1443 di Enea Silvio Piccolomini, segretario dell’imperatore Federico III, un dialogo di impostazione umanistica e dalla limitata circolazione manoscritta, che intende istruire l’imperatore sulla via da percorrere per sanare i conflitti in seno alla Chiesa.
Conclude il volume il saggio di Sergio Cristaldi relativo al dibattito novecentesco sulla presenza dell’averroismo nel pensiero di Dante. La riflessione si è focalizzata sulla diversa interpretazione che i filosofi Étienne Gilson e Bruno Nardi hanno dato del De Monarchia. I due studiosi, pur concordando sul rifiuto della presenza del tomismo in questo scritto politico, divergono sull’influenza che su di esso ha esercitato l’averroismo, minima per Gilson, enfatizzata invece da Nardi. Cristaldi ha coinvolto nella discussione anche il pensiero di Giovanni Gentile che, guardando all'arco del pensiero moderno come a una progressiva convergenza verso l'assoluta immanenza, aveva salutato il De Monarchia come il primo atto di ribellione alla trascendenza scolastica. Nella relazione di Cristaldi si mettono così a confronto il pensiero di Nardi e la vivace opposizione di Gilson, il quale da parte sua, critica anche il pesante fardello del neoidealismo gentiliano sulla ricca ed erudita storiografia italiana. Il volume si conclude con gli abstract degli interventi in lingua inglese e con i curricola dei relatori e delle relatrici. Tutti gli interventi del convegno, anche quelli non giunti agli atti, sono disponibili alla pagina del sito web dell’Università degli Studi di Torino al link https://media.unito.it/?section=OnDemand&searchtext=1±ottobre±2020. Il volume è innovativo e importante all’interno del panorama della critica dantesca, nazionale e internazionale. Infatti riesce a dimostrare l’articolazione multipla della poesia e del pensiero di Dante, con novità interpretative che contribuiscono ad arricchire le prospettive del secolare commento e della critica anche più recente.
