Abstract

Carmelo Bene (1937–2002) è stato una delle personalità artistiche più eclettiche del Novecento italiano. Oltre alla sua più nota attività teatrale, nel corso della sua quarantennale carriera Bene realizzò anche cinque film (oltre ad alcuni cortometraggi) e pubblicò romanzi, testi critici e teatrali, partecipando inoltre a numerose produzioni radiofoniche e televisive.
Beatrice Barbalato, già docente di letteratura italiana presso l’Università di Lovanio, si era già interessata all’opera di Bene pubblicando i suoi studi sia in rivista che in volume. Il suo nuovo libro, Carmelo Bene: l’originale è infedele alla copia, si concentra su alcune delle opere più rappresentative della produzione teatrale e cinematografica di Bene: Pentesilea, Salomè, Don Giovanni, Lorenzaccio, S.A.D.E. e Faust.
Bene ha sempre esercitato un controllo sulla sua immagine pubblica, dapprima con i continui scandali che favorirono la sua fama di enfant terrible e, successivamente, promuovendo un’agiografia di cui sono testimonianza anche le sue due autobiografie: Sono apparso alla Madonna (1983) e Vita di Carmelo Bene (1998). Nonostante siano trascorsi più di vent’anni dalla sua scomparsa, alcune delle pubblicazioni a lui dedicate risentono ancora di una lettura celebrativa della sua opera che tende, talvolta, a prediligere episodi biografici o aspetti minori della sua arte. Contrariamente a questa visione agiografica il libro di Barbalato si propone invece di analizzare la produzione di Bene in modo trasversale e si presenta come una sorta di enciclopedia che raccoglie fonti reali o plausibili delle opere da lei analizzate. Un simile approccio è non solo particolarmente indicato per analizzare la poliedricità delle opere di Bene – che si è spesso confrontato con diversi registri espressivi – ma permette inoltre di avvicinarsi alla complessa rete dei numerosi riferimenti intertestuali presenti nelle sue opere.
A supporto di questa lettura orizzontale dell’opera di Bene, il volume è corredato da numerose immagini che documentano la ricchezza delle tradizioni con cui egli si è misurato. I vari capitoli si aprono con una breve introduzione ai miti (Pentesilea, Salomè, Don Giovanni, Faust) che permette di mettere in evidenza come le operazioni compiute da Bene si inseriscano all’interno del solco di una tradizione. È un approccio riuscito in quanto la maggior parte dei lavori realizzati da Bene, sia in teatro che nel cinema, nasce da opere preesistenti (l’eccezione più celebre è forse costituita da Nostra Signora dei Turchi, pubblicato prima come romanzo nel 1966, portato in teatro nello stesso anno ed infine presentato nella versione cinematografica nel 1968). Ed è proprio nel dialogo con dei miti già consolidati che emergono possibili chiavi di lettura per approfondire alcune opere di Bene. Come leggere la Salomè cinematografica in cui, di fatto, è assente la danza della principessa – così come nella versione di Jules Laforgue – ma che è invece centrale nel mito sin dalle sue fonti bibliche? E la fine del film con Erode Antipa spellato dalla principessa sulle note di Ein deutsches Requiem di Johannes Brahms? Come considerare poi il suo Don Giovanni, dove sembrano mancare gli elementi più tradizionali del mito – il servitore, il convitato di pietra e il gruppo delle donne – senza riferirsi a Le plus bel amour de Don Juan di Jules Barbey d’Aurevilly, fonte primaria dell’opera in cui sono le donne a manifestare un lato oscuro e diabolico?
Il volume di Barbalato è inoltre uno dei pochi studi dedicati a Bene che prenda in esame documenti provenienti dal suo archivio che, in massima parte, risultano ancora sconosciuti alla critica. Barbalato menziona alcuni documenti inediti, fra cui una conversazione tra Bene, Vittorio Bodini e Piero Panza (p. 158) e due testi dattiloscritti su Faust, riferibili ad uno spettacolo teatrale e a un progetto di film che non fu poi realizzato, oltre a dare notizia di vari altri documenti da lei consultati in occasione della mostra Carmelo Bene. La voce e il fenomeno. Suoni e visioni dall’archivio tenutasi a Roma nel 2005. In particolare, uno dei dattiloscritti relativi al Faust informa che, nel progetto di Bene, il protagonista avrebbe dovuto chiamarsi Giovanni Faust, con un’operazione che evidentemente mirava, come evidenziato da Barbalato, ad avvicinare il mito di Faust a quello di Don Giovanni. Nel volume, Barbalato discute inoltre la figura del vampiro a cui, come testimoniano altri documenti inediti, Bene avrebbe voluto dedicare un’opera. Nonostante questa non sia mai stata realizzata, Barbalato individua alcune tracce del vampiro nella Salomè, nel personaggio di Orazio in varie edizioni dell’Amleto e nel Ritratto di Signora del cavalier Masoch per intercessione della Beata Maria Goretti, un testo scritto da Bene ma mai portato sulle scene.
Discutere di documenti inediti di Bene e di opere meno note della sua produzione offre la possibilità di affrontare il gravoso tema del suo lascito archivistico. A causa di vicende giudiziarie sorte in seguito alla morte di Bene, il suo archivio e la sua biblioteca furono smembrati. Parte del materiale rimase in deposito a Roma mentre un’altra parte fu trasferita a Lecce. Dal 2019 sembra che i due fondi documentari siano finalmente stati riuniti in una nuova collocazione a Lecce ma, nonostante numerosi proclami, l’archivio risulta, ad oggi, ancora inaccessibile – senza che sia dato sapere quando sarà finalmente aperto al pubblico – né è disponibile un inventario dei documenti ivi conservati. Alla luce della situazione sopra descritta, l’operazione di (ri)scoperta di documenti inediti relativi all’arte di Bene effettuata da Barbalato risulta particolarmente meritevole.
In definitiva il volume di Barbalato riesce ad affrontare in modo trasversale la produzione di Bene mettendo in dialogo le sue opere con quelle della tradizione che lo ha preceduto. La presenza di oltre 1100 note al testo, di una vasta bibliografia e di un indice dei nomi, rende il volume un utile strumento di approfondimento per il lettore più esperto e rappresenta anche una valida introduzione per chi voglia invece accostarsi per la prima volta alle opere di una delle più straordinarie figure del Novecento italiano.
