Abstract
Viene qui recuperato per la curiosità del lettore e l’attenzione dei critici un gruppo di poesie inedite di Rocco Vincenzo Scotellaro, nipote di Rocco che è stato protagonista del riscatto del mondo contadino meridionale. Sulla scia di una tradizione famigliare così rappresentativa Rocco Vincenzo, per le mutate condizioni storiche viene a significare il prosieguo di un’esperienza che tiene conto del duro processo dell’emigrazione e del contatto che si stabilisce con la patria di origine. Da un punto di vista metrico conta per un verso la continuazione del genere epigrammatico e per l’altro l’avvio della forma del poemetto, di natura salmodica, improntato a dare senso al dramma dell’identità e all’attualità della Weltanschauung contadina.
Nota introduttiva
Rocco Vincenzo Scotellaro, nipote di quel Rocco cantore indimenticato della libertà contadina, ha sempre alimentato con pudore la vocazione artistico-letteraria senza che ciò significasse rinuncia al suo modo di essere un intellettuale critico e consapevole della storia da cui proviene.
La produzione in versi è raccolta nel volume Le gemme promettono bene (Potenza, Paolo Laurita Editore, 2011) che, insieme alla traduzione a fronte in lingua spagnola, ospita tavole con dipinti dell’autore; un’attività, dunque, nel complesso sobria anche se estremamente significativa di una vena mediterranea che pervade popoli e civiltà da recuperare ancora nella pienezza.
In presenza di un patrimonio così parco, la possibilità di pubblicare in questo “Archivio” un folto gruppo di poesie inedite assume un rilievo particolare, del quale si deve essere infinitamente grati all’autore. La domanda che ci si pone è come mai Scotellaro abbia tenuto serrato nel cassetto questo materiale prezioso; non si è lontani dal vero supponendo per un verso una sorta di sprezzatura nei confronti del suo stesso operare e per l’altro la scorta di un lavoro in itinere che fuoriesce quando si determinino le condizioni soggettive e di contesto.
Rispetto alla passata produzione, questi specimini offerti oggi al lettore si pongono lungo una linea di continuità, ma anche di uno sviluppo che finisce col prefigurare una svolta decisiva. La riflessione tocca non tanto la natura tematica, che pure attinge cospicue variazioni, quanto l’aspetto formale che registra ormai la piena maturazione dell’epigramma già in precedenza sperimentato e ora solido nella sua geometrica essenzialità che esclude ogni superfluo elemento; con siffatta collaudata forza espressiva la silloge de L’orciolo, in ossequio ad antico culto oraziano, celebra il motivo del vino e dell’amore che diffonde una sensualità sinuosa e stupefatta, avvolta nel canto allegro del divertissement spinto sino ai territori dell’autoironia.
La vera novità è tuttavia rappresentata da Radici che, a mio avviso, si sbaglia a considerare una entità in cui le cinque sezioni godono di una loro autonomia; al contrario, ci troviamo di fronte al tentativo, peraltro ben riuscito, di inaugurare la forma del poemetto; un canto disteso dal tono unitario che sviluppa la complessa questione dell’identità e perciò abbisogna della rappresentazione di punti di vista molteplici. È rilevante dal punto di vista metrico l’affermarsi del verso lungo che dà fiato a un ritmo denso e coinvolgente con recupero della dimensione salmodica che realizza, di fatto se non nelle intenzioni, un collegamento con la poetica dell’altro Rocco. Prende piede una peculiare epicità del discorso che rispecchia l’ansia di una proiezione corale e tuttavia non disdegna l’apertura a vibranti notazioni di sfogo lirico (Si veda: “Odo fremere il vento che sospinge / il fiore cedevole sul mandorlo di aprile”; “Caro mi sovviene il fruscio dell’acqua amara, / entro gli argini dell’anima lacerata / risuona il rondò lucano:”). Il filo rosso che lega la struttura è il racconto di un processo storico-antropologico che investe la gente del Mezzogiorno e in prima persona Rocco Vincenzo Scotellaro medesimo. L’autore può parlare con ragione di causa e carica su di sé il peso di una rappresentatività che gli deriva da una tradizione di famiglia e dalla sensibilità rivolta a esplorare i mutamenti della storia che l’impetuoso moto dell’emigrazione ha comportato. E proprio questo fenomeno consente d’indagare il dentro e il fuori, il Sud come paese dell’anima e delle radici, il Nord e più in generale il mondo nuovo della modernità. Sotto la forma dell’interrogativo retorico, il poeta fa passare la necessità del superamento di atteggiamenti di vita e cultura che hanno avuto dignità e valore nelle condizioni date, meritevoli peraltro di rispetto storico essendo fonte importante per lo studio della Weltanschauung contadina: “Dobbiamo ancora cantare le nenie antiche / delle zecche e dei tafani che dissanguano le bestie?”. Il ricordo è l’arma potente che getta luce sullo spazio-tempo di un vissuto espressione dello spirito comunitario, dove pure gioca un ruolo l’insorgere di personalità destinate a funzione di guida (una volta Riccardo Musatti parlò di “sindaci”). Questa vitale dialettica tra individuo e società merita forse un di più di approfondimento da parte di antropologi e sociologi che pure tanta attenzione hanno dedicato al mondo contadino meridionale. Le “ragioni deluse”, la “storia umiliata”, le “identità frustrate” pronunciano la consapevolezza che i contadini al fuoco drammatico delle trasformazioni socio-economiche sono rimasti schiacciati, tranne poi a dover constatare che il loro complesso modo di essere e di pensare riemerge vitale nel momento in cui le evidenze della crisi si fanno sempre più terribili. Dunque, il ricordo svolge un’azione fluidificante, allignando immagini scene problemi che legano inestricabilmente passato e presente, talvolta con impatto giustappositivo; l’io narrante e protagonista ha modo d’inserirsi con agio anche attraverso l’esibizione della continuità quando torna a “raschiare il palinsesto dell’amore”. Già Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli ha avuto modo di sottolineare la forte e istintiva sensualità contadina, difficile da frenare; qui Rocco Vincenzo declina il motivo con l’evidenza dell’inesauribile vena amorosa e il refrigerio che gliene deriva “mentre un seno vitale appunta cantici / con ali fruscianti sui fiori e nelle cove”.
Non vi è dubbio che le sezioni quarta e quinta raggiungono livelli a loro modo esemplari per quella capacità di rappresentare i passaggi dell’analisi e la sintesi che racchiude stridenti nodi ideologici. Solo una lingua flessibile e puntigliosa, capace di piegarsi al gioco sottile della metafora poteva rendere esplicite e fascinose le linee del processo e i suoi segreti anfratti; stupenda quell’immagine fortemente surreale della “gatta lesta [che] se ne va alta sulle tegole / a graffiare con garbo le stelle sopraggiunte”. Alla resa dei conti, Rocco Vincenzo Scotellaro, che ha cucito “il parossismo dei pianti con gli orizzonti creatori d’utopie”, non ha timore di dichiararsi “poco entusiasta degli abiti nuovi”, perché “una ciurmaglia affila le dentiere alle serpi” e “nella clessidra scorre il fiotto dell’eterna ingordigia”. Una critica severa e tranchant alla società del profitto cui si aggiunge quella della prevaricazione tecnologica (“gli arcobaleni programmati” e il timore che per “i figli della provetta” “troppo abbia tessuto il ragno”). “Se un raggio si protende sugli sguardi”, se cioè s’intravede uno spiraglio di salvezza, questo può accadere richiamando le “parole gridate / al vento degli annali e sui cippi confinari di Eboli”. La voce rassicurante che pone rimedio alla crisi della presenza nel mondo – per usare una formula di Ernesto De Martino – non può che provenire dalla patria originaria: “Torno ai vicoli rabatani, all’accento saraceno, / all’anima vestita della malinconica dolcezza / dei pantaloni rattoppati a mezz’asta”. Quest’insegna dei pantaloni rattoppati non è l’elogio fuori luogo della miseria contadina, tanto che essa viene rappresentata a mezz’asta cioè come segno comunque di una mancanza e minorità; piuttosto, è l’orgoglio dolente di una civiltà – ricordata con “malinconica dolcezza” – che ha da proporre suoi valori fondati sull’equilibrio e sulla misura della parsimonia. In tale senso, non c’è posto per le illusorie fugaci soddisfazioni della società dello spreco.
Poesie inedite
Rocco Vincenzo Scotellaro
L’orciolo
Affinità
L'orciolo è come me:
siamo nati per le bocche calde.
Sapori
Mi porgesti l'orciolo fissandomi
negli occhi. Assaporavo il tuo rossore
e la fragranza del vino; ahimè d'un botto
cadde in mille cocci il cuore mio!
Peso
Ti porsi l'orciolo colmo, era
tanto colmo che ti cadde
dalla bocca un bacio.
Folgorazione
Oh seducente donzella in abito succinto,
mi porgi l'orciolo per un sorso
e già l'anima mia nell'etere si balocca!
Estasi
Il mio baffo canuto
alla tua bocca guerriera?
Oh, sono in estasi,
in grande giubilo;
mi scuoto, apro gli occhi,
era l'ultima sorsata dall'orciolo!
Fretta
Il letto è pronto, affrettiamoci
a brindare al nostro breve incontro,
che giorno è presto fatto!
L’Eden
Dopo aver mangiato e tanto bevuto,
ricorre il fatterello del serpente e della mela.
Se sento biasimare te, Adamo,
io mi nascondo.
Campane
Brindo al tuo seno prorompente!
Dopo la scolata dell'orciolo,
su quelle colline echeggeranno
le campane di Sant'Antuono.
Il vento
Ignorando la causa dei sospiri
non mi voltai nemmeno;
posai l'orciolo sull'assito
e presi sonno
credendo ci fosse il vento!
Radici
I
Progenie di randagi nella storia divenuta leggenda,
con la nomea di rissosi e pigri come le nostre fiumare
siamo additati figli dei briganti.
Visionari per sfinimento di speranza,
sentiremo fino alla morte la linfa che si dibatte
come un pulcino stretto nella morsa del nibbio.
Dobbiamo ancora cantare le nenie antiche
delle zecche e dei tafani che dissanguano le bestie?
Sotto un cielo d’ombre la pace rassegnata
non è fresca sorgiva che ridesta.
Ultimo a partire, viandante al suono del cupa-cupa,
ho trovato la vena dove il piede affonda.
Caro mi sovviene il fruscio dell'acqua amara,
entro gli argini dell'anima lacerata
risuona il rondò lucano: l'identità affiora
nella polla-retaggio che mi inaridì la vita.
II
La fiumara smette di cantare al tempo dei maggesi,
tornerà la polvere pallida sul greto: un susseguirsi
di echi – più sospiri che voci muovono la storia –
ripercorre l'odissea di una generazione umiliata.
Mi hanno cullato braccia scarnite
tra fiori recisi al primo petalo.
Identità frustrate: come la portulaca
che imbratta i piedi ai muriccioli.
Gli occhi senza quinte rivelano i fondali
e le ombre ricamano altre piaghe sulla scena.
Mi trascino pochi rimorsi, bevendo
l'aria delle ragioni deluse. I silenzi creatori
di vita ravvivano i racconti del focolare.
La fiumara smette di cantare al tempo dei maggesi,
tornerà la polvere con le girandole che ammaliano nel vento.
Non è sollievo l'ilarità rappresa che pitta il tormento nella sera.
Si alzano le ventate che mutano le stagioni!
III
Odo fremere il vento che sospinge il fiore
cedevole sul mandorlo d'aprile.
Una vampata di sarmenti, dei grilli la melopea stridente.
Modula richiami di vertigini questo tempo
che voga affannoso con l'intelligenza artificiale.
La fame miete già al primo respiro
e una mano virtuosa adorna approdi di insidie,
indifferente alla storia di ramaglie morte o vizze,
al tormento di un popolo avvolto in antica servitù,
ma che guarda con fede al bagliore dell'alba.
Reclino il capo sul guanciale e odo nelle viscere
il tumultuare della stirpe dei padri contadini,
mai stanchi d’innaffiare. Caparbio, anch’io
torno a raschiare il palinsesto dell’amore.
Odo la brezza aspra ventilare la mia ora,
mentre un seno vitale appunta cantici
con ali fruscianti sui fiori e nelle cove;
scricchiolano le chiuse all'alzata.
Solo nell'estuario ho compreso la furia dei marosi,
sono le anime insaziate che azzannano gli scogli.
IV
Torno ai vicoli rabatani, all'accento saraceno,
all'anima vestita della malinconica dolcezza
dei pantaloni rattoppati a mezz'asta.
Sono brandelli di noi ragazzi rubati
alle terre desolate del Cristo si è fermato a Eboli,
al grappolo piccolo e maturo dell'Uva puttanella.
L'aria è intrisa di interrogativi e maledizioni,
i figli della guerra e del disamore rincorrono
i monachicchi nei boschi pieni di speranza.
L'occupazione dei latifondi, la festa amara
al canto dei mietitori nella piazza;
il volto senza sorriso delle mamme
rassegnate a preparare fardelli per i figli.
Ognuno sta solo con l'angoscia
dell'eterno vagare nei sentieri del calvario;
si è avvolto nel tabarro il viso a crepe di un altro Cristo.
La gatta lesta se ne va alta sulle tegole
a graffiare con garbo le stelle sopraggiunte.
V
Con questo rincorrere l'identità che accomuni
anima e corpo della zolla che sono io, ho cucito
il parossismo dei pianti con gli orizzonti creatori d'utopie.
Ora, mi ritrovo poco entusiasta degli abiti nuovi:
una ciurmaglia affila le dentiere alle serpi,
abbraccia fraterni robot e arcobaleni programmati.
Sul guanciale odoroso che rigenerava la vita
dormono i figli della provetta pronti a destarsi
prima che troppo abbia tessuto il ragno.
Nella clessidra scorre il fiotto dell'eterna
ingordigia; ma se talvolta una folata investe, o un raggio
si protende sugli sguardi, tornano le parole gridate
al vento degli annali e sui cippi confinari di Eboli.
