Abstract
L’eccesso di politica produce paradossalmente una spoliazione della politica, per come essa era stata immaginata nei lunghi anni dell’esilio in bilico tra la vita e la morte: è questa la riflessione posta al centro del secondo romanzo di Carlo Levi, L’Orologio, uscito nel 1950. L’Orologio è un libro che narra l’origine e la deflagrazione di una crisi politica (quella dei partiti politici che avevano fatto la Resistenza al nazifascismo, già negli ultimi mesi del 1945), i rapporti tra le diverse forze partitiche in quel frangente della storia d’Italia, e soprattutto le vicissitudini del Partito d’Azione, il piccolo partito liberal-socialista, o socialista-libertario, nato dall’esperienza di Giustizia e libertà, a cui Levi (già autore con Leone Ginzburg del fondamentale saggio Il concetto di autonomia nel programma di G.L.) aveva aderito.
Il saggio si propone di analizzare la genesi e la struttura del romanzo, il rapporto tra esso e l’attività politico-giornalistica di Levi in quegli anni, lo stile del suo autore, le relazioni che egli intrattiene con un’Italia socialmente vivissima, eppure incamminata verso nuove restaurazioni.
Il 15 maggio del 1950 Carlo Levi pubblica L’Orologio, il suo secondo romanzo dopo Cristo si è fermato a Eboli, che era uscito nel settembre del 1945, rivelando all’Italia il narratore del confino politico in Lucania. Levi scrisse il Cristo si è fermato a Eboli nel 1943–1944, a Firenze, dove viveva in clandestinità come militante di Giustizia e libertà, dopo essere stato a lungo in esilio all’estero.
L’Orologio esce invece nel 1950. Sono passati solo cinque anni dal primo libro, eppure un’epoca sembra essersi radicalmente conclusa. L’Italia del 1950 è ormai un paese profondamente mutato. È cambiata innanzitutto la politica: l’Italia è ora retta del centrismo della Democrazia Cristiana, le sinistre (fin dal 1947) sono state escluse dal governo, la lacerazione del 18 aprile del 1948 può dirsi consumata.
In quest’epoca politica e storica ormai nuova Levi ricorda – nel romanzo L’Orologio – l’Italia del 1945; precisamente l’Italia del novembre 1945, e cioè i giorni in cui cade il governo Parri, il governo emanazione della Resistenza che aveva proprio nel glorioso capo partigiano il suo Presidente del Consiglio. L’Orologio è un libro che narra la genesi e la deflagrazione di una crisi politica, i rapporti tra le diverse forze partitiche in quel frangente della storia d’Italia, e soprattutto le vicissitudini del Partito d’Azione, il piccolo partito liberal-socialista, o socialista-libertario, nato dall’esperienza di Giustizia e libertà, a cui Levi (già autore con Leone Ginzburg del fondamentale saggio Il concetto di autonomia nel programma di G.L.) aveva aderito.
In quei mesi, Carlo Levi dirige L’Italia libera, il giornale del Partito d’Azione. Aveva assunto la direzione nel settembre del 1945, esattamente nello stesso mese in cui esce Cristo si è fermato a Eboli, e la manterrà fino al febbraio del 1946. Al mondo ristretto del giornale, della sua redazione e delle notti in tipografia, al rapporto tra lo stesso giornale e la politica di Palazzo, e soprattutto al rapporto tra tutto questo e l’Italia che si rifà o che non vuole rifarsi, quella che sogna ancora la rivoluzione e quella che rischia di essere sommersa dalla reazione imperante, è dedicato L’Orologio.
Intorno c’è Roma. La Roma dei vicoli e quella delle borgate, le trattorie, la miseria, gli odori, un popolo vitalissimo che si agita come in un formicaio … Ciò che Levi percepisce fin da subito, fin dalle prime pagine del libro, è una sorta di scollamento crescente tra il mondo rinato della politica – per quanto costituito da decine, centinaia di antifascisti che avevano riscoperto la democrazia dopo vent’anni di regime totalitario – e l’Italia come complesso coagularsi di classi sociali, religioni, lingue, ansie, meschinità, strati antropologici tra loro sovrapposti.
Le ossa dei morti
L’Orologio ha un grandissimo incipit, probabilmente uno dei più straordinari incipit della letteratura italiana: La notte, a Roma, par di sentire ruggire i leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell’ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti. E poi quel suono, insieme vago e selvatico, crudele ma non privo di una strana dolcezza, il ruggito dei leoni, nel deserto notturno delle case. Non ho mai capito che cosa producesse quel rumore. Forse invisibili officine, o motori di automobili sulle salite? O forse il suono nasce, più che da un fatto presente, dal fondo profondo della memoria, quando fra il Tevere e i boschi, sulle pendici solitarie, si aggiravano le belve, e le lupe allattavano ancora i fanciulli abbandonati? (Levi, 1950: 11)
Bastano queste poche righe per capire quale sia l’universo letterario di Carlo Levi: un universo che solo superficialmente può essere definito realistico, perché, sebbene ci sia tanta realtà nei romanzi di Levi – era così nel Cristo ed è così soprattutto in L’Orologio, c’è molta realtà politica ma c’è anche molta realtà sociale, la Roma in carne e ossa, la Roma dei vicoli, la Roma delle bancarelle dei mercati, la Roma di chi cerca di inventarsi un lavoro in mezzo alle macerie – risulta evidente il tentativo di porre fra sé e il racconto di questa stessa realtà una sorta di diaframma. Questo diaframma è costituito innanzitutto da una scrittura che molti hanno definito barocca, piena di aggettivi, di immagini metaforiche, di continui rimandi e digressioni; ma è costituito anche da un’attenzione costante al mito, agli elementi terragni della cultura popolare, a quanto si agita negli anfratti più profondi della società italiana, nel cuore, nelle viscere delle persone.
In L’Orologio Levi paragona i politici dell’epoca (anche i propri compagni di partito) a delle aquile che si librano altissime nel cielo elaborando bellissimi discorsi politici. Ma tali aquile che si librano in volo – anche le aquile dell’antifascismo, anche le aquile dello stesso Partito d’Azione – dall’altezza che hanno velocemente raggiunto rischiano di non vedere la vita reale di un popolo che fa fatica ad arrivare alla fine del mese. L’eccesso di politica, come notò in una conversazione radiofonica Fabrizia Ramondino a proposito del romanzo,1 produce paradossalmente una spoliazione della politica, per come essa era stata immaginata nei lunghi anni in bilico tra la vita e la morte.
Questa distanza, secondo Levi, viene colmata solo da pochissime persone. E una delle persone che, ad esempio, fa ancora attenzione (realmente attenzione) alla vita di Teresa, che vende sigari e sigarette agli angoli delle strade, è proprio il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri. In Parri Levi vede non solo il vecchio capo della Resistenza, ma quasi un estraneo, un vero e proprio straniero piombato nella Roma ministeriale, che pur rinascendo dalle ceneri del crollo della dittatura sembra riprendere le forme e i vizi sempiterni della politica, precedenti anche alla stessa Italia fascista. In questa Roma melmosa, Parri è un alieno; e proprio all’alieno Parri Levi dedica il capitolo centrale de L’Orologio. O meglio: dedica il capitolo centrale del romanzo alla conferenza stampa successiva alla caduta del governo Parri.
Levi descrive il celebre discorso tenuto da Parri la sera del 24 novembre del 1945; è il discorso che sancisce la crisi di governo e le successive dimissioni del Presidente del Consiglio.
Ferruccio Parri appare al centro tra due “visi cardinalizi” – così li descrive Levi – l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Quei due “visi cardinalizi” appartengono ad Alcide De Gasperi e a Palmiro Togliatti: il capo della Democrazia Cristiana e il capo del Partito Comunista. Sul volto di Parri, che definisce “un crisantemo sopra il letamaio” (p. 169) di una classe politica già attraversata da una crisi profonda, Levi vede invece stagliarsi “un dolore continuo, il dolore degli altri che non può avere fine” (p. 172).
Poi prosegue: Lo guardavo, diritto in mezzo ai due compagni di destra e di sinistra, dai visi fin troppo umani, accorti, abili, attenti, astuti, avidi di cose presenti, e mi pareva che egli fosse invece impastato della materia impalpabile del ricordo, costruito col pallido colore dei morti, con la spettrale sostanza dei morti, con la dolente immagine dei giovani morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati, con le lacrime e i freddi sudori dei feriti, dei rantolanti, degli angosciati, dei malati, degli orfani, nelle città e sulle montagne. Il suo corpo stesso pareva fatto di questi dolori, essi scorrevano nel suo sangue: la sua pelle aveva il colore delle ossa biancheggianti nei campi. Dicevano che non fosse un uomo politico, che non rappresentasse nessuna forza reale, che non sapesse destreggiarsi nel giuoco avviluppato degli interessi, che non fosse altro che un personaggio simbolico e neutrale. Ma egli rappresentava, o ne era piuttosto costruito, qualche cosa che non è negli schemi politici; una cosa nascosta e senza nome, uguale in tutti e indeterminata, ripetuta milioni di volte in milioni di modi eternamente uguali: i morti freddi sotto la terra, la sofferenza di ogni giorno, e il coraggio che la nasconde. (Levi, 1950: 172)
Levi utilizza questa immagine fortissima (“i morti freddi sotto la terra”) come un aratro che tracci una distinzione netta fra quella crisi di governo (e tutto ciò che muore, con quel governo) e il continuismo italico che riprende il suo corso nei corridoi della politica.
Nel solco tracciato da quell’aratro, nel cuore del romanzo, si incistano due domande che, pagina dopo pagina, non è più possibile aggirare. Per cosa, davvero, tanti hanno combattuto e tanti altri sono morti nelle città e sulle montagne? E, ora che la guerra è finita, quale è il compito della politica, di una politica che avrebbe voluto garantire a tutti, a ognuno dei liberati dal fascismo, una dose ragionevole di giustizia e libertà, e soprattutto una piena autonomia sulla propria vita?
In quei giorni su L’Italia libera, il giornale del Partito d’Azione che dirigeva, il Levi giornalista è attentissimo a sottolineare tutti i pericoli del continuismo italico. Era questa forse la principale battaglia culturale del partito che si trovava ad avere la premiership di quel governo: sventare il pericolo, cioè, che nell’Italia nuova, nell’Italia libera, si ricostituissero i vecchi poteri, che magari non erano stati espressamente fascisti ma che sicuramente non erano stati neanche antifascisti: erano piuttosto afascisti, come probabilmente afascista era la maggioranza degli italiani in quel momento.
Ebbene: il Partito d’Azione e il giornale diretto da Levi pongono l’attenzione sulla necessità di liberare lo stato e la società italiana dalle scorie del passato. “Liberarlo” ovviamente non in senso forcaiolo, non in senso moralistico, ma nel senso che sarebbe stato di vitale importanza creare una nuova politica e un nuovo stato. Epurare la lingua vecchia per farne sorgere una nuova. Nella caduta del governo Parri – caduta cui contribuirono non solo la crisi aperta dal Partito liberale, ma anche le precise scelte fatte dai partiti di massa, dalla Dc, dal Pci, dal Psi – Levi vede il rischio che la possibilità di rompere il continuismo si arresti. E che quindi la solita Italia, l’Italia sempiterna che riproduce i suoi atavici poteri, l’Italia sempiterna rappresentata dal tedio feroce dei Palazzi ministeriali – in questo caso, il palazzo descritto è il Viminale – possa tornare vittoriosa ed ergersi compatta contro qualsiasi possibilità di cambiamento.
Come detto, Levi racconta questo piccolo mondo antico nel 1950, in un’epoca già pienamente mutata, e si rivolge a quei fatti riguardanti la Roma del 1945 usando il passato remoto, parlandone come da una grandissima distanza. Ma c’è un’ulteriore presa di distanza, nel romanzo, a parte l’uso del passato remoto e a parte il fatto stesso di raccontare un’epoca che sembra sommersa dai fatti successivi: Levi adotta nomi diversi per personaggi storici concreti. Ferruccio Parri è nel romanzo Ferruccio Parri, ma probabilmente è l’unico personaggio a comparirvi col suo vero nome. Tutto il mondo delle seconde e delle terze file dello stesso Partito d’Azione, degli amici di Levi, di chi fa il giornale, compare con un altro nome. Ovviamente chi ha letto il romanzo negli anni successivi si è sforzato di individuare chi avesse dato origine a ognuno dei personaggi evocati. In realtà alcuni sono ben riconoscibili ed evidenti: ad esempio la coppia di redattori dell’Italia libera Casorin e Moneta sono lo scrittore Manlio Cancogni e il critico Carlo Muscetta, allora giovanissimi giornalisti vicini a Carlo Levi. Un’altra coppia molto presente nel romanzo è quella di Fede e Roselli: si tratta di Vittorio Foa e Altiero Spinelli, i due più giovani leader del Partito d’Azione. E poi c’è una coppia centrale nello sviluppo del romanzo, quella costituita da Andrea Valenti e Carmine Bianco, che sono rispettivamente Leo Valiani e Manlio Rossi-Doria. Perché sono una coppia centrale nel romanzo? Perché a un certo punto, quando – dopo la conclusione della conferenza di Parri – Levi lascia il Viminale e attraversa il traforo che nel centro di Roma collega via del Tritone con via Nazionale, viene raggiunto proprio da Andrea Valenti (Leo Valiani) e Carmine Bianco (Manlio Rossi-Doria).
Proprio lì, in quel budello nel cuore di Roma, ci sono alcune grandi pagine di riflessione politica. A parlare, dei tre, è soprattutto Valenti–Valiani. È lui a incorniciare perfettamente la crisi di quella piccola comunità politica, fatta di amici fraterni e non solo di compagni di lotta: Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al Governo, e poi di non esserne cacciati. Eccoci ormai sulla difensiva: domani saremo ridotti a combattere per l’esistenza di un partito, e poi magari di un gruppo o di un gruppetto, e poi, chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e per la nostra anima: cose sempre più piccole e più lontane, e un’astratta passione, sempre uguale. È triste: ma vedrai che andrà così. (Levi, 1950: 184)
In queste poche righe illuminate da Levi c’è la constatazione amara del fallimento delle minoranze, di molte minoranze politiche, non solo quelle del 1945, nella storia d’Italia. Non c’è spocchia o moralismo nei loro discorsi, perché i tre parlano innanzitutto del fallimento delle proprie idee, nel momento in cui si è cercato di tramutarle in pratica. Partono da se stessi: l’autocritica precede ogni critica della politica, ne è – per così dire, in ogni momento dello scambio, per estensione dell’intero libro – il suo fondamento antiretorico.
Non solo. Nelle pagine successive è lo stesso Leo Valiani, cioè il personaggio Andrea Valenti, a declinare una celebre coppia ideale della riflessione politica leviana, introducendo le parole-mondo “Luigini” e “Contadini”.
Dice Valiani – ma qui è lo stesso Levi a parlare, riallacciandosi non solo a quella che era l’esperienza di Cristo si è fermato a Eboli, ma anche a tutta la sua esperienza culturale e politica degli anni precedenti – che la vera coppia antitetica che contraddistingue l’Italia, la sua società, la sua cultura, la sua politica, non è costituita dal Vaticano e dalla Russia, o dalla Dc e il Pci, e nemmeno da una rigida divisione di classe tra borghesia e proletariato. La vera distinzione è quella tra Luigini e Contadini. I Contadini sono tutti quelli che fanno le cose: potremmo definire Contadino, in senso molto lato, chi produce qualcosa; sia gli operai, che gli imprenditori che non vivono parassitariamente al riparo delle sovvenzioni statali, tutti coloro i quali non vivono parassitariamente di politica … Sono Contadini anche gli intellettuali, almeno quelli che producono qualcosa di eretico e di sensato. I Luigini sono invece – come Don Luigi, il potestà di Aliano in cui Levi aveva vissuto sotto il confino – tutti quelli che costituiscono l’ossatura burocratica della statolatria; tutti quelli che costituiscono l’enorme massa della piccola borghesia italiana, l’enorme massa della reazione, l’enorme massa che popola i ministeri di Roma, l’enorme massa che popola la politica, che non vuole cambiare, che si arrugginisce nel suo non cambiare. Sono Luigini tutti quelli che lottano pugnacemente contro qualsiasi forma di rinnovamento. Dice Valiani, e qui è ancora Levi a parlare: “i Luigini sono la maggioranza” (p. 193) e, consapevoli di avere questa maggioranza, costruiscono una politica che è luigina, costruiscono dei partiti che sono intimamente luigini. A un certo punto Levi scrive una frase che non poteva sicuramente essere amata dal Pci dell’epoca: scrive che lo stesso Partito comunista è un partito luigino: è un partito fondato da un grande Contadino, Antonio Gramsci, un partito Contadino nelle sue origini, ma poi diventato luigino, nel tentativo di erigersi burocraticamente intorno ai diktat provenienti dall’Unione Sovietica.
I rintocchi dell’Orologio
Tuttavia in L’Orologio non c’è solamente il mondo politico del 1945; c’è anche l’Italia, con le sue strade, con le sue periferie, con le case sventrate e affollate di vita. Nel romanzo – che si svolge in tre giorni e in tre notti, tra Roma e Napoli – alle pagine “politiche” si alternano quelle segnate dagli incontri quotidiani dell’autore e dei suoi amici. A un certo punto, ad esempio, accompagna il suo amico Marco (cioè Mario Soldati) sulle tracce di una donna di cui si era follemente innamorato nella periferia di Roma. Levi racconta così, con occhi nuovi, la propria personale scoperta delle borgate romane, che nel 1945 non erano poi molto diverse dalle borgate pasoliniane raccontate in Una vita violenta e poi nel film Accattone.
Soprattutto in L’Orologio c’è uno straordinario viaggio verso Sud, che ha inizio quando a Levi giunge un telegramma che gli comunica di recarsi immediatamente a Napoli dove suo zio, il fratello della madre, è in fin di vita.
Levi è molto legato allo zio, che nel libro compare come lo zio dottore, lo zio Luca. Si tratta di una rielaborazione letteraria di Marco Treves, zio reale di Levi, che aveva indirizzato il giovane Carlo agli studi in medicina. (Levi si era laureato in medicina, ma per tutta la vita avrebbe fatto lo scrittore e il pittore. Tuttavia, proprio in quanto medico poté entrare nelle case dei contadini, nel piccolo paese di Aliano in Lucania. Fosse stato “solo” uno scrittore o un pittore, probabilmente avrebbe scritto un romanzo molto diverso dal Cristo, e realizzato tele molto diverse da quelle in parte esposte a Palazzo Lanfranchi a Matera.)
Raggiunto dalla notizia che le condizioni dello zio si sono aggravate, Levi decide di mettersi in viaggio verso Napoli. Il viaggio da Roma a Napoli, che oggi viene coperto in appena un’ora di treno ad alta velocità, è una vera e propria odissea. Non ci sono treni, non ci sono autobus, almeno nel momento in cui Levi cerca di partire; l’unico modo per raggiungere Napoli è recarsi a piazza San Giovanni e trovare posto a bordo delle poche macchine che coprono il percorso. È quello che fa Levi: trova un piccolo trapuntino su un veicolo stracolmo di corpi e bagagli, e dopo molte ore di viaggio riesce ad arrivare a Napoli a notte fonda.
Il viaggio verso Sud è un viaggio nelle viscere dell’Italia appena uscita dalla guerra. Davanti ai nostri occhi appare un paese distrutto, pieno di macerie, dalla linea ferroviaria divelta in più punti; un paese nel quale, appena oltrepassata Itri, la piccola macchina occupata da tanti passeggeri su cui c’è anche Carlo Levi viene letteralmente assaltata dai briganti.
Arrivato a Napoli, Levi incontra un’altra grande città italiana appena uscita dalla guerra. Racconta Spaccanapoli, racconta i suoi mercati, i suoi alberghetti, gli americani, il sottoproletariato. Racconta soprattutto la visita a casa dello zio.
Quando arriva nella casa di Mergellina, Levi scopre che lo zio è già morto. Benché l’avesse sentito per telefono la sera prima, non è giunto in tempo a fare con lui quell’ultima conversazione che desiderava fare. Eppure, in quel momento, quando Levi è a casa del defunto, la donna di servizio gli dà in mano un orologio: un vecchio Omega appartenuto per tutta la vita allo zio, che questi avrebbe voluto dare al nipote Carlo.
Quell’orologio, consegnato alla fine del libro idealmente e concretamente dallo zio a Levi, è anche l’orologio del titolo del libro. È l’orologio che segna il tempo della storia e il tempo della vita, ma è anche l’orologio intorno a cui si dipanano le relazioni più profonde, quelle famigliari, che si annidano, proprio come il mito, sul fondo della storia d’Italia.
Il viaggio di ritorno da Napoli a Roma è molto più veloce del viaggio di andata, perché Levi rimedia un passaggio a bordo della macchina del ministro Tempesti che era a Napoli per far visita a una festa del suo partito, il Partito comunista. Il ministro Tempesti sembra rievocare la figura di Emilio Sereni, che in realtà non fu ministro del governo dimissionario in quei giorni, e cioè il governo Parri, ma del governo successivo, ossia del primo governo De Gasperi. Levi trova posto a bordo dell’auto del ministro scortata dai militari, e su quell’auto, accanto a lui e a Tempesti (cioè Emilio Sereni), c’è anche Colombi, che dovrebbe rappresentare il ministro Piccioni della Democrazia cristiana. E così, in quel viaggio più breve dell’andata, Levi è seduto al centro, sul sedile posteriore, tra i due ministri, in una immagine che sembra quasi riprodurre specularmente quella di due giorni prima, con Parri al centro fra De Gasperi e Togliatti.
Con questa immagine negli occhi, che sembra quasi rovesciare l’inizio del romanzo, mentre il piccolo convoglio ministeriale corre lungo la strada verso Roma, si arriva alla conclusione de L’Orologio. È una conclusione amara. La crisi politica del 1945 trova una soluzione nella creazione di un nuovo governo, il governo De Gasperi, da cui discenderà la strada maestra della politica italiana per almeno un quindicennio. Tale soluzione prevede che vengano esautorati, come Levi e la piccola pattuglia del Partito d’Azione avevano previsto, i Comitati di Liberazione Nazionale: i CLN che erano stati tanto importanti non solo nella guerra partigiana, ma anche nel rinnovamento della politica nei primi mesi dopo la liberazione.
Levi lascia la direzione dell’Italia libera, il giornale di cui si racconta in L’Orologio, nel febbraio del 1946, esattamente nei giorni in cui ha luogo un traumatico congresso del Partito d’Azione che vede la fuoruscita della destra interna del partito. Nonostante la scissione lacerante, chi rimane nel partito non riesce a tenerlo in vita. Pochi mesi dopo, il PdA, nato dall’esperienza di Giustizia e libertà, si scioglierà e i suoi membri confluiranno in altri partiti. Molti di loro finiranno nel Partito socialista.
Levi partecipa alla campagna elettorale per la Costituente nel Sud, candidandosi nel collegio di Puglia e Lucania in una piccola formazione, Alleanza repubblicana, che raccoglie militanti azionisti, democratici, socialisti, libertari. Ma non viene eletto.
Quando nel 1950 decide di raccontare gli anni “di prima”, gli anni del frenetico rinascere della politica, la parabola resistenziale (e immediatamente post-resistenziale) si è già chiusa da tempo. L’orologio della Storia e delle vicende italiane ha segnato altri rintocchi, e preso altre strade. Rimane però, sul fondo di tutto, e anche della successiva opera leviana, il monito intimamente legato alle ossa dei morti e al volto di Ferruccio Parri che idealmente le racchiude. Al sogno, poi drammaticamente smentito dalla realtà dei fatti, che la politica possa essere altro da come si rivela ordinariamente, altro dalla melma della prassi istituzionale, altro dalla più o meno esplicita separazione tra governanti e governati.
