Abstract
The name represents a distinctive feature of personal identity and is an essential aspect within the personality building and the relationship with other individuals. This research presents a qualitative analysis of some linguistic changes related to the names of L2 speakers in Italy, in order to formulate some considerations on linguistic prestige and the consequent intercultural impact on the migrants' minorities, deepening the theme of the name variations.
Keywords
1. Introduzione
Il nome proprio è un tratto distintivo dell’identità personale e rappresenta un elemento essenziale in merito alla costruzione della personalità e al rapporto con gli altri individui (Facchetti, 2007).
In questa ricerca si presenta un’analisi qualitativa di alcuni mutamenti linguistici (Shukla e Connor-Linton, 2008) relativi ai nomi dei migranti stranieri in Italia, per giungere ad alcune considerazioni sul prestigio linguistico (Cardona, 2006) e sul conseguente impatto interculturale verso le minoranze dei migranti, approfondendo il tema del cambiamento onomastico (De Felice, 2017) degli stranieri residenti in Italia. Si analizza, pertanto, la dimensione del prestigio dei nomi propri per quanto concerne l'eteropercezione (Costamagna e Marotta, 2008) da parte della comunità ospitante, non considerando il prestigio del nome proprio rispetto al portatore o al sistema linguistico di cui è manifestazione.
L’indagine ha riguardato un campione di 400 parlanti stranieri, di età e provenienze differenti, ai quali è stato richiesto, attraverso un’intervista, di indicare il nome proprio utilizzato in Italia e le sue variazioni eventuali rispetto al contesto di provenienza.
Sulla base dei dati raccolti è stato possibile osservare che il prestigio linguistico non agisce in modo uniforme sugli antroponimi degli stranieri, ma a seconda di precise logiche connesse con la relazione fra la lingua d’origine e la lingua e la società italiane.
Uno degli esempi più comuni di mutamento del nome proprio è costituito dall’adattamento fonologico (Savoia, 2014), che opera secondo differenti strategie come accade anche per i prestiti di nomi comuni (Berruto, 2004). Infatti, quando nel corso della storia una parola forestiera entra in una lingua e i parlanti sentono la necessità di adattarla, perché ritenuta estranea nella lingua e simile ad altre parole, la stessa cambia e si adatta al sistema linguistico di arrivo (Nitti, 2019).
Gli antroponimi degli stranieri si comportano in maniera molto simile ai prestiti; talvolta sono accettati da parte della comunità ospitante (quando ritenuti prestigiosi o noti), e in altre occasioni si assiste ad un'operazione di livellamento e di modifica, arrivando anche alla tabuizzazione (Cardona, 2009) e alla sostituzione totale.
La ricerca, di carattere etnolinguistico (Cardona, 2006) e linguistico-educativo (Casini e Vedovelli, 2016), prende in esame i principali tipi di cambiamento e di tabuizzazione dei nomi propri, a partire dalla dimensione fonologica (Canepari, 1979).
Un altro obiettivo dell’indagine ha riguardato la valutazione degli antroponimi dei figli degli immigrati in Italia, gli individui di seconda generazione, in relazione alla scelta dell’italiano o della lingua d’origine, identificando alcuni andamenti, a seconda del prestigio e dell’accettabilità da parte della comunità ospitante.
2. Il nome proprio
La caratterizzazione di un nome proprio è un compito particolarmente complesso, in ragione della variabilità diacronica: “accanto all'aspetto quantitativo […] il sistema antroponimico si connota anche per la lunghissima e ininterrotta trafila tradizionale attraverso cui si è venuto formando nel corso della storia” (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 18).
Un altro fattore che incide sulla variabilità dei nomi riguarda le differenze di carattere interculturale, difatti: il sistema antroponimico contemporaneo [...] può definirsi da un punto di vista linguistico come un insieme di nomi propri, ovvero di unità lessicali che (secondo una delle possibili definizioni proposte dalle scienze del linguaggio) svolgono la funzione di identificare un individuo, anche in absentia, piuttosto che di definire una classe di oggetti aventi proprietà comuni, compito invece assolto dai nomi comuni. (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 17)
L’aspetto maggiormente significativo per quanto concerne il nome proprio, ai fini di questa trattazione, riguarda il rapporto fra lingua e cultura (Cardona, 2006; D'Achille, 2003), difatti, “le epoche [...] riprendono e rimodellano gli elementi del sistema onomastico esistente, oppure ne creano di nuovi, in un costante rapporto dialettico i cui poli sono costituiti dai valori e significati, culturali e simbolici, che le differenti società cercano di veicolare attraverso l'atto della nominazione” (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 18). Occorre esplicitare, inoltre, che “il rapporto tra visione del mondo e linguaggio è stato uno dei punti centrali nel dibattito etnolinguistico. L'immediato e peculiare rapporto che esiste tra una lingua e una cultura è tale da essere colto immediatamente da chiunque, per un qualunque motivo, si trovi ad osservare un ambiente linguistico che non è il suo” (Cardona, 2006: 88). Più nello specifico, “i due poli dialettici evidenziati, la società e la lingua, determinano in un certo senso anche le due prospettive complementari attraverso cui i nomi di persona possono essere osservati rispetto al loro significato e alla loro funzione” (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 18).
Un’ultima premessa, che pare opportuno inserire all’interno di quest’introduzione, concerne la questione del nome proprio come fattore di identità personale: “intorno al nome individuale ruota il grande tema della costruzione dell'identità della persona in rapporto alla società e alla cultura di appartenenza” (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 133). Ne deriva, dunque, che un’indagine sui nomi propri non potrà prescindere da questi aspetti strettamente interconnessi.
3. La ricerca
La ricerca si colloca all’interno degli studi di linguistica educativa, abbracciando alcuni fondamenti epistemologici propri delle altre scienze del linguaggio, quali l’etnolinguistica e l’antroponomastica (Litosseliti, 2010). Proprio quest’ultimo settore di studio, d’altronde, si pone come punto di convergenza di prospettive diverse, avvalendosi dell'apporto di una molteplicità di discipline quali la linguistica, la filologia, la storia, la letteratura, l'antropologia, le scienze psicologiche e sociali. La pluridimensionalità che caratterizza gli studi onomastici è probabilmente responsabile del ritardo con cui l’antroponomastica ha raggiunto lo status di disciplina scientifica, dotata di una propria autonomia, di propri metodi e strumenti di indagine. (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 133–134) ha conosciuto in questi anni una notevole espansione, riscuotendo l'interesse non solo degli specialisti, ma anche di appassionati ed i semplici curiosi. Per avere un riscontro oggettivo basta osservare la crescita delle pubblicazioni del settore e, in particolare, la quantità di dizionari di nomi oggi in circolazione, in gran parte indirizzati a un pubblico vasto e non specializzato che desidera conoscere qualcosa di più sulle origini e sul significato del proprio nome. (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 133) vi sono molti lavori incentrati su aspetti dell’intercultura, dell’accoglienza e dell’integrazione, ma sono numerosi anche gli studi che si occupano specificamente delle lingue presenti in Italia a seguito dei movimenti migratori, il loro uso nei diversi contesti e il rapporto con la situazione linguistica del territorio interessato dall’insediamento oggetto di rilevamento, gli atteggiamenti dei parlanti, le modalità di mantenimento o eventuale perdita delle lingue. (Marcato, 2012: 140)
A questo proposito, Giacalone Ramat osserva che l’interesse “per lo studio dell’italiano di stranieri è giustificato da almeno tre ordini di considerazioni, e precisamente 1) considerazioni di ordine teorico, 2) di ordine socio-linguistico, 3) di ordine didattico” (Giacalone Ramat, 1993: 343). Alle tre dimensioni, definite dalla studiosa, pare opportuno aggiungerne una di carattere prettamente educativo, da affiancare alle considerazioni di ordine didattico. Non si tratterebbe, infatti, di questioni di natura meramente glottodidattica quanto di valutare l’opportunità di un’attenzione maggiore verso i sistemi linguistici diversi dall’italiano all’interno dei percorsi di studio orientati alla comunicazione pubblica e all’insegnamento, soprattutto e con speciale riferimento alla questione dei nomi propri, dal momento che, come si è visto in precedenza, costituiscono un fattore identitario. L’attenzione al mantenimento dei nomi propri, dunque, si inserisce all’interno del rapporto che “lega mondi di partenza e mondi di arrivo, e il nuovo mondo della rapida comunicazione” (Marcato, 2012: 143). Proprio queste ultime considerazioni, di carattere essenzialmente linguistico-educativo, costituiscono il carattere operativo della ricerca, di cui si è detto in precedenza.
Come si è visto, l’ambito di indagine è circoscritto alla percezione del cambiamento del nome proprio e “la definizione di un ambito di indagine ben circoscritto è garanzia di risultati scientificamente corretti e confrontabili, sui quali è possibile basarsi per proseguire la ricerca con integrazioni e approfondimenti” (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 134).
4. Il campione
A partire dalle premesse metodologiche individuate nei paragrafi precedenti, si è costituito un campione di 400 individui adulti non nativi, di livello linguistico in italiano L2 superiore al B2 1 , reclutati attraverso la banca dati del Centro Interculturale della Città di Torino. 2 Il campione è stato intervistato ricorrendo a una griglia di domande, proposta oralmente e audioregistrata.
Il Grafico 1 mostra l’età degli informanti inclusi nel campione al momento dell’indagine mostrando come il valore sia distribuito abbastanza omogeneamente con un solo gruppo più rappresentato degli altri. Per quanto riguarda il trattamento dei dati e le disposizioni in merito alle leggi che disciplinano la privacy, il questionario riportava una sezione apposita, che ogni informante ha accettato per poter proseguire nella compilazione,
L’età, espressa in anni, degli informanti inclusi nel campione. La L1 del campione.

Per quanto concerne la divisione rispetto al sesso, il 34% del campione è composto da maschi e il 66% da femmine. In questa ricerca, tuttavia, sia l’età che il sesso non si sono rivelate variabili statisticamente significative in correlazione ai cambiamenti dei nomi propri nel contesto di lingua seconda.
Invece, una variabile determinante in merito ai processi di cambiamento del nome proprio riguarda la lingua materna degli apprendenti (Soravia, 2014).
L’intervista semistrutturata ha avuto una durata massima di 10 minuti e ha comportato la risposta ad alcune domande, di cui si fornisce, per ragioni di sintesi, il canovaccio (Corbetta, 1999):
Qual è il tuo nome proprio? Hai modificato il nome in Italia? Gli italiani pronunciano bene il tuo nome? Gli italiani modificano il tuo nome? Come reagisci/hai reagito al cambiamento del nome? Quale nome hai scelto per i tuoi figli?
Le domande, come si è detto, sono servite come base per intervistare il campione ed è opportuno precisare alcuni aspetti metodologici in merito all’attività di raccolta dei dati. Le informazioni su età, sesso e lingua degli informanti sono state elicitate attraverso le schede anagrafiche della banca dati e confermate dal campione, nel corso dell’intervista. I glottonimi sono stati riferiti dagli intervistati e, per ragioni di praticità, si è considerata la modifica rivolta all’oralità, trascurando la dimensione della scrittura. Le domande sono state mediate in fase di intervista, sulla base dell’andamento della discussione, al fine di concentrarsi maggiormente sugli eventuali interventi di modifica del nome. L’intervista stricto sensu è considerabile un debito che le scienze del linguaggio hanno nei confronti delle altre scienze sociali, in particolare la sociologia e l’etnologia. Tuttavia, l’indagine in linguistica ha a che fare con la descrizione e con la classificazione degli usi linguistici rispetto alle comunità e ai gruppi di parlanti: a sociolinguistic interview is a particular kind of social occasion: it is a naturally bracketed spate of activity in which particular kinds of actions and behavior are expected […]. Those expectations provide a framework for interpreting what is said, e.g., for interpreting a question as seeking a particular kind of information. Furthermore, the relationship of those expectations to the interpretive processes guiding all social interaction can be made more or less explicit within an utterance. It seems clear that what those being interviewed by a sociolinguist expect (at least initially) is an agenda in which one person (thought of as “the interviewer”) asks questions that they are to answer. Awareness of this agenda provides a dominant frame within which what is said is understood, and specific utterances may display their relevance to this frame. (Tannen, 1993: 249–250) Non è detto che l’informante sia sincero o obiettivo in merito alle proprie risposte; Può succedere che l’informante tema il giudizio del ricercatore; Può capitare che, nel caso di indisponibilità di dati, si risponda casualmente; La domanda può non essere compresa pienamente; Nel caso di registrazioni si può avvertire un senso di disagio che potrebbe inficiare la veridicità o la validità delle risposte.
Questi limiti sono comuni a molte indagini di stampo linguistico e la questione della complessità dei dati linguistici, d’altronde, è ben nota all’interno della letteratura scientifica: “dati di questo genere, ottenuti con sondaggi e rilevamenti in cui si chiede ai parlanti di riferire come si comportano linguisticamente in determinate situazioni […] richiedono una certa cautela, in quanto appunto riguardano autodichiarazioni” (Berruto, 2004: 23). La batteria di domande, inoltre, può servire per uno stadio molto superficiale dell'analisi e non è uno strumento molto elaborato tecnicamente; esso può servire come aiuto in un primo accostamento, ma nessun lavoro sistematico potrebbe scaturire dalla sola raccolta delle risposte […] per l'ovvio motivo che il lessico di una lingua è strutturato dal di dentro, e questa struttura non può certo essere messa in luce per mezzo di uno schema esterno e precostituito. (Cardona, 2006: 210–211) si tratta di fissare parametri certi su cosa potrà essere utilizzato come evidenza empirica, cioè su quello che, nell’ambito di quell’indagine, è un dato linguistico. Quale che sia la scelta effettuata, i dati linguistici vanno quindi cercati e prodotti (più che semplicemente raccolti), o più precisamente costruiti, attraverso una serie di procedimenti che, di necessità, devono essere di volta in volta dichiarati e resi espliciti. (D’Agostino, 2012: 243)
5. L’analisi dei dati
Il Grafico 3 mostra come la maggioranza assoluta del campione (92%) ritenga che il proprio nome sia stato modificato, mentre solo il 7% degli informanti dichiara che i nativi italofoni non alterano gli antroponimi forestieri. In merito a quest’ultima dichiarazione, è opportuno notare come si tratti di nomi propri di lingue di prestigio (De Martino e Maraschio, 2013): francese, spagnolo e inglese. Infatti, “vi sono varietà linguistiche che godono di un prestigio maggiore di altre agli occhi di chi le parla e soprattutto di chi non le parla” (Cardona, 2009: 90). Il prestigio, infatti, si riferisce a un valore sociale positivo attribuito a una lingua, a una varietà di lingua, a un comportamento linguistico (ad esempio a una pronuncia). Tra i motivi di prestigio vi sono […] l’uso da parte dei gruppi sociali egemoni o comunque ritenuti di successo. Il prestigio è fonte di imitazione e dunque di cambiamenti linguistici, ad esempio spesso dà luogo a prestiti di una lingua che gode di alto prestigio. (Casadei, 2011: 104)
La percezione dell’alterazione del nome proprio.
Attraverso l’analisi dei dati provenienti dal questionario, si è notato che le modifiche apportate dai parlanti italofoni ai nomi degli individui non nativi sono riconducibili essenzialmente a due tipologie: gli adattamenti e le sostituzioni (Grafico 4).
Tipi di modifica apportati al nome, secondo gli intervistati.
il tesoro antroponimico di una determinata epoca (ovvero l'insieme dei nomi personali disponibili) si configura propriamente come un sistema strutturato, all'interno del quale il peso delle dinamiche sociali e culturali è assolutamente decisivo per determinare il significato (in senso motivazionale) e la funzione dei nomi presenti. (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 19–20)
Inserzione o indebolimento.
Integrazione o riconduzione al sistema linguistico dell’italiano.
È opportuno precisare due ordini di fattori che intervengono a modificare il nome:
nel caso l’antroponimo forestiero sia percepito come vicino a un nome proprio dell’italiano, perché le due lingue sono linguisticamente imparentate o possiedono un nome simile, alla luce dei dati disponibili, lo stesso viene tendenzialmente acclimatato e integrato nella lingua dominante (caso del nome rumeno nella tabella 2); nel caso in cui il nome proprio non sia presente nel repertorio onomastico dell'italiano, ma risulti simile a un nome della lingua italiana, lo stesso viene adattato attraverso meccanismi paretimologici (caso del nome tsonga nella tabella 1).
Telmon, infatti, definisce l’intervento paretimologico come: processo attraverso il quale […] una parola viene interpretata […] per mezzo di associazioni che fanno leva su parziali somiglianze di forma o di significato. Generalmente questo fenomeno si verifica o negli espliciti tentativi metalinguistici di spiegazione di una parola, oppure in modo implicito, allorché, venuta meno la trasparenza motivazionale della parola, la fantasia creatrice dello spirito popolare conia una nuova motivazione. (Telmon in Beccaria, 2004: 573)
Gli interventi di adattamento rientrano all’interno di un processo di italianizzazione e riguardano “gli immigrati, che difficilmente si negano a ristrutturare e a riorientare la propria identità linguistica verso il punto di riferimento sentito come di maggiore utilità (spendibilità sociale della competenza linguistico-comunicativa) e di maggiore prestigio” (Bagna, Barni e Vedovelli, 2007: 278). Si tratta dunque di una “ristrutturazione della competenza della lingua di origine che la nuova situazione di contatto linguistico impone” (Telmon, 1992: 150).
Un altro procedimento, molto più invasivo dei precedenti, in merito alla possibilità di inserimento dei nomi forestieri in italiano riguarda il rifiuto ad accoglierli da parte della comunità ospitante. Tale condizione si esplicita attraverso la rimozione del nome proprio straniero e la sostituzione con un nome dell’italiano, generalmente a opera dell’individuo stesso (98% dei casi).
le voci non adattate sono quelle più esposte alle operazioni di rigetto da parte della lingua che le riceve; fattori linguistici, cioè la loro difficoltà ad inserirsi nel sistema fono-morfologico di un’altra lingua, e fattori extralinguistici, cioè la campagna condotta contro di loro dai puristi, dagli insegnanti, ecc., spingono spesso queste parole ai margini della lingua o le costringono ad integrarsi nel sistema attraverso l’adattamento. (Zolli, 1991: 5)
La sostituzione dei nomi.
trovano la loro espressione naturale e originale nella lingua […] e fanno i loro conti con la norma e con il repertorio solo nel momento in cui devono essere tradotti per iscritto. Quali sono i problemi, linguistici e interpretativi, che una situazione di questo tipo presenta? Possono essere diversi, e derivano in buona sostanza da due ordini di ragioni. Il primo ordine ricade in un campo che si riferisce alla trasposizione di codice che ha luogo ogni volta che un messaggio orale viene trasferito nello scritto, e che può in effetti subire interferenze di vario tipo. Un primo livello è determinato dall' imperfetta corrispondenza dei grafemi di cui dispone il sistema alfabetico in uso con i suoni che devono essere rappresentati. (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 22)
Se si considera il parallelismo con le strategie di traduzione, descritto in precedenza, è opportuno rilevare che il soggetto che traduce “rispecchia anche la temperies culturale del suo tempo e le sue strategie traduttive risentiranno del modo in cui i suoi destinatari considerano ciò che è diverso, visto come interessante prestigioso oppure minaccioso e potenzialmente sovversivo” (Diadori, 2012: 3). Proprio queste considerazioni rendono la descrizione dei meccanismi di adattamento e di sostituzione dei nomi propri una questione parecchio problematica, perché non si tratta di aspetti del contatto interlinguistico scevri di valore psicoaffettivo e identitario. Dietro ai nomi propri, infatti, si celano fattori connessi con l’identità della persona e, soprattutto in un contesto di lingua seconda (Vedovelli, 2002), laddove possono emergere spaesamento, sradicamento e problemi di carattere interculturale (Balboni e Porcelli, 1991), la resa di un nome può assumere un valore decisivo per l’individuo, d’altronde, si tratta di valutare la “tolleranza o l’intolleranza verso la mescolanza di lingue [...]. Il contatto linguistico potrà quindi essere compreso pienamente solo se inserito in un ampio contesto psicologico e socioculturale” (Weinreich, 1974: 7).
I dati della ricerca, inoltre, si muovono in direzione contraria rispetto a quanto riportato da Valentini (Casti e Bernini, 2008) in merito alla percezione del cinese e da Bagna e Barni (2005) per quanto riguarda la percezione del rumeno. Nel primo caso si osservava una tendenza all’autoisolamento, mentre nel secondo emergeva un atteggiamento positivo nei confronti della propria lingua. Una possibile spiegazione della differenza fra i risultati di questo studio e quelli descritti in precedenza consiste nelle diverse domande di ricerca: mentre le indagini sopracitate si occupano della percezione delle lingue da parte dei parlanti L2, in questo caso si prende in esame un elemento specifico, ovvero il nome proprio. Occorre tenere presente, infine, che il campione di riferimento di questa ricerca è ridotto, che si tratta di studenti inseriti nei corsi di italiano come L2 e che l’indagine verte sui nomi propri e non sulla percezione della propria lingua in relazione all’italiano stricto sensu. La volontà di adattare il proprio nome al diverso sistema linguistico può essere indice di un atteggiamento positivo nei confronti della comunità italofona, ma può anche celare alcune resistenze di carattere socio-culturale e psico-sociale (Cavagnoli e Passarella, 2011), eventuali spie di un disagio profondo derivante dal contatto interculturale (Casini e Vedovelli, 2016).
Per quanto concerne la scelta del nome dei figli, il 78% del campione ha risposto sostanzialmente di aver privilegiato gli antroponimi italiani rispetto a quelli della propria L1. In altri casi, invece, si è fatto ricorso ad antroponimi della propria lingua materna (11%), ma è da osservare che si tratta di nomi etimologicamente imparentati (8%), di lingue prossime sul piano della parentela (10%) e che solo nell’11% dei casi si è scelto un nome proprio straniero, dissimile dai nomi italiani, come fattore di conservazione delle proprie radici.
6. Il contributo della linguistica educativa
Questa ricerca mette in luce come, auspicabilmente, “l’ingresso delle lingue immigrate sia un elemento in grado di giocare un ruolo nella riconfigurazione dello spazio linguistico italiano e di contribuire a rafforzare quella diversità linguistica che da sempre ha caratterizzato la scena italiana” (Bagna e Barni, 2006: 1). Si tratta, infatti, di “individuare delle linee di tendenza diverse che caratterizzano il destino di queste lingue attraverso i comportamenti e gli atteggiamenti dei loro parlanti” (Bagna e Barni, 2005: 246).
Questa trattazione, come si è visto, presenta alcuni aspetti caratteristici del neoplurilinguismo, ovvero di “una nuova alloglossia nello spazio linguistico italiano” (Marcato, 2012: 137). 4
Si è visto che “ciascun nome, personale o di famiglia, possiede […] un significato linguistico proprio e univoco, valido all'interno della comunità culturale linguistica che lo produce” (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 18) e che la questione del nome proprio rappresenta un processo complesso: “l'attribuzione di un nome personale all'individuo appare evidentemente come qualcosa di già radicato negli stati arcaici delle civiltà umane, tanto da potersi quasi situare a livello della naturalità della nostra specie” (Raimondi, Revelli e Papa, 2005: 20).
Il contatto linguistico, favorito dai flussi migratori, implica, per quanto concerne la resa dei nomi propri stranieri, alcuni aspetti di carattere squisitamente etnolinguistico (Mancini, 2020). L’indagine mostra come da un lato si tendano ad accettare i nomi provenienti da lingue di chiaro prestigio e dall’altro si integrino quelli appartenenti a lingue meno prestigiose o poco conosciute. Nel caso di nomi simili fra le due lingue, si tende a tradurre il nome, impiegando il corrispettivo vero o presunto nella lingua replica (Marcato, 2012: 68). Nel caso, invece, di nomi di lingue molto distanti e poco familiari, si applica la sostituzione del nome attraverso la rimozione e l’assegnazione di un nuovo nome, evidentemente percepito come familiare.
È da notare che, nella maggior parte delle situazioni (98%), è lo stesso individuo non nativo a impiegare un nome integrato o a sostituire il proprio nome. Non è detto, però, che il processo sia frutto di una scelta volontaria e che sia percepito in maniera positiva dal parlante: i dati della ricerca dimostrano che in molti casi si tratta di una presa d’atto di un’abitudine (come dimostra la dichiarazione virgolettata del titolo di questo contributo), spesso vissuta dall’individuo con rassegnazione.
Il grafico 6 mostra la percezione del cambiamento nome proprio, elicitata attraverso il questionario, da parte degli informanti ed è possibile notare come gli individui con una L1 distante genealogicamente dall’italiano, per quanto concerne la parentela, vivano in maniera negativa il processo, soprattutto quando il nome viene sostituito. Nel caso di lingue con parentela stretta, invece, l’integrazione del nome proprio nel sistema linguistico della lingua seconda tende a essere percepito in maniera positiva.
La scelta del nome dei figli. La percezione del cambiamento del nome.

Estratti di valutazione del cambiamento provenienti dalle interviste.
Sulla base dei dati raccolti attraverso le interviste, si possono formulare alcune valutazioni di interesse per la linguistica educativa e per la glottodidattica.
Dal momento che il nome proprio trascina inevitabilmente con sé elementi identitari sia sul piano personale che su quello culturale, e che alcuni interventi frutto del contatto linguistico e della percezione delle altre lingue e culture da parte della comunità linguistica dominante comportano immancabilmente un senso di disagio per coloro che cambiano o sostituiscono il proprio nome, occorrerebbe ricorrere a strategie di sensibilizzazione linguistica e comunicativa, “favorendo […] una sorta di generale osmosi che accentua i processi di convergenza fra le lingue” (Fusco, 2008: 47), da parte della comunità ospitante.
Occorrerebbe, pertanto, intervenire nella formazione tanto del personale docente, che opera da anni in contesti di neoplurilinguismo (Marcato, 2012), quanto di coloro che operano in contesti di comunicazione pubblica e istituzionale (Fusco, 2011; Kramsch, 1993), favorendo una consapevolezza etnolinguistica che permetta di apprezzare e di valorizzare gli antroponimi differenti da quelli dell’italiano.
