Abstract
La scrittrice e giornalista Stefania Türr (1885–1940) è ricordata come una delle prime inviate di guerra italiane. Tuttavia, il lavoro di corrispondente di guerra costituisce soltanto una parte della sua carriera giornalistica e letteraria, di cui merita di essere approfondito anche un altro aspetto altrettanto fondamentale, ossia l’attivismo politico, che trova la sua migliore espressione sulle pagine della rivista La Madre Italiana da lei fondata nel 1916. Questo saggio vuole proporre un’analisi approfondita del modo in cui Stefania Türr dà forma al proprio progetto politico-editoriale, e illustrare come La Madre Italiana si sia evoluta in sintonia con il percorso politico-ideologico della sua fondatrice. La prima parte dell’articolo è dedicata alla ricostruzione editoriale della rivista nonché alla sua contestualizzazione storico-culturale. La seconda e la terza parte si concentrano sul progetto politico-editoriale della Türr, con particolare attenzione per la dimensione nazionalista e la questione dell’emancipazione femminile. Infine, l’articolo analizza il modo in cui il suo viaggio al fronte (1917) e l’impresa fiumana (1919–1920) hanno influenzato le convinzioni ideologiche della Türr e perciò anche la linea editoriale della rivista.
Keywords
Introduzione: Stefania Türr, La Madre Italiana [LMI] e la Grande guerra 2
Per la donna italiana, la Grande guerra fu un’esperienza paradossale. Da un lato, la Prima guerra mondiale fu uno dei conflitti più devastanti e traumatizzanti nella storia d’Italia; dall’altro lato comportò il crearsi di opportunità e permise alle donne di conquistare nuovi spazi di partecipazione alla vita pubblica e di valorizzare il loro ruolo di cittadine. Ciò vale indubbiamente anche per la giornalista e scrittrice Stefania Türr, per cui la Prima guerra mondiale marca l’inizio di un periodo particolarmente proficuo e ricco di soddisfazioni professionali nonché personali. Infatti, per la scrittrice il conflitto rappresenta un’opportunità che le permette non solo di portare avanti le sue idee politiche e convinzioni ideologiche, ma anche di vivere l’esperienza della guerra da vicino e di seguire le orme del padre, l’eroe garibaldino Stefano Türr, nella partecipazione attiva alla causa nazionale e nel sostegno alla lotta per la liberazione dei popoli oppressi.
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Sin da giovane, la formazione della scrittrice, che cresce in una famiglia fortemente impegnata dal punto di vista politico, è influenzata dal patriottismo nonché dallo spirito nazionalista e risorgimentale, come lei stessa racconta, per esempio, in uno scritto del 1928, in cui, riflettendo sulla propria infanzia, dice: A tre anni giuocavo alla guerra. Mi piacevano le bambole ben vestite, ma preferivo i soldatini di piombo, i cannoncini […]. A quattro anni mettevo in fila maschietti e bimbe, ed io in testa si marciava, naturalmente, contro l’Austria. (Türr, 1928: 13)
È difficile valutare fino a che punto questi ricordi siano veritieri, però sono indubbiamente molto significativi in termini di autorappresentazione. 4 Infatti, come vedremo più avanti, Stefania fa spesso appello alle sue origini nonché all’eredità della famiglia Türr (in particolare del padre) al fine di legittimare la propria fedeltà alla patria e la propria affidabilità come portavoce della nazione. Tanto è vero che, proprio perché è la “figlia di quel prodigioso soldato […] che fu amato dal Re Galantuomo, che fu il prediletto di Garibaldi”, la donna “che dall’eroe di Marsala attin[s]e gli slanci arditi della fede per le più fulgide cause, i palpiti d’amore per le imprese più alte, i fremiti della pietà sapiente per le gesta più sante” (LMI, 1916b: 12), viene rispettata e stimata dall’opinione pubblica. 5
Allo scoppio della Grande guerra, la Türr si dichiara subito interventista e si impegna nei propri scritti, soprattutto in quelli indirizzati a un pubblico femminile, a sostenere una guerra che ritiene giusta e necessaria. Per raggiungere questo scopo comincia a collaborare con diverse riviste, tra cui Assistenza Civile, e si dedica anche alla letteratura per l’infanzia, il che la porta alla pubblicazione del libro I soldati d’Italia. Racconti della guerra narrati ai fanciulli edita da Bemporad nel 1918.
Oggi però, Stefania Türr è nota soprattutto come una delle prime corrispondenti di guerra cui venne concesso di essere presente sul fronte orientale, dove giocò un ruolo pionieristico. Türr è infatti stata una delle primissime donne italiane ad ottenere il permesso di entrare nella zona di guerra, che Monica Venturini giustamente ha definito come un “luogo vietato” alle donne che vi “potevano comparire e dare il proprio contributo solo in veste di crocerossine, portatrici di cure e conforto, ma sempre un passo indietro, prima o dopo lo scontro” (2018: 282). Sull’importanza dell’esperienza al fronte, che è stata determinante sotto diversi aspetti, tornerò ancora a breve con riferimento al percorso personale e politico della scrittrice. Tuttavia, il lavoro di corrispondente di guerra costituisce soltanto una parte della carriera giornalistica e letteraria della Türr, di cui merita di essere approfondito anche un altro aspetto, altrettanto fondamentale, ossia l’attivismo politico. Sin dall’inizio della guerra, la Türr si dimostra consapevole del potere nonché della portata della stampa periodica, e quindi nel marzo 1916 fonda La Madre Italiana: Rivista mensile pro orfani della guerra che dirige fino al settembre 1919, quando la rivista cessa le pubblicazioni.
LMI nasce come organo ufficiale dell’Associazione delle madri italiane per la protezione degli orfani di guerra, un’organizzazione senza scopo di lucro fondata dalla stessa Türr sempre nel 1916. Come ha sostenuto di recente Monica Venturini, LMI segue per molti aspetti il modello di La Donna – rivista quindicinale illustrata (1905–1968), una delle riviste italiane più importanti del primo Novecento italiano, tanto che nel 1915 arriva a una tiratura media di 300.000 copie (2018: 270). 6 Nel numero inaugurale della rivista, Türr sottolinea che l’obiettivo principale di LMI è quello di diventare “un giornale che sia l’espressione dell’anima della donna italiana moderna e ne propugni le nobili aspirazioni, faccia conoscere quanto dalle donne si operi, e sia intima eccitatrice a nuove e più grandi cose” (LMI, 1916a: 5).
La rivista nasce dunque nello spirito di rinnovamento ed emancipazione che nel primo Novecento anima un gruppo sempre più ampio di donne che aspirano alla modernizzazione sociale, politica e giuridica del paese. In pochi mesi la Türr crea una rivista con una grande varietà contenutistica che attira un pubblico sempre più ampio di lettrici, tra cui anche la regina Margherita. 7 Inizialmente è Türr che firma quasi tutti gli articoli che appaiono sulla rivista, con l’eccezione della rubrica “Il pensiero di Jack La Bolina”, pseudonimo dietro il quale si cela Augusto Vittorio Vecchi. Man mano che la rivista acquisisce notorietà e credibilità, diverse scrittrici si uniscono al comitato di redazione e iniziano a pubblicare i loro articoli, tra queste Rina Cavallazzi, Teresa Labriola, Gina Marchesi e la contessa Elena Morozzo della Rocca Muzzati.
Convinta interventista e patriota, non è sorprendente che la Türr imprima una forte dimensione politica nonché propagandistica alla propria rivista. LMI prende apertamente posizione e contiene numerosi articoli di propaganda a favore della guerra in corso. Inoltre, la fondatrice della rivista esprime ripetutamente il proprio sostegno incondizionato al Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna, nonché al re Vittorio Emanuele III, rendendo loro omaggio per il valore militare e il senso di devozione nei confronti della patria. Ciò nonostante, sarebbe errato ridurre la politica editoriale de LMI alla mera dimensione propagandistica o filo istituzionale. Un tale approccio farebbe emergere un’immagine unilaterale e incompleta della rivista, all’interno della quale si individuano invece anche dinamiche politico-culturali più complesse, che emergono sin dal primo numero. Di conseguenza, in ciò che segue, questo saggio vuole proporre un’analisi approfondita del modo in cui Stefania Türr dà forma al proprio progetto politico-editoriale, e illustrare come LMI si sia evoluta in sintonia con il percorso politico-ideologico della sua fondatrice.
La Madre Italiana: un progetto di matrice nazionalista
LMI nasce come rivista di beneficenza, che si propone innanzitutto di soccorrere gli orfani di guerra, affinché non debbano essere distaccati dalla famiglia o dal paese natale. Ossia, attraverso i ricavi delle vendite la rivista realizza una raccolta fondi a sostegno delle madri vedove di guerra per evitare che siano costrette ad allontanare i figli per mancanza di risorse economiche. 8 In secondo luogo, LMI aspira alla costituzione di un’organizzazione femminile a livello nazionale che si dedichi da un lato alla protezione dell’istituto della famiglia, che costituisce un “santuario”, un luogo sicuro per i bambini che vi “trovano il naturale alimento della loro educazione”, e dall’altro lato alla tutela morale e materiale delle madri vedove di guerra, che non dovrebbero essere lasciate sole ad affrontare questa ardua prova (Türr, 1916e: 34).
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il titolo, LMI non è una rivista tradizionale dedicata alla donna rinchiusa tra le mura di casa a guardia del focolare domestico, anzi. Come vedremo più avanti, è una rivista progressista e al tempo stesso fortemente patriottica, che mira a far uscire le donne dai margini della società. Sin dal primo numero della rivista è infatti chiaro che la giornalista vuole spingere le donne italiane ad assumere un ruolo attivo nella vita pubblica e sviluppa di conseguenza un progetto socioculturale che si articola in diversi passaggi. Innanzitutto, Türr attraverso i suoi articoli cerca di convincere tutte le donne italiane a mettersi al servizio della patria, perché la guerra che si sta combattendo è una guerra che porterà al compimento del Risorgimento italiano. In questo modo, la caporedattrice si impegna a combattere uno degli stereotipi più radicati nella cultura patriarcale dell’epoca, ossia l’idea che la donna non sia in grado di capire il perché del conflitto e le ragioni storico-politiche che hanno spinto il Regno d’Italia a entrare in guerra al fianco della Francia e dell’Inghilterra. Infatti, Türr osserva che in Italia, una notevole parte della popolazione semplicemente non viene avvicinata alle idee interventiste, in particolar modo quella femminile: Guardate infatti quanti scrittori, uomini politici, pubblicisti, a mezzo dei giornali, di conferenze, […] si occupino perché in questi ceti del popolo sia tenuta alta l’idealità della nostra guerra e se ne spieghino le impellenti ragioni storiche, nazionali e geografiche che si hanno obbligato a dichiararla. Ma alle conferenze assistono gli uomini, […] e allora avviene che tutta la […] famiglia delle donne […] chiuse in casa per le faccende, o nei laboratori per il lavoro, della guerra non sentono altro che il dolore di vedere partire un loro caro, che l’affanno di saperlo esposto a disagi e pericoli.
Ora, nell’immensa famiglia femminile italiana, eccetto quella parte eletta per coltura, che certo non è piccola, si vive in una completa ignoranza della grandezza e nobiltà delle cause che ci hanno condotti alla guerra. […] Ecco un fatto del quale dobbiamo preoccuparci, ed ecco un fatto al quale dobbiamo riparare noi. (Türr, 1916d: 29–30)
A ciò si aggiunge, scrive Türr, che le idee propagate dalla campagna interventista circolano soprattutto nelle grandi città, ragione per cui anche in campagna molte donne brancolano nel buio sul perché della guerra: Se infatti noi consideriamo il numero dei soldati che hanno abbandonato le loro famiglie, dai più piccoli paeselli d’Italia, dalle piccole borgate, noi possiamo affermare che la maggior parte delle loro donne, non hanno veduto in quella partenza che una violenza da parte del Governo che toglieva loro l’uomo e l’inviava alla guerra. (Türr, 1916d: 30)
Al fine di riparare all’ignoranza delle donne, l’élite femminile italiana deve farsi carico di un duplice compito. Il primo è illuminare le menti delle donne “meno fortunate” per destare in loro sentimenti patriottici; il secondo è vegliare sull’educazione dei figli di queste donne e far sì che diventino dei buoni cittadini, cioè con un profondo amore per la patria e con una radicata coscienza nazionale. Su quest’ultimo aspetto tornerò ancora a breve, sin d’ora è però chiaro che Türr vuole spingere le proprie lettrici a svolgere una vera e propria missione educatrice e culturale in chiave nazionalistica.
Per raggiungere questo scopo, Türr fa appello alle donne che hanno già una forte coscienza nazionale, e che lei descrive come un popolo eletto e privilegiato, al quale spetta il compito di portare il discorso sulla guerra fuori dalla sfera maschile e diffonderlo, letteralmente, nei luoghi propri del mondo muliebre. Si vede qui come Türr metta la propria parola al servizio di quella rivoluzione politico-culturale a cui la guerra ha dato origine, ossia la politicizzazione delle masse. Questo processo guidato dalle nazioni belligeranti e orchestrato attraverso la propaganda istituzionale vede il supporto massiccio degli intellettuali e tra questi anche di autrici di chiara fede nazionalista, come Stefania Türr, appunto, di cui è chiara la consapevole adesione alla linea politico-culturale sviluppata dal governo e dagli interventisti che ne sostengono la politica.
A ciò si aggiunge che, come emerge dalla citazione sopra riportata, è possibile individuare evidenti analogie con il discorso che sviluppano interventisti come Gabriele d’Annunzio, cioè l’idea che sia l’élite culturale a dover guidare le masse verso il futuro. All’interno della rivista si vede, infatti, come, con il passare del tempo, Türr si distingua sempre di più dalla massa delle altre donne e assuma un vero e proprio ruolo di leadership: il ruolo della donna eletta che comunica l’alta parola della patria ad un gruppo di donne privilegiate – le cosiddette “vestali del sacro fuoco dell’amor di patria” – che a loro volta devono assumersi il compito di trasmettere il messaggio della patria a tutte le donne italiane (Türr, 1916b: 8). Per sottolineare ulteriormente l’importanza di questa missione, Türr ricorre spesso alla retorica di stampo risorgimentale, ma anche e soprattutto a quella di origine religiosa. E anche in questo si pone sulla stessa linea degli intellettuali interventisti alla d’Annunzio per cui l’associazione tra la retorica religiosa ed il discorso sulla guerra diventa una potente arma politico-propagandistica. Per esempio, in un articolo pubblicato nel numero di giugno del 1916, la scrittrice descrive la missione delle donne italiane come un’opera di “mistica bellezza” e di “sovrumana dedizione” e definisce il lavoro delle donne come un’opera di “carità fattiva” che deve essere “tutta dedizione” e “tutto sacrificio” (Türr, 1916h: 20). O ancora, ripetuta è l’associazione della missione femminile con la festa di Pentecoste, durante la quale si ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli sotto forma di lingue di fuoco. All’interno di tale metafora Stefania Türr rappresenta sé stessa nell’atto di ricevere il messaggio della Patria (lo Spirito Santo) per assumere poi il ruolo di sacerdotessa, di intermediaria tra la patria (il Cristo) e il suo gruppo di donne elette (gli apostoli). Non di rado, infatti, Türr si rappresenta come una vera leader, una maestra che è in grado di illuminare le menti delle sue discepole che a propria volta portano poi la parola della patria al resto della popolazione. A questo compito collettivo viene, dunque, conferito il carattere sacro, di “un apostolato”, e dell’apostolato l’azione delle donne “deve avere tutta la fiamma vivificatrice, tutto l’ardore, tutto l’entusiasmo” (Türr, 1916b: 12).
La leadership che Türr attribuisce a sé stessa viene anche riconosciuta dalle lettrici della rivista, nonché dalle sue colleghe scrittrici e attiviste. Nel 1918, per esempio, la rivista Attività Femminile Sociale pubblica un articolo firmato da Teresa Labriola intitolato “L’anima di Stefania Türr nell’opera di guerra” in cui Labriola descrive Türr come una “cosciente assertrice della guerra nazionale”, “elegante nel gesto e nell’eloquio” che “rappresenta il contatto con la immediata realtà delle cose, ma insieme la spiritualizzazione delle cose” (Labriola, 1918: 122–123). Inoltre, Labriola loda le virtù della Türr nonché le sue capacità intellettuali che le permettono di trasmettere al pubblico delle lettrici “la fede nell’Italia” (Labriola, 1918: 123). L’anno successivo, nel marzo 1919, appare su LMI un articolo di Camilla Bensi dal titolo “Oltre la linea d’armistizio” che si apre nel seguente modo: Le nostre lettrici che hanno seguito passo passo l’opera patriottica della Direttrice e animatrice di questa Rivista, hanno potuto apprezzare le doti preclari di questa donna dagli altissimi ideali, che al fervore di un cuore ardente del più puro patriottismo, accoppia una energia di volontà fattiva che molti uomini le potrebbero invidiare. […] E veramente Stefania Türr è una fibra eccezionale ed ha una personalità così straordinaria, che chiunque si trovi in relazione con lei, è costretto a subire quel fascino di superiorità che emana dalle sue parole, dai suoi atti e riconoscerla come donna eletta. Stefania Türr in una parola, è stata dominatrice. (Bensi, 1919: 100)
L’aspetto che Bensi sottolinea, ossia la superiore caratura di Türr anche rispetto agli uomini, si rispecchia, in effetti, nella volontà espressa dalla stessa Türr di dimostrare la propria tempra nel confronto con gli uomini. Questa volontà è fortemente intrecciata con la convinzione che tutte le donne sono esseri superiori, dotati di qualità e virtù eccezionali, come vedremo più in dettaglio nel prossimo paragrafo.
Stefania Türr e la questione dell’emancipazione femminile
Sotto l’impulso di Türr, sin dal primo numero della rivista, LMI propone un’immagine ben precisa della donna italiana che mira a sovvertire alcuni stereotipi persistenti nella società italiana del primo Novecento. Uno di questi stereotipi è quello della donna pacifista, ossia l’idea che la donna non possa sostenere la guerra perché “nata per la vita”, motivo per cui “si astiene per lo più e normalmente dal portare le armi e dall’uccidere carnalmente il nemico affrontato con odio carnale [perché ciò] non è ufficio femminile” (Labriola, 1917a: 26). Secondo le redattrici de LMI, nel caso specifico le parole sono di Teresa Labriola, tale assunto è una generalizzazione errata poiché: La donna non è sempre pacifista, come alcuni sostengono, ed anzi essa sa intendere appieno la guerra, questo fatto atrocissimo che pare indispensabile nel ritmo eterno della storia, formata come è per elementi contrastanti. […] Avere potente e gagliardo il sentimento della vita, non significa già schierarsi sempre coi nemici della patria, ignari del significato profondo della storia, schierarsi sempre e necessariamente con essi, rinserrandosi dietro ai cancelli della utopia. No, ben altro significa.
Infatti, la guerra è contrasto tra vita e morte, e non è morte soltanto, come pensano i suoi avversari. Questo trionfo sente la donna, cosicché, pure restando donna, cioè nemica della morte, essa può aderire con cuore sincero alla guerra e partecipare ad essa con lo spirito dapprima con opere civili dipoi, come se facesse parte attiva del governo politico della città. (Labriola, 1917a: 26-27)
Oltre a contestare l’immagine stereotipata della donna pacifista, che si oppone istintivamente a ogni forma di violenza, Labriola allude anche alla possibilità di “operare” che la guerra offre alla donna. La guerra porta, infatti, ad un’evoluzione socioculturale, perché comporta che le donne sopperiscano alla mancanza di uomini nella vita quotidiana e si ritrovino nel ruolo di postine, tramviere, operaie, portatrici carniche e altro. Allo stesso tempo, però, e ciò è anche di maggiore impatto sulla comunità femminile, lo sforzo bellico permette alle donne di conquistare nuovi spazi di partecipazione alla vita civile, e di ottenere riconoscimento pubblico per questa loro azione: L’opera del Comitato delle Signore di cui ella [Türr] è nobile ispiratrice sarà utilissima, perché […] abbattute le mura del gineceo ed infrante le catene della servitù femminea che ne costringeva l’esistenza affannosa, s’inebriano alla voce della società nuova soccorso e profilassi invoca contro il dolore e coopera, con insperata efficacia in una comune riparatrice azione! (LMI, 1916c: 8–9)
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Nel momento in cui l’azione femminile che si esprime a livello civile viene promossa e riconosciuta, viene contestato anche un altro stereotipo persistente nella cultura patriarcale, ossia quello della donna fragile che è in grado solo di occuparsi della casa e dei figli. Per tale ragione molte donne si sentono in grado di assumere, spesso per la prima volta, delle responsabilità al di fuori della sfera domestica, il che porta a una maggiore consapevolezza delle proprie capacità nonché del proprio valore. Inoltre, Teresa Labriola punta l’attenzione sul fatto che, grazie alla guerra, non solo la donna, ma anche la madre – per la quale il passaggio dalla sfera domestica a quella pubblica è una sfida ancora più difficile – “si eleva, forte e fiera”, e scopre “l’esistenza della “vita vera”” (Labriola, 1917a: 28). Labriola, così come le altre collaboratrici di LMI, si sofferma regolarmente sulle attività e sui ruoli professionali che in tempi di guerra vengono ricoperti per la prima volta da donne, come nel seguente passo tratto dall’articolo intitolato “Un nuovo compito per la donna italiana”: Così l’Italia ha potuto vedere, con legittimo orgoglio, le figlie sue di ogni ceto e di classe […] sostituirsi agli uomini chiamati alle armi, nelle opere e nei lavori dell’industria, del commercio, dell’agricoltura. Ha potuto vederle – e di queste forse ha, più di altre, ragione di essere fiera – madri e moglie trovare in sé stesse risorse inesauribili di coraggio e di energia, per sostituirsi al marito, al padre nella tutela economica e sociale della famigliuola, vincendo le penosissime e sfibranti battaglie quotidiane, nel duplice intento di assicurare il pane ai figli, ai fratelli e la tranquillità d’animo al caro assente. (LMI, 1917: 33–34)
Uno degli aspetti chiave di questi articoli è che emerge il forte desiderio delle donne di affermarsi nel mondo del lavoro nonché nella vita pubblica in senso lato e ciò va di pari passo con il desiderio di ottenere il riconoscimento pubblico e politico del valore sociale nonché civile del ruolo femminile. A tal proposito è essenziale sottolineare che Türr e le sue collaboratrici considerano la maternità come il ruolo primario della donna italiana moderna. Infatti, nonostante la contestazione di altri stereotipi, il ruolo materno viene posto in primo piano e viene sempre considerato come parte integrante della vita femminile. Tra le varie missioni materne da compiere, c’è anche quella della difesa dei bambini, in particolare degli orfani, il cui benessere deve sempre essere la priorità assoluta. Quest’idea ci riporta a uno dei principi fondanti che ispirano LMI, cioè l’idea che in nessuna circostanza l’orfano di guerra può essere distaccato dalla famiglia o dal paese natale perché, come sostiene Türr nel numero programmatico della rivista, “il migliore sistema di educazione […] è quello della famiglia” (Türr, 1916f: 25), poiché questa costituisce il primo contesto di educazione ai valori della patria: Noi vogliamo che l’orfano di guerra non sia distaccato da quella terra che egli sa che fu fecondata dai sudori del padre suo, vogliamo che impari ad amare quelle zolle sulle quali tante volte si curvò […] che senta tutta la poesia di quei campi ove il padre suo lavorò. Vogliamo che si affezioni al suo paesello perché ivi nacque e ivi visse […] Vogliamo che impari ad amare i suoi compaesani; quelli che furono compagni del padre suo […] gliene narreranno la povera vita, l’onesta operosità, la gloriosa morte. (Türr, 1916c: 19)
Türr nei suoi articoli sottolinea a più riprese che la memoria del padre caduto in guerra va consacrata e che ogni cittadino italiano, uomo o donna, ha l’obbligo di contribuire al meglio a questo culto. In questo Türr si inserisce in un trend europeo e aderisce all’ideologia del sacrificio patriottico, che costituisce un elemento chiave dei nazionalismi europei del periodo e implica gratitudine e rispetto da parte di tutta la nazione per i combattenti deceduti (Janz, 2018: 377). In questo senso i caduti hanno diritto all’immortalità nella “collective memory of the nation and future generations, for whom they are to serve as role models” (Janz, 2018: 377). Soprattutto quest’ultimo aspetto è particolarmente importante per la rivista, che chiede esplicitamente alle donne italiane di suscitare “sentimenti di imitazione” negli orfani di guerra e di incoraggiarli a seguire l’esempio del padre (Türr, 1916f: 19).
Tuttavia, quando Stefania Türr scrive che la memoria “dei fulgidi eroi nostri, di quegli eroi che hanno avuto squarciato il petto alla mitraglia a difesa nostra” va consacrata, conferisce un’ulteriore dimensione al culto dei caduti proprio attribuendo un ruolo fondamentale alla donna o, meglio ancora, alla madre (Türr, 1916i: 2). Infatti, alle madri italiane spetta il compito di “ricordare [alle generazioni future] il padre, mantenere in quei cuoricini la sua memoria, risvegliarne il culto, educarne il cuore agli ideali per cui il padre diede la vita” (Türr, 1916e: 36). Secondo Türr, è un compito cruciale che può essere svolto soltanto dalle madri, perché sono le uniche che possono farsi carico della “più grande missione […] nel mondo: educare i propri figli e farli cittadini della grande nazione” (Türr, 1916f: 27). In altre parole, Stefania Türr mette la madre al centro della costruzione della società italiana poiché è la madre a mettere le basi del sentire condiviso e dei valori comuni che devono ispirare la vita e le opere dei cittadini.
C’è poi da rilevare anche un altro aspetto su cui la giornalista punta l’attenzione, ossia il fatto che gli uomini vanno sostituiti non solo sui posti di lavoro, ma anche – forse per sempre – all’interno della famiglia. Colpisce che la Türr non spinge le sue lettrici a rimaritarsi o a cercare la protezione di un’altra figura maschile dopo aver perso il marito in guerra, anzi, le incoraggia a prendere in mano il proprio destino e a colmare in prima persona il vuoto lasciato dal marito. Ciò perché Türr considera la madre un essere dotato di capacità superiori e distintive, la maternità appunto, che per questo viene posta alla base del sistema valoriale femminile e della rivendicazione della sua agentività sociale. È proprio qui si conciliano due aspetti fondamentali e apparentemente contradittori di LMI: uno fortemente conservatore, ossia l’idea che la maternità va sempre messa in primo piano, e uno progressista, ossia il focus sull’agentività della donna nonché la lotta agli stereotipi di genere. In altre parole, nell’ideologia di Stefania Türr, la maternità viene considerata come un privilegio connaturato solo alla donna che diventa un modo per legittimare e consolidare la posizione della donna nella vita pubblica perché, come sostiene la giornalista, “noi madri abbiamo il diritto di parlare perché a noi è stato affidato il grande mandato” (Türr, 1916f: 27). In questo senso la Grande guerra diventa un’opportunità per l’emancipazione femminile poiché consente di porre le basi per un diverso futuro a partire dalla ridefinizione del valore sociale e della percezione del ruolo materno che esce dalla sfera solo familiare ed entra in quella civile e sociale della nazione. Nel momento in cui la maternità pone la donna al centro della società, le donne diventano protagoniste della storia collettiva e quindi non devono né relegare sé stesse né essere relegate a una posizione subordinata.
In passato, sostiene Türr, la donna è stata in grado di allevare generazioni di uomini coraggiosi che hanno combattuto per la libertà dell’Italia. Ora, le lettrici della rivista – e, per estensione, tutte le donne italiane – devono acquisire consapevolezza della loro responsabilità verso le generazioni future. Il ruolo materno non è acquisito con la guerra, ma la riflessione sulla guerra e sul ruolo della donna nella nazione in guerra consente di acquisire una nuova consapevolezza della funzione collettiva (se si vuole anche pubblica) del ruolo materno. Proprio poiché la famiglia viene considerata l’istituzione elementare della società, la “cellula santa e organica della vita italiana”, il suo “elemento morale più intatto”, la maternità intesa come funzione educatrice ai valori nazionali che si esprime dentro all’istituzione della famiglia è la chiave di volta che permette a LMI di portare un’istanza femminista nel discorso nazionalista (Türr, 1916j: 3).
Le esigenze del periodo storico, quindi, dimostrano che la presenza della donna italiana moderna va estesa oltre il contesto famigliare e va ampliata in base ai bisogni della società. Ciò implica, tra l’altro, che la donna deve avere il diritto di cercare un lavoro al di fuori della sfera domestica e di partecipare alla vita politica. Il femminismo così propugnato dalla rivista non è un femminismo elitario, anzi: ogni donna italiana deve avere la possibilità di aderire alla rivoluzione socioculturale e politica proposta. Elitaria è la leadership, come detto sopra, ma non la portata complessiva del discorso di Türr e della rivista. Anche questa dimensione collettiva (di massa) viene collegata al concetto di maternità, perché la maternità è ciò che in primo luogo unisce le donne dal punto di vista dell’esperienza esistenziale. Le redattrici de LMI sottolineano a più riprese che si rivolgono a tutte le donne italiane, indipendentemente dal livello d’istruzione o dalla classe sociale e, nel loro indirizzarsi a questa collettività, donna e madre diventano sinonimi, poiché al di là delle divisioni socioeconomiche LMI identifica un’ulteriore “classe” all’interno della società nazionale, una classe cui appartengono per nascita unicamente le donne e all’interno della quale le donne devono esprimere la propria consapevolezza sociale e politica.
In questo contesto si sviluppa una forma di consociativismo femminile poiché, per portare a buon fine il progetto dell’emancipazione nazional-femminista, è necessario che tutte le donne si sentano coinvolte. Anche in questo caso Türr e sodali si trovano ad aprire una strada ancora tutta da tracciare perché l’identità della donna italiana, come riflessione condivisa e come coscienza di gruppo è ancora tutta da definire dall’interno della comunità femminile. Ragione per cui Türr sceglie, come collante della comunità ideale alla quale la rivista si vuole rivolgere e che sta al tempo stesso creando, il privilegio che unisce tale comunità: l’essere (o la possibilità di diventare) madri. Quest’idea costituisce il filo rosso che collega il solidarismo femminile e che attraversa gli scritti che compaiono sulle pagine di LMI, che nell’editoriale del giugno 1916 lancia un esplicito appello alle donne italiane a tradurre in pratica il programma delle madri per le madri di contro alla sfiducia degli uomini: Or su dunque, madri italiane, bisogna muoversi, bisogna mostrarsi pronte a mettere in esecuzione il nostro divisamento. I non amici uomini ci guardano […] ci attendono alla prova, quasi pensando che non riusciremo a tradurre in atto tanta vasta opera. […] L’appello si rivolge alle madri italiane per venire in aiuto delle povere vedove e dei loro bimbi, deve trovare tutti i cuori pronti ai nobili sacrifici e tutte le menti pronte all’azione. (Türr, 1916g: 4) La vita si rinnova […] al passato non si torna; lo spirito medioevale è superato in modo definitivo. Capaci di intenderlo […] compenetrati della consapevolezza della novità dello spirito moderno, noi non possiam restare negli schemi delle dottrine del passato. […] La donna partecipa alla Ascensione umana. Esse stavano nei giardini ben riparati ad intrecciare rose celesti nell’umile trama della vita. Così dicevano. Era errore. Alla soglia di un’epoca ci troviamo. Più daremo […] noi stesse a questa età novella, e più essa sarà nostra. (Labriola, 1917b: 12–13)
Colpisce che Teresa Labriola adotta la stessa strategia retorica di Stefania Türr e ricorre a metafore cristiane al fine di rafforzare il suo discorso politico. Evocando l’immagine evangelica dell’Ascensione di Cristo al cielo, 40 giorni dopo la sua risurrezione, la giornalista crea un parallelo con l’elevazione civile e politica della donna, la quale “risorge a nuova vita”, letteralmente e figuratamente, salendo nuovi gradini nella società italiana. Così facendo, come dice anche Türr nel passaggio citato qui sopra, le donne compiono un importante passo in avanti che gli uomini, fino ad allora, ritenevano impossibile.
Il viaggio al fronte: un punto di svolta personale e politico
Come ho già brevemente accennato, Stefania Türr è una delle prime inviate di guerra italiane che si reca sul fronte orientale aprendo così la strada a un nuovo modo di concepire il giornalismo poiché, come osserva Chris Dubbs, la novità della figura dell’inviata di guerra “required a mental adjustment to the way one thought about war reporting, women journalists, and indeed women” (Dubbs, 2020: XV). Prima dello scoppio della guerra, il giornalismo femminile spesso si limita – volontariamente o meno – a trattare temi tradizionalmente femminili, come la moda, la vita domestica o l’educazione dei figli. La corrispondenza dal fronte implica un notevole cambiamento nella percezione del giornalismo femminile da parte del pubblico e dei media, perché per la prima volta viene dato la possibilità alla donna di entrare in un mondo e di esprimersi su un argomento tipicamente maschili.
Le giornaliste italiane che partono per il fronte in veste di corrispondenti sono poche, (Freschi, 2013: 64) poiché le richieste delle giornaliste di avvicinarsi alle prime linee vengono generalmente respinte dal governo. 10 Türr fa eccezione perché, essendo figlia di un eroe risorgimentale, offre all’establishment politico sufficienti garanzie di allineamento rispetto alla linea della propaganda istituzionale. Le viene quindi accordato il permesso di entrare nella zona di guerra e di scrivere dal fronte e nel giugno 1917 parte accompagnata da Rina Cavallazzi, la segretaria di LMI. La rielaborazione di questa esperienza, durata due settimane, porta successivamente alla pubblicazione del volume Alle trincee d’Italia: note di guerra di una donna, che viene pubblicato dopo solo pochi mesi, nel dicembre 1917.
Oltre a questo volume, che consiste nella ricostruzione dettagliata del viaggio lungo il fronte italiano, corredata da numerose illustrazioni fotografiche, Türr pubblica articoli in cui va al di là dell’intento direttamente informativo per riflettere in modo approfondito sulle motivazioni stesse che l’hanno spinta a chiedere il permesso di visitare la zona di guerra: Ogni volta che il mio pensiero si volgeva ai nostri cari soldati, mi si stringeva il cuore per i loro patimenti così tanto gravi nel crudo inverno, che nell’estate affocato e durante la loro eroica impresa, e sentivo quanto sarebbe stato necessario portare loro una parola di incoraggiamento e di conforto che fosse come il saluto di tutte le donne d’Italia, e precisamente delle loro madri, delle loro spose, delle loro sorelle.
E così, da tal pensiero fatta ardita, ho chiesto di poter visitare quei luoghi che sono stati fatti santi per noi da tanto sangue generoso sparsovi, da tanti atti di valore compiuti, di tanti patimenti sofferti con così solenne abnegazione.
Ed il desiderato permesso mi fu concesso, e siano rese grazie agli illustri capi che, con tanta squisita cortesia, concessero ad una donna, certo non debole, ma infiammata del più sacro amore, di recarsi quasi pellegrina alle soglie di quel gran campo ove palpita la vita degli eroi italiani. (Türr, 1917: 5)
Da questo passaggio emergono alcuni elementi particolarmente interessanti. In primo luogo, si vede come Türr, esplicitando il proprio ruolo di leader della popolazione femminile, si presenta come soggetto eletto fra le donne italiane, in quanto ha accesso a un lungo precluso all’esperienza della donna: “avevamo l’anima compresa di quel giusto orgasmo che ci dava il pensiero di dovere in breve vedere quello che mai forse occhio di donna vide” (LMI, luglio 1917: 6). In secondo luogo, Türr si fa portavoce della popolazione femminile in quanto si incarica di portare un messaggio di speranza e sostegno agli uomini che da oltre due anni stanno combattendo per l’Italia. Così facendo, Türr mostra con il proprio esempio come mettere in pratica uno degli obiettivi del programma di LMI, ossia tenere alto il morale nazionale sul fronte interno, ma anche e soprattutto sul campo di battaglia.
Allo stesso tempo, tuttavia, la visita alla zona di guerra rende la giornalista ancora più consapevole dei limiti derivanti dall’essere donna. Infatti, le è stato concesso il permesso di andare al fronte in veste di corrispondente di guerra, ma non avrebbe mai potuto partire come soldato. Da questo punto di vista, per la Türr, l’esperienza al fronte rappresenta un vero e proprio punto di svolta nella riflessione politica e, come sostiene Nunzia Soglia, “l’esperienza di inviata al fronte [la] cambia sensibilmente e la avvicina ancora di più alle donne e alle loro battaglie emancipazioniste” (Soglia, 2015: 26). Al ritorno dal fronte, infatti, LMI assume un tono più marcatamente progressista nonché femminista e vede la Türr in prima linea nell’affermare “l’impossibilità di escludere la componente femminile dalla vita politica attiva”, un’evoluzione, questa, che è destinata a svilupparsi ulteriormente nel dopoguerra (Soglia, 2015: 26).
Il primo dopoguerra: dalla “vittoria mutilata” a Fiume
L’immediato dopoguerra comporta nuove sfide per la redazione di una rivista nata per, e quasi integralmente dedicata al conflitto e alle sue ripercussioni. Dopo la vittoria diventa presto evidente che la guerra non può più essere il tema portante della linea editoriale del mensile. Di conseguenza, Türr adotta una diversa linea e dà nuovo slancio alla rivista adattandola al clima post-bellico.
La scelta di sviluppare una nuova linea deriva anche e soprattutto dall’impulso verso un più convinto ed esplicito femminismo, conseguente all’esperienza al fronte di cui al capitolo precedente. L’esperienza porta Türr alla convinzione che, in caso di vittoria, le donne avrebbero ottenuto più diritti civili e giuridici, indipendenza economica, stipendi uguali agli uomini e, forse, il diritto di voto. Alla fine della guerra però, il contributo femminile allo sforzo bellico non ottiene il riconoscimento né la ricompensa sperati, motivo per cui la scrittrice rimane profondamente delusa dal governo, nonché dal mondo politico nazionale in senso lato. A ciò si aggiunge che il sentimento di delusione legato alla questione femminile, è esacerbato dai risultati degli accordi di pace, che, secondo Türr e molti altri italiani, hanno “mutilato la vittoria”.
Con il passare dei mesi Türr, nuovamente seguendo le orme dannunziane, prende posizioni radicali e abbraccia la causa fiumana, motivo per cui anche l’attenzione della rivista si sposta sul destino della città di Fiume e sulla necessità di annetterla al Regno d’Italia. Nei suoi articoli, Türr non esita a esprimere apertamente il proprio sostegno alla popolazione italiana di Fiume, e ritiene proprio compito (e dovere) informare il pubblico delle lettrici sull’importanza della questione: È necessario che il popolo italiano conosca in tutti i particolari ciò che sta avvenendo in quella città, che ne comprende tutta la grandezza del significato, affinché impari ad amare ancor più questi eroici cittadini e li stimi per quanto essi meritano di essere stimati. (Türr, 1919b: 59)
A questo punto la Türr muove la propria azione e perciò anche LMI in due direzioni: una contingente e specifica, ossia convincere tutte le donne italiane a sostenere la causa dell’annessione fiumana, una più ampia e complessiva, ossia spingere la popolazione femminile a continuare la lotta per i diritti delle donne. La nuova strategia editoriale della rivista si articola in modi diversi. Innanzitutto vengono inaugurate due nuove rubriche: “Questioni femminili”, dedicata all’analisi della condizione femminile nonché alla denuncia della disparità tra sessi, e “Palpiti nuovi”, in cui Türr spiega l’importanza e la portata storica del problema fiumano. La linea progressista che era già presente – sebbene in modo meno esplicito – diventa quindi più netta e la doppia delusione derivante dall’esito della guerra e dalla negazione dei diritti sperati spinge Türr e le sue collaboratrici ad adottare un tono più deciso e più esplicitamente emancipazionista. Nel febbraio 1919 per esempio, nella rubrica “Questioni femminili”, Türr dichiara apertamente che “la donna italiana chiede […] il completo riconoscimento dei suoi diritti come individuo libero e come cittadino fattivo”, (Türr, 1919a: 50) una dichiarazione di chiara fede emancipazionista che alza nettamente i toni rispetto alle pagine del periodo bellico: Ma davvero questi grandi uomini, che tante volte ci hanno fatto compassione per la grande, immensa miseria intellettuale, possono sul serio rimproverare a noi tali difetti, quando noi li osserviamo tutti, ed anche maggiori, in essi? Oggi, dunque, siamo ancora spettatrici, ma non vogliamo esserlo più; questo bisogna che tutte dichiariamo, perché solo per la unanime e continua affermazione delle nostre aspirazioni politiche, noi potremo raggiungere i nostri scopi. (Türr, 1918: 469–470)
Nell’immediato dopoguerra il volano alla polemica anti-maschile della Türr è messo in moto dalle trattative di pace, il cui esito, deludente ai suoi occhi, dimostra che gli uomini sono incapaci di guidare la nazione in modo efficace; da qui a sostenere che le donne italiane potrebbero fornire una soluzione migliore ai problemi nazionali, se avessero più diritti politici, è breve. All’interno di questo discorso la patria diventa il luogo nonché la motivazione che spinge a rivendicare l’uguaglianza di genere, poiché il futuro e il benessere dell’Italia devono passare nelle mani della popolazione femminile.
Se c’è un elemento di assoluta continuità nella linea della rivista questo è indubbiamente la fede patriottica e nazionalista che si colora di un ancora più marcato populismo: “Il popolo italiano ha saputo compiere sacrifici quali mai nessuno avrebbe immaginato, i nostri soldati si sono mostrati di un valore quale i nostri nemici non avrebbero mai pensato” (Türr, 1919c: 119). Questo popolo ha diritto ad agire in prima persona, a determinare il proprio destino, e l’autodeterminazione del popolo italiano deve cominciare proprio da Fiume, nella quale, nel frattempo occupata militarmente dalle truppe guidate da Gabriele d’Annunzio, “si è compiuto il più grande avvenimento della storia italiana moderna e si è compiuto per volere di quei soldati, che si sono mostrati più grandi politici di tutta la diplomazia” (Türr, 1919d: 348). 11
Fiume rappresenta non solo il luogo dove si svolge uno degli episodi più importanti della storia italiana, ma è anche la città dove si congiungono idealmente la causa del nazionalismo italiano e le rivendicazioni femministe, e infatti è proprio nella città retta da d’Annunzio che, per la prima volta nella storia europea, verrà scritta una carta costituzionale in cui donne e uomini godono di pari diritti. 12
La rivista, tuttavia, non segue questa evoluzione della vicenda fiumana poiché, alla fine di settembre del 1919, solo due settimane dopo l’inizio dell’occupazione militare di Fiume, viene pubblicato l’ultimo numero di LMI. La chiusura della rivista non rappresenta la fine delle aspirazioni politiche di Türr che, dopo la fine dell’impresa fiumana vedrà in Mussolini la nuova speranza nazionale e nel 1925 diventerà membro dell’ONMI, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, un’associazione volta alla protezione dei bambini e delle madri che presenta molte analogie con la “sua” Associazione delle madri italiane per la protezione degli orfani di guerra (Perugi, 2020). Durante il regime fascista, tuttavia, si esaurisce l’impegno sociale e politico della Türr o non ne rimangono tracce evidenti, per ragioni che non sono ancora chiare. Tra il 1926 e il 1931 Türr pubblica ancora quattro opere, tra cui la biografia del padre (L'opera di Stefano Türr nel risorgimento italiano (1849–1870) – descritta dalla figlia), pubblicata da Tipografia Fascista nel 1928. 13 Fino ad oggi, però, poco è noto sui suoi ultimi anni di vita, una lacuna, questa, che offre indubbiamente uno spunto per ulteriori ricerche.
