Abstract
La nota individua la fonte, fino ad ora sconosciuta, di un capitolo del De pulchro di Agostino Nifo (c.1469–c.1546) nell’Officina di Ravisio Testore. È un catalogo di “donne bellissime” che ha una funzione esemplificativa della tesi principale del trattato filosofico sul bello.
Quanti hanno letto il De pulchro (1530) di Agostino Nifo – pensatore poco frequentato dal Cinquecento in poi 1 – rimane colpito dal ritratto di Giovanna d’Aragona, sua protettrice. Ne furono sorpresi Benedetto Croce (1953) e pochi altri, 2 perché non è un ritratto convenzionale. Segue, sì, lo schema reso canonico dai maestri delle poetriae medievali, ciò descrivendo la figura dai capelli fino ai piedi, ma ha un realismo e una sensualità che quei maestri ignoravano e forse ritenevano addirittura sconvenienti. Bastano alcuni tratti – come la descrizione del petto: “pectore amplo planoque ubi os nullum cernitur, in quo mamillae rotundae decenti mensura correspondentes suavissimo fragrantes odore persicis pomis persimiles redolent”, oppure quella della parte inferiore del ventre “ventre sub pectore decenti, et latere cui secretiora correspondeant; amplis et perrotundis coxendicibus” (Nifo, 2003: 15–19) 3 – per non sentire il bisogno di sottolineare la differenza dalla tradizionale descriptio puellae. È un ritratto encomiastico? Certamente, è anche questo. Ma ricordiamo che appare in un’opera “filosofica”, cioè costruita in termini di logica e tenuta al livello razionale e astratto, e pertanto non può essere soltanto un encomio perché in tal caso sarebbe fuori luogo. Infatti, quel ritratto balza quasi all’improvviso nel quinto capitolo del trattato, dopo che nei capitoli precedenti Nifo ha passato in rassegna i pensatori che negano l’esistenza del bello. Contro quei dinieghi ecco ora una “vera” o “reale” bellezza che dà lo spunto e la base della tesi da provare, e nel frattempo viene annunciata esplicitamente nel titolo del capitolo: “Quod simpliciter pulchrum sit in rerum natura ex illustriss. Ioannae pulchritudine hic probatur”. È quindi un ritratto con una forte carica polemica e teorica: Nifo, di formazione padovana e aristotelica e perfino nella variante averroista, nel De pulchro intende demolire la nozione del “bello trascendentale” difeso in quei giorni dalla scuola neoplatonizzante che fioriva sotto l’egida autorevolissima di Marsilio Ficino. Il ritratto “fisico”, per così dire, imposta il problema e la soluzione teorica: la bellezza esiste nelle cose e non nell’iperuranio, nell’“idea del bello” e ha una realtà verificabile con i sensi. È importantissimo, infatti, ricordare che Nifo dà ai sensi un’importanza che i ficiniani avevano svalutato: questi, tra l’altro, ritenevano nobili solo i sensi “incorporali”, la vista e l’udito, mentre Nifo ritiene che gli altri non lo siano di meno perché non sono ignobili o “bestiali”, per usare la terminologia ficiniana, perché sono umani e sono tutti fondamentali nella nascita e nello sviluppo dell’amore erotico. Nel ritratto di Giovanna, l’autore parla del suo alito e della carnosità della bocca, nonché della sua pelle sensuale proprio per sottolineare la funzione di quei sensi i cui organi sono vicinissimi o addirittura in contatto con l’oggetto che amano. In questo Nifo si rifaceva al De natura de amore (1525) dell’amico e quasi conterraneo Mario Equicola, ma il più dipendeva dalla sua formazione aristotelica, e comunque Equicola è alquanto diverso da Nifo, perché non ha un’inquadratura filosofica come quella di Nifo. E non c’è dubbio che le tesi del “sessano” (Nifo era nativo di Sessa Aurunca) abbiano originato una rivoluzione nella storia delle teorie rinascimentali sull’amore. 4
Il resto del trattato – peraltro alquanto breve, ma lucido e impeccabile nella costruzione – sviluppa le tesi sul bello, su ciò che lo costituisce e su come lo si percepisce. Non è assunto nostro rivedere questi argomenti, tuttavia li possiamo riassumere con molta approssimazione dicendo che il bello non è un’idea la cui reminiscenza eleva la nostra anima a Dio, ma esso ha una fenomenologia esclusivamente terrena e umana, sensuale e soprattutto molto varia, fino al punto che la bellezza potrebbe sembrare un valore soggetto alle variabili del relativismo. Naturalmente Nifo parla dell’amore erotico, dell’amore fra esseri umani e non dell’amore per altri valori. D’altronde le discussioni sull’amore vertevano quasi esclusivamente su questo tipo di amore erotico, anche perché l’argomento poteva costituire un notevole rischio morale e per questo fu un discorso sempre tenuto nella sfera dell’etica e non si sviluppò mai in senso “estetico”. 5
Quest’ultimo punto ci porta al nostro argomento principale, cioè alla rassegna di bellezze muliebri celebrate nell’antichità. I capitoli LVII–LXXI, ovvero la sezione finale del De pulchro, sono dedicati a exempla di varie forme di bellezza, fisica e morale, di uomini e di donne. Nifo normalmente li raggruppa in categorie (p.es. donne belle, donne pudiche, donne castissime, ecc.). È facile capirne la funzione: l’avvio del trattato è costituito da una figura concreta di donna, ed è quindi giusto ricordarne altre proprio perché la varietà conferma la natura relativa del bello, relativa non nel senso che possa essere o non essere, ma nel senso che il modo di percepirlo e di esserlo ha la grande varietà che la “idea” ficiniana del bello esclude perentoriamente. Ora a noi interessa in particolare il capitolo settantesimo dedicato a ricordare bellissime donne antiche. Premettiamo che l’antichità dei dati che vi troveremo può essere dovuta a una circostanza storica: l’antichità contiene innumerevoli presenze di donne pulcherrimae solo perché gli autori che le ricordano hanno molta libertà di farlo, mentre il mondo cristiano, e quindi moderno, è molto più restio a parlare con entusiasmo della bellezza fisica. Potremmo anche pensare che la componente antica presenti una forza esemplare maggiore. Notevole, proprio per questo, il fatto che il capitolo si chiuda con due esempi di donne moderne, Giovanna d’Aragona e Vittoria Colonna, entrambe assenti nella fonte che indicheremo, ed entrambe modello di bellezza esimia e conferma che il bello appartiene a tutti i tempi. Comunque non si deve dimenticare un fatto importante che capiamo meglio pensando a Ficino e a Equicola. Ficino illustra i suoi argomenti ricorrendo alle favole e ai miti, in linea con la tradizione platonica; Equicola invece ricorre con particolare frequenza ai poeti, non solo perché sono quasi per antonomasia i cantori dell’amore e di donne amate e bellissime, ma il De natura de amore intende essere anche una sorta di poetica per i poeti d’amore. Nifo a sua volta diffida dell’uso delle favole in un discorso filosofico, rimanendo anche in questo fedele ad Aristotele, il quale proprio all’inizio della Metafisica (I, 2, 982b11–27) considerava i miti come forme primitive di filosofia; né era molto propenso a ricorrere ai poeti. Nel De pulchro il ricorso dei miti è inesistente e le citazioni di poeti sono rare. Ma Nifo sapeva anche che esiste anche una branca del sapere che è la retorica, e questa si allea bene con la filosofia per il valore “esemplare” che può apportare. La sezione finale degli exempla ha questa funzione, e non è un caso che quasi alla fine del capitolo che riporteremo si menzioni ancora la bellezza di Giovanna d’Aragona, quasi a chiudere il circolo e a spiegare in modo indiretto il significato e la funzione del ritratto posto all’inizio del trattato.
Il capitolo che ci interessa ha creato qualche difficoltà per Boulègue, la quale ha pensato a una varietà di fonti o magari anche a una fonte generica per spiegarsi l’impressionante quantità e rarità degli esempi: “Les examples ici presentés ont pour sources principales, semble-t-il, Valère Maxime et Hygin, mais aussi probablemente des souvenirs mythologiques et des traités plus récentes comme le De claris mulieribus de Boccace par example” (Nifo, 2003: CLXX). E con notevole sforzo l’eccellente editrice del testo nifiano ha cercato di identificare i personaggi menzionati, ma molto spesso non ha prodotto risultati, lasciando così l’impressione o che Nifo sia un erudito con conoscenze arcane, o che chi cerca di glossarlo abbia competenze tanto modeste da non poter commentare adeguatamente un testo così erudito. In realtà nessuna delle due possibilità sussiste: Boulègue avrebbe risolto tutte le difficoltà se si fosse resa conto che Nifo “plagiava” da due capitoli dell’Officina (1520) di Ravisio Testore, come dimostreremo. È un plagio molto diverso da quello per il quale Nifo è stato accusato di aver compiuto nei riguardi del Principe di Machiavelli, 6 e definirlo “plagio” è forse eccessivo in quanto l’appropriazione di dati altrui non era, o non sarebbe stata entro qualche anno, un evento raro e riprovevole.
Ecco dunque il capitolo in questione. Lo citiamo fornendo per ogni personaggio o grappolo di personaggi il testo della fonte affinché risulti immediatamente chiara la presenza della fonte. Poiché l’ordine seguito dalla fonte e nell’edizione che noi usiamo è diverso da quello costruito da Nifo, anziché pubblicare i due testi a fianco in modo compatto abbiamo preferito segmentare il testo di Nifo facendo risaltare chiaramente ogni esempio, e farlo quindi seguire dal testo della fonte (in corsivo).
Exempla mulierum quae ob excellentiam forma celeberrima fama clarae fuerunt. Caput LXX
7
Fuerunt etiam ob formam mulieres summa celebritate clarae quarum aliquae a diis, nonnullae ob hominibus sunt adamatae. Ariadne, filia Minois, forma fuit elegante quam propterea Bacchus duxit in uxorem eiusque coronam stellis ornatam in astra retulit. (Ariadne filia Minois, forma fuit eleganti quam propterea Bacchus duxit in uxorem eiusque coronam stellis ornatam in astra retulit. Catull. de ea et Theseo loquens, sic inquit: Hanc simul ac cupido, conspexit lumine virgo, Regia quam suaves expirans castus odores.)
8
Antiopa filia Nyctei et uxor Lyci regis Thebarum speciosissima propter formam a Jove adamata est, ex qua Zetum et Amphionem suscepit. (Antiopa filia Nyctei, et uxor Lyci regis Thebarum, speciosissimam propter formam a Iove adamata est, ex quo Zethum et Amphionem suscepit. Propert. Tu licet Antiopae formam Nycteidos, et tu Spartanam referas laudibus Hermionem.) Aeginam quoque Asopi Regis Boeotiae filiam ob excellentem pulchritudinem adamavit Iupiter iacuitque cum ea in specie ignis. (Aeginam Aesopi regis Beoetiae filiam, ob excellentem pulchritudinem adamavit Iupiter iacuitque cum ea specie ignis. Ovid. Aureus in Danaen Aesopida luserit ignis.) Briseis formosa adeo fuit ut Achilles eius amore conflagraverit eamque quamvis ancillam plus quam puellas omnes adamaverit. (Bryseis fuit adeo formosa, ut Achilles eius amore conflagraverit, eamque quamvis ancillam plusquam puellas omnes adamaverit. Hor. Prius insolentem serva Bryseis niveo colore Movit Achillem. Proper., lib. 2 Omnia formosam propter Bryseida passus.) Caenis puella Thessala Thessalidum virgo pulcherrima a Neptuno compressa est. (Caenis puella Thessala a Neptuno compressa Ovid. l. 12 Metam. Clara decore fuit proles Elateia Coenis Thessalidum virgo pulcherrima.) Cidippe ab Acontio ob praestantiam forma adamata est. (Cydippe ab Acontio ob formam adamata est. Ovid. in epist. Aut esses formosa minus peterere modeste Audaces facie cogimur esse tua, etc.) Cynthiam adamavit Propertius quam secundam post Helenam canit. (Propertius formam suae Cynthiae sic commendat Et quascumque tulit formosi temporis aetas, Cynthia non illas nomen habere sinat Idem illic formosae veniant chorus heroinae.) Deianyra Herculis uxor, ut Ovidius inquit, Quondam pulcherrima virgo Multorumque fuit spes invidiosa procorum. (Deianyra Herculis uxor. Ovid. l. 9: Nomine si qua suo tandem pervenit ad aures Deyanyra tuas, quondam pulcherrima Virgo, Multorum fuit spes invidiosa procorum.) Deipile Tydei uxor nulli fuit formae laude secunda. (Deiphylae uxor Tydei, Adrasti filia, Stat. l. I: Theb. Egregiam Argiam, nec formae laude secundam Deiphylem.) Eurydice Orphei uxor, puellas Tam visa est superare pares coelestibus aulis, Quam iucunda Venus dominas superminet omnes. (Eurydice Orphei uxor. Quintil. l. 2 Orpheus Haec fata Mercurio Euridyce formosa, puellas Tam visa est superare pares, caelestibus aulis Quam iucunda Venus dominas supereminet omnes.) Galateam adamavit Virgilius cuius pulchritudo fuit admirabilis. (Galathea nympha. Ovid. l.13: Candidior folio nivei, Galataea ligustri. Floridior prato, longa procerior alno …) Fuit tam elegans et concinna Hippodamiae pulchritudo ut ad impetrandas eius nuptias celebrata sint certamina procorum, in quibus cum victor evasisset Pelops puellam duxit uxorem. (Fuit tam elegans et concinna Hippodamiae pulchritudo, ut ad impetrandas eius nuptias celebrata, sint certamina procorum. In quibus cum victor evasisset Pelops puellam duxit uxorem. Propertius: Nec Phrygium falso traxit candore maritum Advecta externis Hippodamia rotis: Sed facies aderat nullis obnoxia gemmis, Qualis Appellaeis est color in tabulis. Idem l. 2 vocat Ischomachen.) Hiera fuit, uxor Telephi, mulier omnium (quas Prothesilaus vidit) maxima atque pulcherrima. (Hiera fuit, uxor Thelephi, mulier omnium (quas Prothesilaus vidit) maxima et pulcherrima.) Laviniae forma fuit origo belli inter Aeneam et Turnum quorum uterque eam sibi uxorem dari volebat. (Laviniae forma fuit origo belli inter Aeneam et Turnum quorum uterque eam sibi uxorem dari volebat. Virg. l. 12: flavos eius crines, et roseas appellat genas.) Lesbiam adamavit Catullus quae cum pulcherrima tota erat Tum omnibus una omnes surripuit veneres. (Catullus de sua Lesbia sic inquit: Lesbia formosa est, quae quum pulcherrima tota est, Tum omnibus una omnes surripuit Veneres.) Lycorum Gallus cui pulchritudine nulla praeferri potuit. (Lycoris Cor. Galli amasia. Marti. lib. 6, Foeminae preferri potuit nulla Lycori. Propert. l. 1: Et modo formosa quam multa Lycoride Gallus Mortuus inferna vulnera lavit aqua.) Lamia autore Plutarcho puella fuit speciosissima a Demetrio adamata quae et tibiis optime cecinisse dicitur; haec primo canendi modulandique suavitate gratiam sibi apud omnes comparavit. (Lamia, autore Plutarcho, puella fuit speciosissima a Demetrio adamata quae et tibiis optime cecinisse dicitur; haec primo canendi modulandique suavitate gratiam sibi apud omnes comparavit.) Maia Athlantis filia forma sorores suas superavit ob quam Iupter cum ea concubuit. (Maia Atlantis filia. Ovid. l.5 Fast.: Quarum Maia forma superasse sororis Traditur, et summo concubuit Iovi.) Omphale regina Lydorum fuit facie adeo praestanti ut ei sese submiserit Hercules. (Omphale regina Lydorum fuit facie adeo prestanti ut ei se submiserit Hercules. Propert. li.3: Omphale in tantum formae processit honorem, etc.) Panthea uxor fuit Abdratae viri nobilis apud Persas quam Cyrus expugnatis Assyriorum castris duxerat captivam. Abradata autem absente et apud Bactrianos legatum agente Araspae Maedo servanda tradita est, qui apud Cyrum affirmavit nondum esse ortam aut omnino inventam tota Asia pulchriorem. (Panthea uxor fuit Abdratae viri nobilis apud Persas quam Cyrus expugnatis Assyriorum castris duxerat captivam. Abradata autem absente et apud Bactrianos legatum agente Araspae Maedo servanda tradita est, qui apud Cyrum affirmavit nondum esse ortam aut omnino inventam tota Asia pulchriorem. Autor Xenophon apud Caelium l. 7 cap. 53.) Fuit etiam in Semiramide eximia pulchritudo et facies imperio digna. (Fuit etiam in Semiramide eximia pulchritudo et facies imperio digna. Unde a mortuo marito Persis imperavit usque ad provectam filii aetatem. Ovid. l. 1 Eleg.) Sisigambis uxor Darii nulli suae aetatis foeminae pulchritudine cessit, teste Curtio, quam tamen victo Dario Alexander non solum non violavit, sed etiam summam adhibuit curam ne quis captivo corpori illuderet. (Sisigambis uxor Darii nulli suae aetatis foeminae pulchritudine cessit, teste Curtio, quam tamen victo Dario Alexander non solum non violavit, sed et summam adhibuit curam ne quis captivo corpori illuderet.) Tyro puella Samonei filia ob formam a Neptuno adamata est. (Tyro puella Samonei filia ob formam a Neptuno adamata est. De hac Prop. l. 11.) Violantilla, Stellae poetae uxor, nulli puellae pulchritudine cessit. (Violantillam, Stellae poetae uxorem, multis verbis commendat Stat. l. 1 Syl. Idem paulo post: At tu pulcherrima forma Italidum, tandem merito possessa marito.) Fuerunt aliae fere innumerae ut Pasiphae, Berenice, Hermione, Penelope, Deidamia, Ersilia, uxor Romuli, Ero, Virginia, Anaxarete, Antigone, Arachne, Arethus, Arsinoe, Polixena, Pelagia, Lycaste, Iocasta, Hecuba, Cassandra, Hesperia, Cleopatra, Caelia, Ilia, heroinae et aliae prope infinitae, quarum aliae sola corporis pulchritudine, aliae vero non sola corporis forma sed etiam morum concinnitate ab historicis sunt decantatae. (Ex foeminis Pasiphae, Ariadne, Berenice, Hermione, Briseis, Penelobe, Deidamira, Ersilia uxor Rouli, Ero, Virginia, Anaxarete, Antigone, Arachne, Arethusa, Arsinoe, Polyxena, Pelagia, Lycaste, Iocasta, Hecuba, Cassandra, Hesperie, Cleopatra, Coelia, Ilia, Sybillae, Vestales. Heroinae, et aliae prope infinitae. Quas cum scire volet, autores revolvat.) Helenae forma poetis omnibus ab historicis sunt decantatae. Helenae forma poetis omnibus cantatissima laudem meruisset maximam nisi ea Troiae ruinam, bellique decennalis causam attulisset. At nemo est cui non sit odio quum tantae cladis et calamitatis venit in mentem. (Helenae forma poetis omnibus cantatissima laudem meruisset maximam, nisi ea Troiae ruinam bellique decennalis causam attulisset. At nemo est cui non sit odio quum tantae cladis et calamitatis venit in mentem.) Magnus Alexander, totius prope orientis victor et imperator, Roxanam, satrapis barbari filiam, matrimonio sibi unxit ob solam eius pulchritudinem. (Magnus Alexander, totius prope Orientis victor et imperator, Rhoxanam satrapis barbari filiam matrimonio sibi iunxit ob solam eius pulchritudinem. Vide Curtium l. 5.) Quae vero ob pulchritudinem ardentissimo amore fuerunt adamatae tum a diis tum ab hominibus innumerae sunt; ex quibus nonnullas celebriores puellas quam ornamenta, divitias et genus. Fuit itaque Daphne, Penei fluminis filia, Phoebi amasia; Ariadna Bacchi; Sappho, Phaonis; Hebe iuventutis dea Herculis; Syrinx Nympha, Ponos; Ero, Leandri; Phyllis, filia Lycurgi regis Thracum, Demophontis; Iphis, Patrocli; Smilax, Croci; Glicera, Pausiae Sicyonis pictoris; Pancaspen, Alexandri, quam Alexander ipse muneri dedit Apelli pictori; Philace, Stratoclis; Echo, Narcissi; Flora, dea florum, Zephiri; Acme, Septimii; Aufilena, Quintii; Andromeda, Persei; Lesbia, ut diximus, Catulli; Quintilia, Calvi Licinii; Lyde, Callimaci; Batthis, Philetae; Beatrix, Dantis Aligerii; Laura, Petrarcae, Licina Horatii; Stella, Platonis, ut Plutarchus auctor est.; Violentilla, ut diximus, Stellae poetae; Leucadia, Terentii Varronis Atacini; Daelia, Sulpitia, Nemesis, Nearae, Tibulli; Cyntia, ut diximus, Propertii; Melenis, Domitii; Pamphila, Valeri Aeditui; Chrisis, Q. Trabeae Comoediographi; Martia, Hortensii; Terentia, Tulli; Calphurnia, Plinii, Pudentilla, Apulei; Rusticiana Symmachi; Corynna, Nasonis; Cesennia, Getulici; Argentaria Lucani; Lamia, Demetrii; Phryne, Timothei; Flora, Pompeii; Aspasia, Periclis; Rodopis, Psammetici; et Antonii Cleopatra. (Daphne Penei fluminis adamata Appollini testatur Sappho ad Phaonem Et Phoebi Gnosiada Bacchus amavit; Heben Dea Iuventutis amavit Hercules; …
10
Syrinx nimpha Ponos; Ero Leandri; Phyllis, filia Lycurgi regis Thracum Demophontis; Iphis, Patrocli; Smilax, Croci; Glicera, Pausiae Sicyonis pictoris; Campsape Alexandri, quam Alexander ipse muneri dedit Apelli pictori …; Philace, Stratoclis …; Echo, Narcissi; Cloris seu Flora, dea florum, Zephiri …; Acme, Septimii …; Aufilena, Quintii …; Andromeda, Persei; Lesbia, Catulli …; Quintilia, Calvi Licinii …; Lyde, Callimachi; Batthis, Philetae …; Beatrix, Dantis Aligerii; Aureta Petrarcae; Lycina Horatii …; Stella Platonis …; Violentilla Stellae poetae …; Leucadia Terentii Varronis Atacini …; Daelia, Sulpitia, Nemesis, Nearae, Tibulli …; Hostra seu Cyntia Propertii …; Milenes Domitii Marsi …; Pamphilia Valeri Aeditui …; Chrisis Q. Trabeae Comoediographi …; Martia Hortensio; Terentia Tullio; Calphurnia Plinio; Pudentilla Apuleio; Rusticana Symmacho; Corynna cum suo Nasone complevit; Cesennia cum Getulico; Argentaria Lucani; Lamia Demetrii; Phryne Timothei; Flora Pompeii; Aspasia Periclis; Rodopis Psammetici; et Antonii Cleopatra.) Sunt et aliae apud Tenedum, Troianis adiacentem insulam, quas esse omnium quotquot sunt mulieres speciosissimas in Asiae Periplo, scribit Nymphodorus. Insuper et aliae olim et tunc quarum forma celeberrima fuit quas brevitatis causa praetermisimus. Non autem tu illustris Ioanna praetereunda es non enim solum inter has connumerari mereris, sed omnibus anteponi quandoquidem non modo corporis forma, verumetiam pudore pudicitiaeve omnes exuperas. Qua ratione fit ut sola nostro aevo felix sis habenda quippe cum felicitatis partes in puellis ispsis, ut recte Aristoteles probavit, due tantum sint: pudicitia cuius comes est pudor, et forma quibus tu super omnes emicas. Nec ab ratione ita esse, illustrissima Victoria Columna Piscarensium Marchionissa, mulierum decus iubarque splendidissimum probavit. Nam ob corporis formam puella cum iis amantibus omnibus pugnat ac acerrime contendit, qui eam ardenter deperientes possidere enituntur: ob pudicitiam autem pudorem ve et se ipsam et eos exuperat qui eam in sui votum iurisdictionemque adiicere contendunt. Non enim ad versus pudicas amatoria tela valent. Quam rem Lucianus non ignoravit: nam cum quaereretur ab eo cur Musae ab amoris saggittis impenetrabiles sunt, respondit: quoniam pudicitia pudore ve sunt munitae armataeque. Es igitur felicissima cum felicius ac beatius possit esse nihil quam acerrime certare atque hostes vincere, cuius rei signo nobis sunt honores qui victoribus exhibentur ut triumphi, laureae, coronae, anuli et caetera id genus.
La scoperta o l’agnizione di una fonte è sempre un sussidio molto importante per capire vari aspetti dell’opera che la utilizza. In questo caso il ruolo della scoperta è marginale in quanto non tocca veramente il cuore dell’opera, bensì un aspetto non necessario. Però non è aspetto trascurabile perché serviva a documentare quanto Nifo aveva teorizzato sulla bellezza. Quanto poi al modo di fare un elenco del genere, così ricco e così erudito, sarebbe stato sufficiente fare solo pochi esempi e non così arcani. Ma la conoscenza dell’Officina avrà suggerito a Nifo di scegliere la via di citare per elenchi e a grappoli perché proprio il numero dei casi contribuiva senz’altro a rafforzare la tesi.
E quale opera se non l’Officina poteva rendere questo lavoro facile e, tutto sommato, dignitosissimo? Ma che cos’era quest’opera? Il titolo originale era Officina, sive Thatrum historicum et poeticum, con l’indicazione “partim historiis partim poeticis referta disciplinis”. L’autore era Jean Tixier Seigneur de Ravisy, latinizzato in Ravisius Textoris, e poi italianizzato come Ravisio Testore. Era insegnante di retorica al Collège Navarre di Parigi e, dal 1520, rettore dell’università di Parigi, lo stesso anno in cui apparve l’Officina. Il termine “officina” col suo senso di laboratorio o anche di ripostiglio di attrezzi, e insieme con il riferimento alle discipline della storia e della poesia, non lascia dubbi che sia un’opera con valore di sussidio retorico per i poeti e per i compositori di “storie” come le si concepivano in quei giorni anteriori alla “storiografia antiquaria”. 11 Era un enorme deposito di dati ricavati da autori per lo più antichi (pochissimi sono i moderni) e che sono quasi sempre indicati accanto ai dati che Ravisio raccoglie. I dati, sia gli aneddoti che le fonti da cui provengono, sono riferiti in modo essenziale, e vengono catalogati entro categorie che noi oggi chiameremmo topoi – ossia serie di immagini o fatti o situazioni aventi in comune un tratto –, e non sarebbe sbagliato definire l’Officina come una grande topica. Tutto il materiale è suddiviso in sette libri che sono anche sette grandi categorie: divinità e il loro culto, il mondo naturale, il tempo e le sue partizioni, l’uomo nelle sue molteplici situazioni (cecità, malattie, morti per asfissia o per altre cause, ecc.), i magistrati o ufficiali del potere pubblico, le arti, le virtù e i vizi. Ogni categoria è suddivisa in sottocategorie che cambiano di numero a seconda della categoria principale alla quale appartengono. Ogni sottocategoria contiene elenchi come quello che abbiamo visto nel capitolo sulle donne bellissime, di cui Nifo sceglie di ricordare soltanto un numero limitato. Si capisce allora che valore abbia l’Officina per l’inventio: se un poeta o uno storico vuole trovare, per così dire, uno o più esempi di uomini morti per il morso di un serpente o di mariti uccisi dalle mogli, l’Officina gli fornisce abbondanti materiali, facilmente reperibili con il sussidio degli indici. Ravisio Testore non fu il primo a escogitare una topica del genere, ché lo precedevano Celio Ricchieri di Rovigo e per questo noto come Il Rodigino, autore di voluminose Lectiones antiquae (1516), o Raffaele Maffei detto il Volterrano con i suoi Comentarii urbani (1506) voluminosissimi. Ravisio conosce questi repertori e spesso li cita come sue fonti, ma più spesso tacitamente le saccheggia. Tuttavia, a differenza dei suoi modelli, sa trovare una snellezza e un criterio tassonomico molto più agevole per la consultazione, e di conseguenza la sua opera finì per soppiantarli. L’Officina godette di una fortuna immensa: se ne contano una cinquantina di edizioni apparse fra la princeps del 1520 e l’ultima del 1669. Per quasi un secolo e mezzo l’Europa poté apparire erudita grazie in gran parte a quest’opera, come possiamo dedurre dall’ormai classico studio di Paolo Cherchi (1998) sulla riscrittura nel Rinascimento. L’Officina fu uno dei maggiori strumenti euristici sempre presente sul tavolo di lavoro di quasi tutti gli autori del tempo.
E certamente deve essere stata presente anche sul tavolino di Nifo, da annoverare ormai fra i numerosissimi utenti del repertorio transalpino. A lui, però, va riconosciuto un merito singolare: Nifo deve essere stato uno dei primissimi ad aver usato l’Officina usandola come repertorio di luoghi comuni. Se l’Officina uscì nel 1520 e il De pulchro nel 1530, in quei dieci anni intercorsi fra le due pubblicazioni il libro stampato in Francia doveva essere arrivato in Italia, e Nifo, attentissimo all’editoria contemporanea, deve essere stato uno dei primi a fruire del libro di Ravisio che, ovviamente, non cita, e non perché fosse un plagiatore ma perché i repertori non si citano. In quale edizione la vide il nostro filosofo? La domanda sembrerebbe filologicamente determinante, ma di fatto non lo è. L’Officina raggiunse un assetto stabile soltanto con l’edizione apprestatane da Conrad Wolfstein (Lycosthenes) nel 1552 (Basilea). Questo, però, riguarda sostanzialmente la dispositio e non i testi presentati. Fino alla metà del secolo, la categoria dei “virtuosi” poteva trovarsi a metà opera anziché alla conclusione, e scambi simili potevano aver luogo anche all’interno delle sottocategorie, ma, da quanto abbiamo avuto modo di constatare, i testi non cambiano. Alcune edizioni come quella di Reginaldo Chouldiere del 1532 per ogni capitolo può premettere una semplice lista dei personaggi che appariranno negli esempi, e quindi passare alla “explanatio”, cioè a citare gli exempla aggiungendovi a fianco un numero progressivo. 12 Per questo motivo ci siamo sentiti tranquilli nel citare dall’edizione di Venezia, Molochum del 1658, una delle ultimissime alla quale abbiamo avuto facile accesso, ma che in realtà riproduce l’edizione veneziana presso Giovanni Grifio del 1560. In alcuni casi, però, abbiamo chiarito certi dubbi consultando edizioni anteriori, quelle almeno consultabili online.
Nifo avrà “riscritto”, come diventerà di moda, ma certo non con il puro scopo di mostrare una grande conoscenza dei classici, bensì per appoggiare una sua tesi. E comunque se “riscrisse”, fu uno dei primi a farlo basandosi sull’Officina, e anche in questo fu un antesignano.
